Trent’anni di carriera come fashion editors, direttori creativi e consulenti di moda, tra Londra, Milano e Los Angeles. Un archivio di capi trovati in giro per il mondo, e la decisione di aprirlo alle nuove generazioni. Roberta e Antonio Murr, co-founder di Archivio Pandora, raccontano in questa intervista come è nato il loro progetto, cosa significa oggi fare economia circolare nella moda, e perché Milano ha bisogno di uno spazio che ascolti davvero i giovani creativi.

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Come nasce Archivio Pandora: da cool hunter a custodi della memoria della moda.

Come è nato Archivio Pandora? Noi nasciamo come stylists e nel tempo la nostra professione si è evoluta in diverse direzioni, tra cui quella di cool hunter — ricercatori di tendenza. Abbiamo iniziato ad acquistare vintage e pezzi interessanti in giro per il mondo, perché gli uffici stile ci commissionavano ricerche. All’epoca non c’era internet, quindi si prendeva davvero un aereo, si andava nei luoghi designati, nei mercatini, nei thrift shop, si fotografava con macchine digitali e floppy disk. Nel tempo abbiamo acquistato collezioni, campionari alle svendite di fine stagione, e ricevuto donazioni di signore private. Quando siamo approdati in televisione, gli abiti sono arrivati in grande quantità. Tutto questo materiale, quando ci siamo trasferiti a Los Angeles, alla nascita di nostro figlio, è stato impacchettato e messo in un deposito. Quando ho cominciato a non riuscire a stare tranquilla all’idea di avere tutto fermo senza farlo vivere, ho proposto ad Antonio una scelta: o facevamo una garage sale e vendevamo tutto, oppure ci impegnavamo seriamente e costruivamo un archivio per creare un progetto di economia circolare. Così è nata l’idea di Archivio Pandora. Il nome ce l’avevamo già: quando siamo arrivati in questo spazio vent’anni fa, sul citofono c’era già scritto Pandora. Quando è arrivato il momento di battezzare il progetto, la risposta era davanti ai nostri occhi.

Le storie di Roberta e Antonio Murr: da Londra a Milano, fino all’incontro

Come si è sviluppata la vostra carriera prima di Archivio Pandora? Io sono andato a vivere in Inghilterra a 19 anni, ho studiato economia, mi sono laureato e ho iniziato a lavorare per una multinazionale americana. A 23 anni, a una cena, ho incontrato la direttrice di un importante magazine di moda londinese e ho scoperto che esisteva il mestiere di fashion editor. All’epoca la St. Martin School aveva solo i corsi di fashion design e textile design — tutto il mondo dell’editoria e dello styling era molto di nicchia. A fine cena ho chiesto alla direttrice se avesse bisogno di un assistente. Mi ha risposto chiedendomi se sapessi cucinare. Essendo italiano, ho risposto di sì. Per sei mesi ho cucinato per lei a casa e nel frattempo andavo in redazione ad imparare il mestiere. Dopo sei mesi mi ha assunto. Ho lavorato per anni in Inghilterra, poi mi hanno chiamato in Italia.

E come vi siete incontrati? Durante il mio periodo italiano, lei lavorava come PR presso dei nuovi studi fotografici dove io ero un cliente abituale. Siamo diventati amici, poi colleghi — la portavo con me a fare le ricerche negli uffici stampa e ho capito che era molto brava nello styling e nella production. È stato naturale chiederle di diventare prima la mia assistente, poi la mia socia, e nel tempo è nata anche la relazione. Insieme abbiamo aperto uno studio di consulenza e comunicazione moda con una quindicina di collaboratori tra fissi e freelance. Poi abbiamo deciso di tornare  a lavorare liberi come consulenti, ci siamo alleggeriti della struttura, e in quel periodo è arrivato nostro figlio Mario. Dopo qualche anno trascorso in parte a Los Angeles per lavoro, siamo rientrati in Italia anche perché Mario iniziava le elementari. Da lì ci hanno proposto un programma Tv di makeover su Sky e La7 e abbiamo cominciato a girare. 

