Runners

Fin da piccola, papà mi ha coinvolto nello sport: bicicletta e corsa per lo più. Attività semplici da poter fare ovunque e a qualunque ora del giorno, in compagnia o da soli a differenza del tennis che ho sempre trovato noioso e che mi costringeva a trovare un compagno per praticarlo.

Troppo complicato e impegnativo. Quando non uscivo a correre da sola, accompagnavo volentieri papà nelle sue sessioni di allenamento e già all’epoca, ricordo che mi aveva portato in un negozio specializzato in scarpe da corsa, Bergamini a Toscolano Maderno, lo ricordo ancora oggi in maniera chiara e distinta, scaffali immensi con interminabili file di scarpe da corsa di ogni marca e modello. I colori non erano spettacolari, anzi. Ma che importa, la cosa essenziale era la suola che fosse adatta ad ammortizzare il colpo inferto alla pianta dei piedi dal peso del corpo e dalla falcata.

Runners - Lierac Beauty Run
Runners – Lierac Beauty Run

Il mio primo paio di scarpe da corsa aveva un nome impronunciabile (manco me lo ricordo!) ma era un mix di verde smeraldo e fucsia. L’ho già detto? Inguardabile, ma sempre meglio delle Superga o della Tepa che all’epoca andavano per la maggiore, con somma gioia di ortopedici e fisioterapisti che si dovevano prendere cura di ginocchia massacrate e tendiniti. Ottime per il marketing e le passeggiate, pessime per la corsa.

Così la sera io e papà ci infilavamo le scarpe e la tuta e via a camminare e correre per 6, 7, 8, 10 kilometri. La lunghezza non era importante e non era il focus della nostra attività, ci importava di quell’ora che ci ritagliavamo solo per noi tra corsa e chiacchiere padre e figlia. Indimenticabile.

Poi la domenica papà si cimentava in gare e maratone di zona, poco conosciute ma tostissime, sul Lago di Garda tra gare podistiche e di bicicletta c’è solo che l’imbarazzo della scelta, ed io lo seguivo facendo il tifo e recuperando premi e pacchi gara. Era un modo come un altro per stare all’aria aperta insieme e trascorrere una domenica alternativa e mi piaceva.

Poi sono arrivati i tempi dell’Università e del mio trasferimento a Milano. Milano non è proprio una città accogliente, io da milanese doc, lo posso dire, ma io amo la mia città e guai a chi la critica, e fare attività all’aperto è più un rischio che una gioia, o meglio, lo era quando mi ci sono trasferita, all’epoca. Solo l’idea di uscire a correre nel parco al buio non era una cosa nemmeno da prendere in considerazione, troppo pericoloso per una ragazza sola. E se anche per correre avrei dovuto per forza dipendere dalla compagnia di qualcuno allora tanto valeva rinchiudersi in un pallone e giocare a tennis. Di farlo al chiuso in palestra su un tapis roulant, modello criceto (ma non scherziamo!) non era una opzione.

Per anni non ho fatto nulla, se non palestra, pesi, macchine, ogni tanto quando tornavo al Lago, uscivo in bicicletta con papà e mi sparavo quei 16, 18 kilometri, e mi sentivo bene, anche se i jeans facevano sempre più fatica ad entrare e le gambe già provate dalla danza classica, mi sembravano ancora più storte di prima, con quei polpaccioni che si ingrossavano a vista d’occhio.
Ma se credevo che quelli fossero polpacci, erano nulla a confronto di quando ho iniziato a correre seriamente.

Runners
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Poi un giorno capita che la vita ti riserva anche piccole cose spiacevoli che mai avresti pensato, che ti ritrovi a ricominciare da capo in una città che anche se tua non ti appartiene, dove gli amici oggi ci sono e domani chissà, un lavoro che ti piace si e no, colleghi più o meno stronzi e tanta nostalgia di casa.

Poi un giorno quando meno te lo aspetti, arriva una richiesta inusuale da parte di chi mai avresti immaginato, che mi avrebbe cambiato da lì a poco la vita, o meglio che ti aiuterà a riprendere in mano le redini della tua vita, quando vorresti mollare tutto e tornare nel porto sicuro di casa tua. Mollare significa fallire e a me questa soluzione per quanto comoda, non piaceva per niente. Così accetto di buon grado e mi metto in gioco.

Di cosa si trattava?
Partecipare con una squadra alla staffetta della Milano City Marathon, per me arabo, ci ho dovuto studiare e impegnarmi per benino, quattro persone, 10 kilometri a testa da correre per compiere l’intero percorso della Maratona di Milano, il tutto a scopo benefico a favore della Fondazione PUPI di Paula e Javier Zanetti. Oggi come oggi lo farei ad occhi chiusi, non avrei problemi a recuperare compagni di squadra o coinvolgere gente che corre. 7 anni fa no.

IO c’ero e avevo una gran voglia di farlo, ma gli altri tre compagni di squadra, dove li avrei recuperati? Tra gli amici? Nemmeno a parlarne, i colleghi? Non vedevo l’ora di salutarli la sera dopo il lavoro, figuriamoci frequentarli al di fuori. E poi no, nessuno del mio entourage avrebbe mai accettato di correre, salvo il mio papà che però in quel periodo sarebbe stato dall’altra parte del mondo. Strano.

Avevo qualche mese per pensarci, nel frattempo avevo deciso di iniziare ad uscire e testare la mia resistenza alla fatica, in fondo non si trattava di andare veloce, era solo questione di arrivare a correre ininterrottamente per 10 kilometri.

