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Michela Andreozzi ama la dimensione teatrale e infatti anche quest’estate è in scena con Tutta da aggiustare, spettacolo da lei stessa firmato insieme a Giorgio Scarselli (con Tommaso Triolo e Francesca Zanni che hanno contribuito ai testi).
Accompagnata dalla musica del Maestro Greggia, Michela Andreozzi porta in scena un monologo a più voci, ironico e al tempo stesso commovente, sulla vita di una persona che, come tante, non si è mai sentita a posto.
Abbiamo intervistato Michela Andreozzi in occasione della data del 28 luglio all’Arena de Il Martinitt a Milano, per parlare dello spettacolo e non solo.
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Dal teatro all’arena
Che sapore ha il teatro in un’arena all’aperto in estate? È diverso e infatti questa è una versione dello spettacolo più agile e in forma stand up. Tutta da aggiustare vive ed esiste anche per il suo allestimento teatrale, però il testo mi permette di viaggiare più leggera d’estate, senza però fare a meno della musica del Maestro Greggia. Le arene mi piacciono, perché è bello stare all’aperto ed è una dimensione più informale, mi dà la sensazione di essere in vacanza anche in città.
Com’è nato Tutta da aggiustare? L’idea è venuta a Giorgio Scarselli, che ha scritto come il mio primo spettacolo (che va ancora avanti dopo 17 anni) ovvero A letto dopo Carosello. Un anno e mezzo fa mi ha chiamato per riflettere con me sul fatto che in questo momento c’è un grosso risveglio delle coscienze rispetto al tema della salute mentale. Cioè adesso tutti hanno la possibilità di avere una diagnosi, è più semplice sapere se sei dislessico, se sei bipolare, se soffri di depressione e via dicendo. La nostra è stata l’ultima generazione analogica, ma anche forse l’ultima a vivere completamente all’oscuro dei propri disturbi, dato che tutto quello che abbiamo attraversato durante l’infanzia non è mai stato preso realmente in considerazione. Vi faccio un esempio: io per anno ho sofferto di grosse intolleranze alimentari, ma la mia generazione non sapeva cosa fossero e così, se si mangiava qualcosa che ci faceva stare male, era magari colpa del fatto che avevi masticato male. Ora invece si va subito a fare tutta una serie di accertamenti. Insomma, all’epoca c’era un’educazione spartana che da un lato ci ha forgiato ma dall’altro ha fatto dei danni, che hanno coinvolto le generazioni più giovani.

Uno spettacolo sull’accettazione di sé
Oggi c’è una corsa ad aggiustare qualsiasi cosa? Attualmente non parlerei di una vera e propria corsa, quella l’abbiamo vista nei primi anni 2000 quando erano tutti concentrati sulla performance e sulla ricerca del pensiero positivo, quello del volere è potere e della sindrome di Wonder Woman. Adesso questa mentalità vincente a tutti i costi, questa impossibilità di essere vulnerabili e fragili sta, per fortuna, perdendo un po’ terreno, perchè credo che stiamo imparando. Il Tutto da aggiustare del titolo del mio spettacolo corrisponde per me a un nulla da aggiustare, ma riconoscere i propri bug di sistema e, come dicono gli psicologi, integrarli. Nel corso delle generazioni, come dicevo, si è passati dal patologizzare niente al patologizzare tutto, ma ora penso sia giunto il momento per trovare la giusta via di mezzo.
C’è quindi un percorso verso l’accettazione di sé… Assolutamente si, con una consapevolezza che le generazioni nuove hanno, ma la nostra no. Quando il mio psicologo vent’anni fa mi diceva che mi dovevo volere bene, io gli rispondevo che non sapevo cosa volesse dire. Invece le nuove generazioni conoscono il significato di questa frase e ci provano.
E i social che ruolo possono avere in tutto questo? Sono una croce e una delizia. Sono una croce, perché noi un tempo il bullo lo avevamo in classe e sapevamo chi era, mentre sui social ti confronti costantemente con il resto del mondo, con una marea di sconosciuti che ti puntano il dito. I social ti costringono a confrontarti con gli altri e ti mettono in competizione, quindi di conseguenza non aiutano la salute mentale, però è anche vero che sono stati il contesto dove per primo si è parlato proprio di quest’ultima, dove è partita la campagna della body positivity (che purtroppo sta quasi morendo). Siamo dentro un circolo vizioso e a volte virtuoso, bisogna imparare ad usarli e insegnare all’algoritmo come comportarsi.
Quali sono stati finora i feedback del pubblico che ha visto Tutta da aggiustare? Tantissime persone mi hanno detto di essersi identificate e mi hanno ringraziato per avere affrontato certe dinamiche e averle permesso di ridere dei loro stessi disagi. Penso che Tutta da aggiustare sia uno spettacolo molto trasversale, che va bene per tutti.

La carriera da regista
Lei è impegnatissima su più fronti, in particolare con la sua attività da regista, ma il teatro non lo trascura mai… Premessa: io non sono la mia attrice preferita al cinema, non ho un rapporto spontaneo con la macchina da presa, non impazzisco per quello che faccio e vorrei sempre rifare tutto. L’ultimo ruolo che ho fatto è stata la psicologa in Unicorni, da me diretto: stavo cercando un’attrice come me e i produttori hanno voluto alla fine che la facessi io. A teatro è tutto diverso, mi sento a casa: non c’è alcun filtro nel rapporto tra me e il pubblico, non a caso i miei spettacoli sono sempre interattivi, sono dei piccoli viaggi pieni di emozione che faccio con le persone.
Ormai la sua carriera da regista, tra cinema e serie tv, è consolidata. È quindi una dimensione che sente sua? Direi di si, la regia è la modalità con cui vivo e vedo il mondo, è un luogo dove io posso essere me stessa anche nei miei lati peggiori, che sono quelli che servono sul set dove il regista deve prendersi delle decisioni e delle responsabilità (che coinvolgono numerose persone) in tempi brevi.
Una peculiarità della sua regia è l’uso del genere commedia per affrontare certe tematiche, come ha dimostrato anche l’ultimo film Ancora più sexy (sequel di Pensati sexy)… Si è così: è il linguaggio che utilizzo per parlare di temi importanti che riguardano tutti noi. Non riesco a sganciarmi dalla realtà.
Prossimi progetti? Porterò Tutta da aggiustare in varie arene estive, poi sto lavorando come regista (e anche sceneggiatrice) alla serie tv Il giorno perfetto con Diana Del Bufalo e Pierpaolo Spollon, che vedrete prossimamente su Prime Video.