Vincere la maratona più importante: quella con la vita

Il sole che ti scalda la pelle, il sudore che scende e si appiccica alla maglia termica, l’aria fredda che gela il naso, i piedi che battono sull’asfalto e le gambe che si muovono da sole a ritmo cadenzato, con il profumo dell’erba ancora umida della notte.  Sensazioni a me care.

greta vittori cover

Amo il mio parchetto sotto casa, il Largo Marinai d’Italia, piccolo, sicuro, a misura di running soprattutto per una donna che corre da sola. Amo correre, la corsa era parte della mia quotidianità, del mio stile di vita e farlo dopo uno stop forzato è ancora più bello. Riassaporare quell’aria di libertà e di spensieratezza che solo la corsa riesce a regalarmi.

Oggi dopo mesi finalmente ho allacciato le mie scarpette e sono uscita a correre.

Riuscire a farlo dopo i cicli di chemioterapia e la lotta ad un tumore al seno diagnosticato a fine giugno ha il sapore di una vittoria e vorrei urlarlo al mondo.

A chi mi supera con aria di sfida, a chi ha appena iniziato a correre e anche se fatica a tenere il passo, mi supera, a chi aveva iniziato a correre con me ed ora mi doppia senza fatica, a chi alterna corsa a camminata e mi guarda con ammirazione, vorrei dire “non mollare, non mollare mai”, a chi avevo sbeffeggiato con la mia maglia di finisher dopo la nona maratona.

Si perché io di maratone ne ho corse 9, inclusa la Monza Resegone, si proprio quella che per tagliare il traguardo devi salire fino alla capanna degli alpini. E ora eccomi qua senza fiato, con le mie scarpette nuove, a ricominciare da zero con le mie cicatrici che ancora fanno male, perché la mastectomia non è come togliere un dente del giudizio, né le tonsille, lascia segni indelebili non solo sul corpo, ma anche dentro, nell’anima, perché quel male oscuro e subdolo ha la capacità di toglierti tutto e il potere di cambiarti la vita. Lui decide e tu non hai scelta, devi scendere a patti, accusare il colpo, rallentare, riprogrammare, guarire e poi tornare più forte di prima.

Il “tanto a me non capita”, questa volta è capitato a me.

E mentre continuo la mia corsa solitaria con l’aria fredda che mi soffia sul viso, sento le forze che iniziano a tornare, le endorfine circolare nella nuova me, il sorriso riaffiora spontaneo e i cattivi pensieri vanno via, si dissolvono dietro i miei passi di maratoneta.

E’ stata una sfida dura, tosta, a tratti infinita che mi ha tolto ma anche insegnato e dato tanto. Incredibile quanto ti senti sola e indifesa nella malattia, ma proprio come in maratona, ho avuto mani che mi hanno dato una pacca sulla spalla nei momenti di sconforto. Mani amiche, mani vigorose piene di energia, mani sconosciute di gente che come me stava e sta affrontando il mio stesso percorso di vita, mani che quando in gara stai pensando di gettare la spugna ti danno coraggio e ti rimettono in riga verso il traguardo.

Una maratona. Combattere il cancro è stato per me come affrontare una maratona

Perché in maratona si è soli, ma non si è mai soli. Meno di quanto possa sembrare e chi dice che la corsa è uno sport individuale forse non ha capito proprio niente… di corsa intendo.

Come in una maratona incontri persone lungo il percorso con le quali dividi segreti, confidenze, debolezze, sogni, lacrime di gioia.

Ed è stato così che io e Francesca, ci siamo trovate una mattina di dicembre in un bar nel centro di Milano, dopo mesi di messaggi e whatsapp. Strano trovarsi finalmente faccia a faccia con una persona di cui conosci tante cose intime e profonde senza averla mai incontrata prima. Strano di come una malattia così brutta crei legami così profondi.

Lei 31 anni, lavora nella moda, runner tosta, trainer al Barry’s Bootcamp di Milano, ancora più tosta, colpita da tumore al seno. Io, PR nella moda, runner, 50 anni, trainer di 261FearlessClub Italia, colpita da tumore al seno. Due realtà parallele incontrate grazie ad amici comuni conosciuti grazie alla corsa.

Di cosa abbiamo parlato quella mattina spaventando le “sciure milanesi” nel tavolo vicino?

Di noi, delle nostre esperienze, delle nostre paure, dei progetti, della nostra battaglia e di maratone. Maratone speciali che uniscono. L’empatia nasce spontanea per chi corre, figuriamoci tra chi condivide una cosa grossa come il tumore al seno. Due vite, due personalità diverse, due modi diversi di vivere la vita, un unico traguardo: guarire dal “subdolo”. Come? Con tutta la forza, l’energia e l’entusiasmo che sia possibile trovare in se stessi. Perché la forza di combattere la trovi in te stessa e neanche pensavi di averne così tanta.  Come in maratona quando senti male, stringi i denti e vai avanti.

francesca
Francesca

Tanto di cui parlare. Una storia parallela vissuta a distanza, gli esami, i controlli di verifica, la diagnosi, la terapia e dopo pochi giorni dal nostro caffè, l’operazione. Francesca una settimana prima di me. Lei per me un esempio, un punto di riferimento, con cui scambiarsi consigli e sfogarsi del proprio dolore.