ROBERTA E ANTONIO MURR - ARCHIVIO PANDORA (2)

E poi ogni sette anni cambiate pelle? È una nostra costante: ogni sette anni sentiamo il bisogno di evolverci e cambiare direzione. Non abbiamo paura di rimettere tutto in discussione — paese, lavoro, format. È un grande problema, ma anche il nostro motore. Così siamo arrivati ad Archivio Pandora.

Come funziona Archivio Pandora: noleggio, produzione e formazione

Come nasce concretamente il progetto? Ci ha chiamato un fotografo americano con cui avevamo lavorato a lungo: aveva una campagna per un gioielliere italiano e voleva che facessimo lo styling. Abbiamo commissionato la ricerca a delle stylist di redazione e ci hanno portato una selezione di abiti presi interamente dall’abbigliamento fast fashion — Zara, H&M, Bershka. Capi completamente inadatti ad essere fotografati con gioielli da 250.000 euro al pezzo. Siamo andati nel nostro magazzino e abbiamo tirato fuori una ventina di capi. Quando le stylist sono venute a ritirare i loro abiti, hanno visto i nostri pezzi e ci hanno chiesto di aprire l’archivio. Da lì è partito tutto.

Chi può accedere ad Archivio Pandora e per quale scopo? Inizialmente era pensato per stylist, redattrici e professionisti del settore che cercavano pezzi per produzioni fotografiche, video, cinema, teatro e musica. In poco tempo è diventato qualcosa di più: un hub di giovane creatività. Oggi arrivano studenti delle principali scuole di moda milanesi — Marangoni, NABA, IED, Raffles, Ferrari Fashion School — con i loro progetti da sviluppare, e li accogliamo, li ascoltiamo e li aiutiamo a mettere a terra quello che hanno in testa. Ma è aperto anche ai privati: se hai bisogno di un abito speciale, uno smoking, o un dress code particolare, vieni e ti facciamo una consulenza.

Come funziona concretamente per uno studente che arriva con un progetto? Lo studente arriva per il noleggio, ma poi ci mostra il mood board, capiamo cosa sta cercando e noi andiamo a costruire insieme a lui il progetto. Stylist, fotografo, videomaker, make-up artist, hair stylist, modelli, location, studio fotografico — ogni tassello viene valutato. Spesso i ragazzi arrivano con collaboratori suggeriti da amici e compagni che non sono adatti al lavoro che devono fare. Noi interveniamo, proponiamo alternative — fotografi giovani della nostra rete, modelli giusti — e aiutiamo a costruire il team migliore con i budget che hanno a disposizione. Il nostro obiettivo è sempre lo stesso: spingerli a fare un lavoro che serva al loro portfolio, non un compito scolastico.

ROBERTA E ANTONIO MURR - ARCHIVIO PANDORA (2)

Quali sono i servizi di produzione che offrite? Ricerca degli abiti, ricerca del fotografo, ricerca del videomaker, ricerca dello stylist, ricerca del make-up artist e hair stylist, ricerca dei modelli, ricerca dello studio fotografico, ricerca della location. Tutto quello che serve per realizzare un servizio fotografico o un fashion film.

C’è anche un servizio di accesso per uffici stile e professionisti che vengono a fare ricerca? Sì. Abbiamo introdotto una policy: chi viene a fare ore di ricerca paga un ingresso, che poi viene scalato sul noleggio nel momento in cui affitta dei pezzi. Altrimenti capitava che i professionisti passassero ore qui, prendessero ispirazione e se ne andassero senza fare nulla. Non era sostenibile per noi.

L’archivio e i pezzi iconici: dalle scarpe di Beyoncé alla camicia di Lenny Kravitz

Ci sono pezzi dell’archivio di cui andate particolarmente orgogliosi? Abbiamo le scarpe che Giuseppe Zanotti realizzò per Beyoncé per i Grammy, comprate direttamente da lui più di venti anni fa tramite una PR amica — sono rimaste nell’archivio da allora. Poi c’è la camicia di Lenny Kravitz, che ha usato per un concerto. E una tuba che mi regalò Vivienne Westwood quando la incontrai a Londra per la prima volta: mi prese da parte e mi disse “this is for you” — era un pezzo limited edition. Qui quasi ogni capo ha una storia.

