Come ricominciare a correre dopo un lungo stop

Ore 5.55 suona la sveglia.  Apro gli occhi pochi secondi e sono già giù dal letto. Cosa strana per me che non sono per nulla quello che si dice… una “morning person”.
correre dopo un lungo stop

A dire il vero, la testa era sveglia già da un po’, ma nell’attesa del suono della sveglia, ero agitata all’idea di non svegliarmi perché avevo promesso alle ragazze di raggiungerle per una corsetta all’alba ed è un appuntamento troppo importante da perdere, anche se devo confessarvi che non avrei fatto fatica a girarmi dall’altra parte per continuare a dormire.

Il sole è già alto là fuori, un’altra bellissima giornata dal sapore di fine estate e inizio autunno mi aspetta. Io mi ero già “tarata” su settembre e sulle temperature dal sapore già invernali ed invece…. ancora caldo, tanto caldo, troppo considerato il periodo.

L’occasione giusta per indossare quel nuovo paio di shorts fresco di shopping abbinato alle scarpe, anche quelle fresche di shopping. Già la corsa è fatica, se fatta con un tocco di fashion è decisamente meglio. Parola di PR.

Correre o dormire? Motivazione contro pigrizia: strategie infallibili

Quando ho comprato il mio primo paio di scarpe da corsa, circa 30 anni fa non c’era molta scelta, né di modelli e soprattutto di colori. Una sera mio padre mi aveva accompagnato nell’unico negozio di articoli sportivi in zona Salò e limitrofi, conosciuto da tutti per la competenza e gli ottimi consigli a chi aveva deciso di cimentarsi nella corsa.

Ricordo i tempi del Liceo, nell’ora di Educazione Fisica, i pochi consigli dei nostri prof. su scarpe e approccio alla corsa e di attività fisica in generale. Pochi e dati per esperienza personale.  A volte capitava di  correre  o fare ginnastica con le Superga, già le Tepa erano uno step successivo…

Il Prof diceva corri e tu correvi, il Prof diceva fai il salto in alto e tu eseguivi… e se ti rifiutavi o accampavi scuse, dritto in punizione,  nota sul diario da far firmare ai genitori e relegati nello spogliatoio prima della fine della lezione.

Due ore a settimana di questo trattamento e poi quasi ti “obbligavano” a partecipare ai Giochi della Gioventù che si tenevano una volta l’anno nello Stadio Turina di Salò. I maschi, tutti o quasi, presenti. Noi ragazze per niente competitive, impegnate su altri fronti, a volte per timidezza, spesso per scarsa voglia e coinvolgimento, quasi sempre non ci presentavamo all’appuntamento tanto blasonato.

Del resto, ci toccava più che altro il balletto coreografico accessoriate di pon pon colorati a supporto delle squadre maschi, oppure simpatiche esibizioni con le clavette e cechi o al quadro svedese, dove possibile.

Con questi trascorsi, naturale che i mie approcci alla corsa sono stati disastrosi e sicuro nessuno avrebbe mai pensato a me come ad una maratoneta seria.

La mia prima “Bisagoga di Salò” (manifestazione podistica non competitiva che ha visto i natali nel lontano 18 febbraio 1973) l’ho fatta con un paio di stivaletti di cuoio. Molto fashion, molto dolorosi e decisamente poco adatti per l’occasione, ma nonostante le vesciche e i dolori lancinanti ai piedi, non ho mollato di un metro e sono arrivata fino alla fine.  La testa della maratoneta già c’era. L’abnegazione al sacrificio per l’ottenimento del risultato, pure. Patos e amore per la fatica ancora no.

Ho iniziato a correre molti anni dopo, grazie a mio padre. La sera post lavoro e post scuola ci ritagliavamo un’ora solo per noi per dedicarci ai nostri 8/10 kilometri. Non importava la velocità o il tempo impiegato. Ci davamo un obiettivo che di solito era il semaforo nel centro di Gardone Riviera (esiste ancora) e quando là si arrivava, tornavamo indietro. Poi stretching, doccia e cena con mamma.

