Rossella Galbiati: la corridora che morde la pista

La prima campionessa non si scorda mai. E non è facile incontrarne. Sì perché, diciamolo, il ciclismo agonistico è un filino maschilista, e così poter parlare con Rossella Galbiati, conosciuta attraverso i sempre più articolati giri di conoscenze tra velodromi (Parco Nord e Vigorelli Cycling Center), è stato molto illuminante. Si aggiunge quindi al catalogo delle […]

La prima campionessa non si scorda mai. E non è facile incontrarne. Sì perché, diciamolo, il ciclismo agonistico è un filino maschilista, e così poter parlare con Rossella Galbiati, conosciuta attraverso i sempre più articolati giri di conoscenze tra velodromi (Parco Nord e Vigorelli Cycling Center), è stato molto illuminante.

Si aggiunge quindi al catalogo delle donne cicliste una vera stella che nel corso della sua carriera ha portato a casa un bronzo mondiale oltre a tre quarti posti, 12 maglie tricolori, 48 presenze in nazionale e 5 primati mondiali su pista, sua specialità, dove ha superato le cento vittorie. Rossella è anche medaglia d’oro al valore atletico. Insomma correva, mica pettinava le bambole.

La sua velocità intrinseca si coglie già dai primi scambi su whatsapp. Così come le innate e impulsive reazioni, che accompagnano i nostri primissimi scambi: “no, così non sono d’accordo” oppure “ok allora ci sarò”. Accidenti, ho pensato, che tempra! Ed è proprio quello che ci vuole per vincere la sfida dell’inseguimento su pista: agilità, scatto, carattere e una bella dose di aggressività.

Nella foto a sinistra, Rossella Galbiati al Vigorelli, quando per un solo secondo mancò il record mondiale 5Km e a sinistra tricolore nella velocità e nell’inseguimento.

Chi correva su pista si riconosce sempre. Da come parla, ad esempio. La sensazione è che la dimensione veloce in cui sono cresciuti questi campioni abbia lasciato un indelebile imprinting. Probabilmente ai loro occhi noi comuni mortali sembriamo lentissimi come bradipi. Che pazienza aspettarci…
Meno male che all’appuntamento al Circle avevo “solo” un quarto d’ora di ritardo. E forse però lei era mezz’ora in anticipo… oddìo meglio non indagare!

Rossella raccontami come hai iniziato con la bicicletta.
Ci sono sempre andata, andavo in campeggio con mia mamma a 10, 12 anni, avevo la Graziella e non mi piaceva camminare, ero un tutt’uno con la bici. Un giorno Andrea Dovera (ndr: corridore negli anni Cinquanta, due volte campione italiano del Mezzofondo su pista) disse a mia madre. “Signora Tina! Sua figlia correrà in bicicletta!” “oh per l’amor di dio, no!…” Ma per fortuna c’era mio padre che era convinto che uomini e donne, anche se all’epoca non era facile pensarla così, dovessero avere le stesse potenzialità. Mio papà mi ha quindi molto spinto, mi ha trattato come un maschio. Facevo tanti sport, prima ancora della bicicletta praticavo lo sci e con suo grande rammarico non feci l’esame per diventare maestro. Ma il ciclismo, che inizialmente pensavo potesse servirmi per allenarmi allo sci durante l’estate, era infine diventato sempre più importante per me…

L’incontro che ha determinato l’avvio della tua carriera?
Un giorno a Corsico c’era una mostra di biciclette e lì, per caso, ho conosciuto Mario Milesi, il meccanico di Eddy Merckx. Colpo di fulmine… per le biciclette da corsa! Come mi sarebbe piaciuto averne una! (ndr: naturalmente Rossella è della bilancia e posso capirla. Quando ci si innamora di una forma, di un oggetto, per noi bilance è imperativo possederlo, usarlo, fonderci con esso).

E dall’innamoramento per la bicicletta sei così passata al ciclismo…
Avevo già diciassette anni, troppo vecchia, ma Mario mi chiese ugualmente se mi sarebbe piaciuto correre… caspita! Certo! È stato proprio amore a prima vista. Per avere una bicicletta da corsa però ho dovuto insistere non poco con mio papà. Lui mi conosceva bene… sapeva che io volevo fare tutto e poi non concretizzavo mai. Così mi responsabilizzò sulla questione: una bici costa cara, guai a te se poi non la usi e mi fai buttare i soldi!

Però poi ce l’hai fatta a convincerlo…
Sì, andammo a comprare una Bottecchia con cui iniziai a uscire con gli amatori. E questo era un po’ un “problema”, di solito un atleta non inizia così. Ma nel mio caso, che ero già grande, non fu un ostacolo. Piano piano, come diceva il mio amico Paolo Rossi, con il quale uscivo insieme al gruppo, la bici per me era diventata una droga. E infatti per un certo periodo vivevo solo di quello… Rinunci a tutto.