I capi più preziosi escono per i noleggi? Con molta selezione. I pezzi di grande valore li teniamo negli armadi — occhio non vede, cuore non duole. Quando arriva qualcuno che ha davvero bisogno di quella chicca — una stylist per un redazionale importante o per un personaggio famoso, per esempio — allora la tiriamo fuori. Con i ragazzi cerchiamo di accontentarli su tutto, ma pilotiamo le scelte verso pezzi altrettanto belli e interessanti, non necessariamente i pezzi iconici. Tutti i noleggi sono coperti da contratto: chi ritira si prende la responsabilità del capo.

Il futuro della moda e la crisi del sistema: la visione di Roberta e Antonio Murr

Il settore della moda sta attraversando un momento di crisi. Come lo leggete? Il sistema della moda ha smesso di vendere sogni e si è concentrato sulla finanza. Ma come fai a vendere un capo di lusso se non vendi prima un sogno? Oggi i consumatori hanno una consapevolezza profonda dei costi di produzione — sanno che un pantalone può costare 5 euro o 3.000 a seconda del brand. Se togli il sogno, il valore che rimane deve essere concreto e autentico. Le nuove generazioni sono avanti anni luce su sostenibilità e tracciabilità: non comprano un brand perché è famoso, ma perché quel brand ha reinvestito sull’artigianalità, sull’unicità, sull’autenticità. Chi ha saputo tornare alle origini e valorizzare la manifattura sta raccogliendo i frutti. Chi ha inseguito le tendenze del momento senza una direzione chiara sta pagando il prezzo.

ROBERTA E ANTONIO MURR - ARCHIVIO PANDORA (2)

E nel mondo dell’editoria di moda? L’editoria è in crisi per motivi simili. Quando un magazine smette di avere un punto di vista proprio e si fa condizionare dagli inserzionisti, perde ragione di esistere. Franca Sozzani aveva una direzione editoriale fortissima: attraverso la moda raccontava il tempo che vivevi, le guerre, l’ambiente. Osava, era una visionaria. Vogue Italia in quel periodo era collezionabile. 

Qual è il futuro della moda italiana? Deve tornare alle origini con l’artigianalità. È quello che ci distingue nel mondo e va valorizzato, non abbandonato. E le scuole devono smettere di sfornare migliaia di stylist e designer ogni anno, perché il mercato non li può assorbire tutti. Bisogna formare ricamatori, modellisti e, sarti, calzolai, tutti i tipi di artigiani. Questi sono i nuovi lavori del lusso. Solo così si ridà valore a tutto il sistema.

È sconveniente dire le cose come stanno? È liberatorio. Sì, paghiamo un prezzo — viviamo un po’ nella nostra bolla, non ci mischiamo dappertutto. Ma siamo arrivati a un punto della vita in cui la cosa che ha più senso è dare. Siamo stati molto fortunati a ricevere tanto in questi anni, e sentiamo la responsabilità di trasmettere quello che sappiamo alle nuove generazioni. Se investi su di loro, il karma fa il suo giro. Questa nuova generazione ha bisogno di essere vista e ascoltata. Noi proviamo a farlo.

Lo styling è un dono? Il talento secondo Roberta e Antonio Murr

Lo styling si può imparare, oppure o ce l’hai o non ce l’hai? Di base è un dono. Si riconosce subito da come una persona entra in uno spazio e guarda le cose. C’è chi le guarda così, en passant, e chi ci entra dentro — nota i dettagli, vede ogni pezzo per quello che è davvero. Quello si vede, non si impara. Poi la tecnica, la cultura, il know-how si acquisiscono con il tempo e con l’esperienza. Ma l’occhio o ce l’hai o non ce l’hai.

ROBERTA E ANTONIO MURR - ARCHIVIO PANDORA (2)

Cosa consigliereste a un giovane che vuole lavorare nella moda in Italia? Imparare tutto quello che c’è da imparare qui, perché l’Italia ha ancora competenze che il mondo ci ammira. E poi aprirsi all’estero. Se questo paese non inizia a investire davvero nelle nuove generazioni — in tutti i settori, non solo nella moda — e a valorizzare l’artigianalità come la risorsa che è, i talenti continueranno ad andarsene. E forse faranno bene.

CREDITI:

Foto: Daniele poli @danielepoli_photo
Make up & hair : Alexandra Scarlat @alexandrascarlatmua