Riderci su ora, che è il peggio è quasi passato,  ora che ci possiamo permettere caffè e brioches perché finalmente possiamo sentirne il sapore, le battute sui peli quelle cose che solo noi riusciamo a capire, per scacciare la paura perché parlarne sembra meno brutto da affrontare. Perché oggi li in quel bar  “gli altri siamo noi”.

Durante la nostra maratona, io ho continuato a correre, anche quanto solo allacciarsi le scarpe da corsa diventava una vera impresa, perché la chemio ti stende, ti toglie le forze, ti spinge a spalmarti sul divano e a non alzarti più, come dopo una sbronza, dopo un viaggio intercontinentale, la bocca impastata, la scarsa concentrazione, e poi la rabbia,  tanta tanta rabbia perché la testa vorrebbe fare mille cose ma il corpo non te lo permette e non sei tu ad averlo deciso, soccombere e accettare è stata la cosa più difficile.

Tanta rabbia che non puoi sfogare, perché l’unica cosa che ti potrebbe aiutare è proprio la corsa, ma è l’unica cosa o meglio una delle cose che non ti è concesso di fare. Una volta a settembre, mi sono sfidata, mi sono vestita e sono uscita a correre. Una volta. Alla terapia seguente mi sono beccata un bel 39 di febbre. Avevo decisamente chiesto troppo al mio corpo e ho ripiegato sulla camminata a volte lenta ma non ho mai rinunciato.

Francesca non ha mai smesso di fare il suo training, di condurre una vita normale, compatibilmente con la battaglia che stava affrontando e soprattutto, ha avuto il grande coraggio di mettersi in prima linea, uscendo allo scoperto e parlando della sua battaglia. Lo ha fatto ad ottobre, mese dedicato al tumore al seno,  mese in cui più di tutti si lavora sulla campagna di sensibilizzazione alla prevenzione, si è fatta fotografare nel pieno delle chemioterapia con la t-shirt in cotone bianco realizzata da Barry’s Camp a supporto della Fondazione IEO.

Vi assicuro che non è una cosa facile, nemmeno una banalissima foto da pubblicare e far circolare sui social. Non lo è mai, soprattutto quando ci sono voluti mesi per metabolizzare, focalizzare ed essere abbastanza forti da sopportare le reazioni di chi mentre parli di te, ti lancia uno sguardo pietoso, una smorfia di compassione o di terrore. Perché la parola cancro fa paura, “il brutto male”, la “bestia”, il “male del secolo”, il cancro anche solo sentirlo nominare, fa scappare le persone, le fa allontanare, per paura o per ignoranza. Come se non parlarne si esorcizzasse la cosa.

A me e Francesca è capitato di trovarcelo di fronte e di doverlo affrontare, e abbiamo deciso di farlo così, cosi come si affrontano i 42 kilometri e 195 metri di una maratona. Un passo alla volta, un piede dietro l’altro. Con le nostre ferite, le nostre paure, le battute sarcastiche, le confidenze perché se ne parli con qualcuno che ti capisce e che sa quello che sta vivendo, forse quella cosa fa un po’ meno paura, forse. Sicuro aiuta.

Sai che quando sei stanca di lottare o sei così arrabbiata perché vedi gli amici che escono a correre mentre sei chiusa in sala terapie al riparo da ogni contatto esterno a causa delle difese immunitarie basse, ci sarà sempre quella pacca sulla spalla che arriverà al  omento giusto per darti coraggio.

Tutto questo lo devo alla mia passione per la corsa

La corsa mi ha trasformato molto più di quanto potessi mai immaginare. Essere maratoneti è una forma mentis che ti forgia, ti cambia, ti trasforma, ti porta nel punto di non ritorno per sempre. Applichi la disciplina che usi in gara e negli allenamenti, nella vita di tutti i giorni.

Noi maratoneti siamo abituati a soffrire, a stringere i denti, a tenere duro pur di tagliare il traguardo e portare a casa la medaglia, non importa il sacrificio, le numerose vesciche ai piedi, i dolori alle ginocchia o quante unghie delle dita dei piedi perderai.  Cosi come nella corsa, come la preparazione ad una maratona è un rito che si ripete ogni volta, io l’ho fatto e lo faccio ogni volta che ho una visita oncologica, un esame del sangue, una chemioterapia.

La corsa mi ha trasformato in una persona capace di affrontare la sfida al tumore, una scommessa tra me e me a guarire e a tornare a correre più forte di prima ma con la consapevolezza di avere una alleato vincente al mio fianco. La corsa e la determinazione che mi porta ogni volta a tagliare il traguardo. Anche quello della guarigione. E so che in questa corsa non sono e non sarò mai sola.

Fonte foto: Greta Vittori

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