Rinunce ripagate però da tante vittorie.
Sì, che sono iniziate dopo solo un anno, a 18 anni. I miei amici amatori mi avevano portato da un certo Bonariva, un ex professionista gregario di Coppi, che aveva una squadra di campionesse. È stata una buona scuola. Le mie compagne avevano visto che non mi facevo staccare e facevano di tutto per mettermi sotto. C’è l’invidia, come sempre, tra le donne… infatti oggi ho deciso di allenare solo i maschi (ndr: nel Team Galbiati, vivaio per giovani talenti guidato da Rossella).
I maschi sono molto più schietti. Le donne invece controllano molto meno la gelosia. Ti menano persino! Una volta per una gomitata una mi ha aspettato sulle scale… Comunque la squadra di Bonariva è stata molto utile, soprattutto grazie a lui che mi faceva giustamente fretta: “impara subito che sei in ritardo! Hai iniziato tardi!” Con lui così, fin dal primo anno, ho iniziato in pista. Non sapevo neanche andare e lui: “eh ragazza… qui non puoi frenare, fai andare le gambe finché non ti fermi”. E come faccio a salire? “Devi spingere!”
Noi adesso siamo qui a spiegare ai ragazzi anche i minimi particolari tecnici, mentre un tempo invece ci dicevano sali e scendi… e basta!

Rossella circondata dai giovanissimi talenti del Team Galbiati

Strada o pista?
La pista! È difficile raccontare il rapporto particolare che si era creato tra me e lei (ndr: Rossella ne parla proprio come di una creatura vivente). A volte la pista provoca un’emozione talmente grande che non riuscivi neanche a respirare. La cosa brutta è che poi quando vivi la tua vita normale non riesci più a risentire queste emozioni. In pista impari a gestire le emozioni, senti l’avversario vicino a te, senti la gente sugli spalti che ti accompagna come con un soffio. Non dimenticherò mai il bronzo mondiale a Barcellona, quando mio padre era così emozionato per me che mi disse: ma tu mi vuoi fare venire un’infarto? Il tifo nelle competizioni in pista lo senti. E molto. E questo ti dà una forza incredibile nelle gambe.

E adesso riesci a trasmettere ai tuoi ragazzi questa emozione?
Sì, mi sono messa in gioco da molti anni ormai e affronto gli allenamenti dei ragazzi come se fossi ancora la corridora, con la stessa grinta. Mi sono scontrata con tanti… Eh quella lì ha un caratteraccio… quella lì è litigiosa… solo perché magari discuti e difendi i tuoi ragazzi.

Però è così, chi corre non può essere un agnellino…
Vero. E ho cercato di trasmettere questa cosa, però i ragazzi di oggi sono molto diversi da noi…

Sono più rilassati, più sicuri…?
Sono meno cattivi. Gli manca la cattiveria. Ho cercato di trasmettergli questo istinto, ma ne hanno paura e così tendono a emozionarsi poco, ad assumere un atteggiamento un po’ menefreghista. Forza ragazzi, c’è l’amor proprio! Ma manca il puntiglio, non riescono a sentire il sapore della sfida. Alla fine me ne sono fatta una ragione ed io, che non ho figli, provo ugualmente per loro un sentimento molto forte, anche se non riescono a mordere la strada come si faceva un tempo.

Già… tornando alla tua carriera e alle tue attività?
Dopo solo 4/5 mesi che correvo in pista ero già arrivata seconda ai campionati italiani. Tutto grazie alla passione. Quando scopri di avere qualcosa dentro, non ce n’è. E vai. Segui il tuo istinto, anche con un catenaccio. Tante volte trovi dei bambini che ce l’hanno, il talento. Il ciclismo può essere molto educativo. Uno dei miei più recenti progetti, con il Comune di Milano, era proprio finalizzato al recupero dei ragazzi fragili attraverso la bici, nel quartiere di Baggio. Scoprire dentro di sé una passione può aiutare molto. Il problema è che a volte le biciclette per l’allenamento non tornavano indietro…
Queste attività comunque sono importantissime per me. Mi completano. Oltre all’insegnamento mi dedico a un ragazzo disabile, un’esperienza che mi ha arricchito molto.

E dopo la prima vittoria su pista?
L’anno dopo, ho vinto subito il Campionato Italiano su Strada. Mi facevano fare il cammello, cioè il gregario. Avevano paura della mia forza e così tendevano ad affaticarmi facendomi tirare le altre per evitare che arrivassi per prima. In queste situazioni impari a stare al mondo. E la vittoria è arrivata proprio per caso. C’era una fuga in corso e la mia capa subito mi chiama… Rossella, vai! Io obbedisco, vado a riprendere le fuggitive e dopo Frosinone chiedo: cosa facciamo? Andiamo tutte insieme all’arrivo, mi risponde. Bene, allora raggiungiamo l’arrivo e come va, va…
All’ultimo chilometro mi sono venuti i crampi dall’emozione perché mi ero resa conto che potevo vincere. Ho fatto la volata e… ho proprio vinto! Da lì è stata tutta esperienza perché ero nuova nel ciclismo e ritrovarsi già con una maglia tricolore… Non è facile. Avevo tutti addosso. Ho dovuto persino cambiare squadra perché, all’interno, scoppia subito la gelosia e le avevo così tutte nemiche. Poi inizi a farti un nome… sono ritornata in pista e nella pista ho trovato la mia ideale dimensione di corridora, vincendo molto negli anni a seguire. Ho fatto persino le famose “6 giorni” al Palasport. Divertimento indimenticabile. Sai che non mi ricordo neanche quante ne ho vinte? 4 o 5… ma a a me piace correre, non guardo quasi mai indietro.