Più che attività fisica, era per noi un modo per chiacchierare e buttare fuori le frustrazioni quotidiane che la vita simpaticamente ti regala.

Quale migliore cosa se non una bella corsetta liberatoria? Ancora oggi per me la corsa ha lo stesso significato: liberatoria. E un momento solo per me.

Come ha scritto Murakami mio idolo indiscusso:

“Voglio pensare ai fiumi. Voglio pensare alle nuvole. Ma in realtà non penso a niente. Semplicemente continuo a correre in un silenzio di cui avevo nostalgia, in un comodo spazio vuoto che mi sono creato da solo. E dicano quello che vogliono, ma è una cosa fantastica!”

Ricominciare dicevo… riprendere in mano la mia vita rimettendo tutti i tasselli al loro posto. Il tumore al seno me lo voglio lasciare alle spalle, continuare a parlarne diventerebbe ridondante. Guardo al futuro, alle mie scarpette da corsa nuove di zecca, al mio completino colorato, al dolore alle gambe e alla bellissima sensazione di stanchezza e di “sfinimento” che provi nel post esercizio fisico e che ti rende  tanto felice.

Nemmeno ricordo come si fa a correre, mi sento goffa, sgraziata, lenta. Anzi mi sembra di dare il massimo, ma quando guardo il Garmin, non riesco a nascondere la delusione. Pazienza, ci vuole pazienza ed umiltà, costanza e ancora tanta pazienza.

Tutto quello che ho sempre detto a chi si vuole avvicinare alla corsa dall’alto delle mie 9 maratone. Ora lo sto (ri)-vivendo sulla mia pelle.

Ne ho ancora di strada da fare per arrivare ai 42 kilometri. Diciamo che il mio obiettivo ora è quello di arrivare a correre in scioltezza i 10 kilometri. Mi sono programmata (il mio coach, in realtà) di uscire tre volte a settimana, cosa che non sempre mi riesce, anzi quasi mai. Colpa del lavoro, del caldo che ancora non ha mollato la presa, colpa che la mattina quando suona la sveglia e quando fuori è ancora buio, resto a dormire volentieri, colpa del fiato che non c’è. Il mio fisico si deve riabituare piano piano allo sforzo e diciamola tutta, la mia parte di “pigritudine” ha decisamente preso il sopravvento. Ma oggi no.

Oggi esco con le amiche Urban dell’est perché loro sono la migliore motivazione che ci possa essere per chi come me sta ricominciando a correre. Nessun giudizio, nessuna aspettativa, nessun tempo o tabella da rispettare. Loro sono gli angeli custodi silenziosi della mia avventura e del mio nuovo inizio.

Pochi metri e già mi rendo conto che sono la più lenta del gruppo, piano piano cerco di tenere il ritmo, ma faccio davvero fatica e quella vocina tarlo comincia a farsi sentire nella mia testa. Vorrei fermarmi, camminare, tornare indietro verso casa, ma non mollo, stringo i denti e seguo Barbara che alla testa del gruppetto decide di allungare il percorso. Ma no, penso io, il Duomo è proprio lì di fronte, perché andare sotto la Torre Velasca? Ma non dico nulla. La seguo ansimando. L’arrivo in Piazza Duomo è ancora più bello. Sudato, tutto in salita, ma che soddisfazione!

Ci ritroviamo con un paio di amici compagni di squadra, chiacchiere, sorrisi e poi…  Scatta il selfie di gruppo. Il Duomo sornione impera alle nostre spalle in una Milano ancora assonnata.

greta vittori correre

E’ magia pura. La magia della corsa e delle uscite all’alba.

Il fiato, la fatica, le poche ore di sonno sono già il passato, c’è il qui e ora. Io e le mie scarpe da corsa.

Rientro a casa felice, stanca morta, probabilmente domani camminerò come Pinocchio versione burattino di legno, ma la gioia che provo mi fa subito ripuntare la sveglia alle 5.55. Dopodomani si replica. Ricomincio da qui.

Fonte foto: Bruno Nascimento on Unsplash

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