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La prime uscite furono tragiche. Il fiato non c’era, fatica boia, abbigliamento sbagliato, metodo e tecnica inesistenti, acido lattico ovunque. Soprattutto, come potevo capire quanto stavo correndo senza che qualcuno che me lo dicesse? Così, decido di scaricare della app sul mio I-phone3, runtastic mi sembrava quella a me più congeniale al mio caso (disperato) e quando finalmente ho iniziato a correre con quella, ho iniziato a rendermi conto che non avevo la benché minima percezione dei kilometri (metri) fatti. Io correvo, correvo, correvo, convinta di aver fatto chissà quale lunghezza ed invece… una volta guardato lo schermo, ecco là 2 kilometri!! Ah. Di questo passo ci avrei messo anni!

Però la volontà e la dedizione non mi mancavano, avevo dato la mia parola che lo avrei fatto e così sarebbe stato a qualunque costo.

Quando inizi a correre, diventi inevitabilmente logorroico in fatto di corsa, e fu proprio in uno dei miei mille discorsi che ho trovato in Teresa una amica e una fedele consigliera in fatto di running. Lei sì che ne capisce e allora ne capiva sicuramente più di me, ha cominciato a darmi quei giusti consigli, pochi ed essenziali di cui ogni runner alle prima armi ha bisogno per non rischiare di finire dall’ortopedico o di fare di ogni corsa un vero calvario al punto di rinunciare e non volerne più sapere.

Gli altri compagni me li ha trovati il mio attuale Coach, che quell’anno aveva corso la sua prima maratona. Non ricordo nemmeno come era venuto fuori il discorso della corsa, fatto sta che quella domenica di quasi 7 anni fa, ero nella mia zona di cambio sui Bastioni di Porta Venezia sotto una pioggia battente ad attendere la mia compagna di squadra. Ha diluviato per tutto il tempo, avevo freddo, ero bagnata, l’acqua mi colava dal cappello sugli occhiali e mi impediva di vedere, il giubbino lo avevo infilato sotto la maglietta dello sponsor con il pettorale ben fissato con otto spillette, per paura di perderlo, dietro di me il nulla solo pochissimi runner lenti come me e le squadre di uomini dell’organizzazione che tiravano via le transenne che delimitavano il percorso di gara. Una corsa nella corsa!

Ciò nonostante, non ho mai dubitato di me e delle mie gambe, non ho mai pensato una sola volta “mi fermo” o “cammino” o “chi me lo ha fatto fare”, correvo e guardavo ai lati il numero dei kilometri che avevo percorso e più ne macinavo più mi galvanizzavo e mi veniva da ridere perché stavo raggiungendo il mio obiettivo. Al cambio di viale Papiniano ho abbracciato la mia compagna, le ho dato il chip e le ho gridato “ci vediamo al traguardo” e felice come non mai mi ero diretta verso Piazza Castello con il mio zainetto. La pioggia aveva cessato di cadere e un raggio di sole aveva fatto capolino, non importava; bagnata fradicia così come ero sono andata al traguardo e mentre aspettavo la mia compagna di squadra, ho visto il popolo dei maratoneti che arrivava e ne sono rimasta affascinata. Gente che aveva corso per 42 kilometri ed io in un angolo, mi facevo piccola, piccola, nel mio cantuccio ma ero fiera dei miei “soli “ 10 kilometri. Tutte le grandi cose hanno un inizio. All’epoca l’idea di correrne così tanto mi sembrava pura follia. Li guardavo e mi sembravano dei marziani, gente di un altro pianeta, gente che però mi incuriosiva e mi dava una carica pazzesca.

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Da quella volta ho iniziato a correre in maniera regolare e costante, dopo quella staffetta, ci sono state altre gare sui 10 kilometri, ho conosciuto tanta gente, l’abbigliamento si è fatto più ricercato e pratico , le scarpe tecniche e specializzate nella tipologia di appoggio del piede, ho scoperto lo stretching, il cinismo in gara, il magnesio supremo che aiuta ad alleviare i crampi, se bevuto la sera dopo una corsa, prima di andare a dormire. Ho conosciuto tantissime persone fantastiche e meravigliose che sono entrate nella mia vita.

Il running negli ultimi anni ha avuto una esplosione di massa, è diventato “quasi” una moda, ho detto quasi perché sempre di fatica e sudore si tratta anche con l’outfit giusto, e a me piace coinvolgere le persone perché grazie alla corsa sono riuscita a cambiare la mia vita, a riprenderla in mano, e a darle la giusta direzione che mi piace. Quando corro faccio il carico di energia e tutto mi sembra più chiaro nella mia testa. Programmi, decisioni, scelte, sogni da pianificare e come poterli realizzare.

La corsa mi ha insegnato la disciplina, il rispetto, la determinazione, la forza di volontà, la pazienza (e nel mio lavoro di PR ne serve in abbondanza credetemi), a non mollare, a divertirmi da sola o in compagnia. Vi sembra poco?

Di Maratone ne ho corse quattro, esco tre volte a settimana e non faccio mai meno di 12 kilometri, riesco a correre a parlare contemporaneamente, a volte perfino ad imprecare con chi è scorretto e ti taglia la strada o con l’automobilista imbruttito che odia i runner e (talvolta) programmo i week end e le vacanze in funzione della gare.

Gli amici (quelli veri, quelli che mi capiscono e che mi sono rimasti vicino, anche quelli che non corrono) ancora oggi mi chiamano Forrest, “corri Forrest” mi gridano per prendermi in giro (Forrest Gump film di Tom Hanks ndr) e anche se a volte mi sento un po’ stanchina, non ho ancora finito di correre e ancora tante corse ho in programma.