Da sinistra, Gianni Motta, Rossella Galbiati, tre ragazzi del suo team, Carlo Barlassina e Mario Bodei, Presidente di dateciPista e della nuova associazione sportiva Vigorelli Cycling Center. Accanto, Rossella in azione nel Vigorelli all’inaugurazione del vigorelli recuperato.

Donne che secondo te hanno oggi talento?
Ci sono ragazze che sì, hanno talento, ma oggi molto merito dei risultati va alla Federazione. Un tempo non c’era tutta questa attenzione per le donne. Il mio terzo posto ai mondiali, dietro a campionesse come la Longo, l’ho fatto grazie a un preparatore che, così, solo per sua iniziativa, aveva deciso di occuparsi di me. Nonostante avesse segnalato che io e un’altra ragazza avremmo avuto delle possibilità, la Federazione di allora disse no, che non era il caso di concentrarsi su di noi. Ci aggregavano ai ragazzi, senza alcuna continuità d’allenamento, e ci tenevano d’occhio non tanto dal punto di vista sportivo, ma perché avevano paura potessimo essere, come ragazze, un elemento di distrazione per gli atleti maschi. Poi finalmente la Federazione capì che con le donne si potevano vincere delle medaglie ed ecco allora che finalmente diventammo anche noi importanti. Incominciarono così a seguirci in modo appropriato. Ma solo da quando le donne incominciarono ad uscire sui giornali… La rabbia è che un tempo non eri considerata un’atleta. Eppure avevo vinto un bronzo e alcuni quarti posti nei mondiali. Considera poi che non ho mai fatto uso di sostanze dopanti e quindi tutto è stato frutto della mia forza. Posso dirlo guardando l’interlocutore dritto negli occhi. Posso dirlo anche ai giovani…

Perché oggi c’è ancora, nonostante tutto, qualche “bomba” che circola?
È un problema che sussiste da sempre, difficile da risolvere perché, soprattutto oggi, un corridore deve essere al massimo 365 giorni all’anno. Dall’inverno all’estate. E ci sono sempre più chilometri da affrontare.

E questa mancanza di riposo non fa bene, vero? Perché il ciclismo ha bisogno di pause, di “sedimentare” la forza accumulata…
Sì, quando hai una stagione piena hai bisogno assolutamente di recuperare. Sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista mentale. Facendo altro: MTB, a piedi, montagna… quello che vuoi. Non siamo delle macchine. Oggi lo sport è diventato troppo tecnologico. Ma dobbiamo sempre ricordare che siamo essere umani e nello sport bisogna anche sapersi divertire. Se praticando l’agonismo non hai un fondo di divertimento, diventa una cosa alienante.

Tu ti diverti ancora?
Diciamo che mi sono allontanata dal ciclismo proprio perché non mi divertivo più. L’agonismo era diventata un’ossessione. Andavo a correre e piangevo. Così ancora una volta fu il consiglio di mio padre, che voleva una persona più che una campionessa, ad aprirmi gli occhi. Ho riscoperto il gusto di andare in bicicletta grazie ai bambini che alleno nel mio Team!

Dove li porti?
Nelle campagne… sul Naviglio Grande… Gambolò, Bereguardo… in tutti quei posti dove mi piaceva tanto correre da sola quando ho iniziato.

Ultima domanda: perché non vedo mai né te né tuo marito al Velodromo del Parco Nord? Eppure sul tema velodromo, considerando anche la vostra attività per il Vigorelli, attraverso la neo nata associazione sportiva Vigorelli Cycling Center, siete particolarmente sensibili…
Eh… il tempo. Abbiamo vinto un bando del Comune di Milano, ci adoperiamo per recuperare ragazzi disagiati attraverso lo sport. Quindi tra l’insegnamento, l’assistenza ai ragazzi disabili e le attività sportive del Team, di tempo per arrivare fino al velodromo non ce n’è proprio più.

Però prometti che una volta ci vediamo. Mi piacerebbe tentare di stare dietro alla tua ruota.
Ma adesso che pratico quasi solo mountain bike le mie gambe hanno allenato un muscolo diverso…

Vabbé cara Rossella, ma credimi: la mia miglior forma è senz’altro equivalente alla tua peggiore!
Ok, allora vedrò di allenarti io, anche se sei una donna…

Tranquilla, non sono invidiosa!

…e non vedo l’ora, cara Rossella, di provare a fare una sgambata insieme, magari a primavera…
Intanto però una prima gara l’ho vinta io. All’aperitivo non mi si batte: ben 3 Sauvignon a 1!

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