Andrea Montovoli è stato tra gli ospiti della 23a edizione del Magna Graecia Film Festival, che ogni anno accoglie a Soverato (CZ) nomi importanti del mondo del cinema dando al tempo stesso spazio agli autori emergenti.

Non a caso Andrea ha accompagnato la proiezione del film Lo chiamava Rock & Roll di Saverio Smeriglio (uscito nelle sale lo scorso aprile), che lo vede nel cast insieme a Federico Richard Villa, Ivana Lotito, Caterina Silva, Isabel Russinova e Nicola Nocella.

Nel film facciamo la conoscenza di Mauro, un surfista abituato a sfidare le onde più imponenti dell’oceano, che però dopo un brutto incidente è costretto a una lungo periodo di riabilitazione. In clinica diventa amico di Federico, giovane atleta affetto da atassia e costretto sulla sedia a rotelle, ma dotato di una straordinaria energia vitale. Mauro ad un certo punto decide di fuggire dalla routine e partire insieme a Federico per un viaggio fuori dagli schemi. Un viaggio che diventerà una ricerca di libertà, identità e rinascita.

Abbiamo intervistato Andrea Montovoli per parlare del festival, del film e della sua carriera di attore.

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Lo chiamava Rock & Roll al Magna Graecia Film Festival

Com’è andata al Magna Graecia Film Festival? Devo dire che ho ricevuto un’ottima accoglienza. La mia collega Ivana Lotito, che era stata madrina qualche anno fa, me ne aveva parlato molto bene, ma devo ammettere che non mi aspettavo che fosse così grande. Sono felice che i fratelli Alessandro e Gianvito Casadonte, ideatori del festival, abbiano selezionato il nostro Lo chiamava Rock & Roll come film d’apertura. È stato un vero onore.

Lo chiamava Rock & Roll è uscito nelle sale in aprile, giusto? Si, siamo stati fortunati, perché Medusa ha strizzato l’occhiolino al Rock & Roll e ci ha preso in distribuzione. Siamo molto contenti di questa piccola pellicola che, pian piano, ha iniziato a camminare con le proprie gambe e sta ricevendo già tanti consensi anche all’estero. A chi non l’ha ancora visto consiglio di recuperare, perché sarà una piacevole sorpresa. È un film che ti rimette a posto.

Ci può dire qualcosa in più sul film? Inizio con il precisare che, nonostante sulla locandina compaia un ragazzo in sedia a rotelle, non è un film sulla disabilità bensì sull’amicizia, il coraggio e il libero arbitrio. È un film on the road che ti fa appassionare alle vicende dei due protagonisti, che ti fa ridere ma anche piangere.

Quanto le è arrivata la sceneggiatura le è piaciuta subito? La storia mi è arrivata tipo 4-5 anni fa e me ne sono innamorato fin da subito. Ad un certo punto la lavorazione si è bloccata per poi riprendere, abbiamo trovato una distribuzione, sono arrivati anche Ivana Lotito e Nicola Nocella nel cast. Pian piano siamo arrivati fin qui.

Come è entrato nei panni di Mauro? Devo ringraziare Saverio Smeriglio che ha creduto in me fin da subito, dandomi a 41 anni un ruolo così interessante. Per me è stata una bellissima sfida: mi sono messo a disposizione del personaggio e ho lavorao sodo, in particolare sulla mia fisicità. Portavo il tutore 12-13 ore al giorno per arrivare a un livello di sofferenza tale da rapportarmi meglio con Mauro, ma anche con Federico. Insomma, è stato per me un ruolo diverso da quelli che avevo interpretato in precedenza e spero che ne possano arrivare altri così interessanti. Ormai sono vent’anni che faccio l’attore e un po’ di bagaglio l’ho messo via, quindi è bello quando si incontrano registi che danno nuovi stimoli.

Dall’entusiasmo con cui ne parla, viene spontaneo pensare che si sia creato anche un bel clima sul set… Esatto, la cosa bella era proprio questa! Io amo definirci una ciurma di pirati, perché eravamo con le maestranze al minino e abbiamo dovuto rimboccarci le maniche. Eravamo una truppa che si muoveva all’unisono per portare a casa il risultato, tra di noi c’era una bellissima energia.

L'attore Andrea Montovoli

La crisi del cinema

Quanto è difficile realizzare oggi un film come questo, considerando che c’è meno gente che frequenta le sale rispetto a un tempo? Io invito sempre ad andare al cinema e vorrei vedere le sale piene com’è stato in questi mesi di anteprime di Lo chiamava Rock & Roll, però capisco anche il periodo storico in cui stiamo vivendo e il fatto che la gente opti per le piattaforme, sia per comodità che per motivi economici. Però qui sarebbe bello intervenisse un po’ di più il Governo, che invece di togliere fondi ne dovrebbe elargire di più, come succede in altri paesi europei.

E secondo lei la serialità sta portando via un po’ di spettatori al cinema? Penso non sia tanto la questione della serialità quanto quelle delle piattaforme. Come dicevo prima, ci siamo un po’ accomodati, però alla fine i prodotti sono talmente tanti che ci si perde in questo grande mare. Per quanto riguarda il cinema in Italia siamo un po’ fermi le difficoltà non mancano. Con Lo chiamava Rock & Roll, per esempio, speravamo di metterci qualche anno in meno e questo capita anche ad altre produzioni, però l’importante alla fine è riuscire.

Andrea Montovoli sul set

Esperienze e progetti

Nel corso della sua carriera ha fatto diverse esperienze. Quanto si sente cambiato, sia come artista che come persona? Si è vero, ho fatto di tutto: ho iniziato con il teatro, poi sono passato al cinema e ho fatta tanta tv, compresi dei reality. Tutte esperienze che mi hanno formato. La carriera di un attore è fatta anche tanto dai personaggi che vai a interpretare e, se grazie a un incastro di tante cose, hai la fortuna di avere il ruolo giusto in un momento maturo della tua vita puoi fare la differenza. Io sicuramente, rispetto a vent’anni fa, riesco a mettere a disposizione più emotività a disposizione di un testo e di un personaggio.

Prossimi impegni e progetti? Quest’estate gireremo per varie arene estive con Lo chiamava Rock & Roll e il suo percorso non finirà qui, perché è previsto un giro di matinée nelle scuole da settembre. Tra l’altro ha ricevuto il bollino di film d’essai ed è decisamente un valore aggiunto. Per quanto riguarda i miei progetti, spero di poter girare presto la seconda stagione di Uno sbirro in Appennino (stiamo attendendo la chiamata di mamma Rai) e sto scrivendo il mio terzo romanzo. È da un po’ di tempo che mi dedico alla scrittura, che è anche terapeutica, e devo dire che il fatto di vivere da sei anni in un paesino della Sardegna, vicino al mare, sta aiutando molto la mia creatività. È uno stile di vita lento, ma stimolante. Certo, poi per lavoro rientro nel frullatore di città come Milano e Roma, ma io e la mia compagna passiamo molti mesi al mare. Di solito si pensa di prendere la casa al mare quando si va in pensione, ma perché aspettare? La vita è breve e la si deve vivere ora, giorno per giorno.

Sogni nel cassetto? Continuare ad essere felice nel quotidiano, non chiedo altro.