C’è un bagno padronale di Villa Lanfranchi a Palazzolo sull’Oglio che durante la prima edizione della Brescia Design Week ha smesso di essere un bagno per diventare qualcos’altro: un organismo vivo, pulsante, capace di parlare attraverso radici, muschio, luce e suono.

L’ha trasformato Cecilia Paganini, founder de La Fiorellaia, Flower Design Studio riconosciuto a livello internazionale, con l’installazione Anatomia Domestica — un’ode all’invisibile che sostiene il visibile, costruita partendo da una tubatura dismessa e da una domanda semplice quanto profonda: cosa c’è sotto quello che vediamo?

Cecilia Paganini, Founder La Fiorellaia
Cecilia Paganini, Founder La Fiorellaia

Cecilia Paganini e l’installazione Anatomia Domestica

Abbiamo visto la tua opera. Come è nata? Quando i curatori mi hanno coinvolta nel progetto, desideravano che una parte della villa si aprisse simbolicamente alla natura. La natura, quando viene lasciata libera di esprimersi, possiede una forza straordinaria: tende a riconquistare gli spazi, a trasformarli e a renderli nuovamente vivi. In questa villa, rimasta disabitata per oltre sessant’anni, questa energia è sempre stata contenuta, ma l’idea era proprio quella di lasciarla emergere. Lo spazio che mi è stato affidato presentava già una particolarità architettonica: gran parte dei sanitari era stata rimossa e rimanevano soltanto alcuni elementi originali. In particolare, mi ha colpita una tubatura rimasta senza una funzione apparente, quasi privata della sua naturale evoluzione. È stato proprio da quel dettaglio che ha iniziato a prendere forma l’opera. I curatori mi avevano mostrato alcune suggestioni iniziali, ma ho sentito subito la necessità di costruire un racconto più profondo. Sono partita dal tema dell’edizione, Scenari Domestici, e mi sono chiesta cosa esistesse oltre ciò che siamo abituati a vedere. Da questa riflessione è nata l’idea di rappresentare l’esplosione dell’invisibile. Il tubo diventa quindi una metafora di tutto ciò che sostiene il visibile senza essere percepito. L’architettura della villa è meravigliosa e comunica emozioni immediate, ma cosa accade sotto la superficie? Esiste un mondo nascosto che permette a tutto di funzionare: le tubature, le connessioni, i flussi. Lo stesso vale per l’essere umano, fatto di sensazioni, energie, emozioni e percezioni che spesso non vediamo ma che determinano ogni esperienza. Anatomia Domestica è un’ode a questo universo invisibile. Il taglio netto della luce, il paesaggio sonoro, il profumo diffuso nell’ambiente e la presenza stessa della materia vegetale invitano a riflettere su ciò che esiste pur rimanendo nascosto ai nostri occhi. Ho voluto coinvolgere i sensi in modo completo, perché l’invisibile si manifesta spesso attraverso ciò che sentiamo più che attraverso ciò che osserviamo. Le piante erano la scelta più naturale per raccontare questo concetto. Sono organismi vivi, in continua trasformazione, mai uguali a sé stessi. Crescono, respirano, cambiano forma e portano con sé un’identità fatta di energia, presenza e profumo. Anche il muschio racconta perfettamente questa idea di resilienza: può sembrare secco e inattivo, ma basta l’acqua perché torni immediatamente a vivere. Riesce a radicare nell’ombra e ad adattarsi anche alle condizioni più difficili. In fondo, rappresenta perfettamente la forza silenziosa di ciò che non si vede, ma che continua a esistere e a generare vita.

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Come nasce un progetto di questo tipo? Come lavori? In maniera abbastanza istintiva. Parto sempre da un’ispirazione istintiva, c’è proprio un sentire. Anche la scelta di inserire la carta da parati — che si interseca con la natura, con qualcosa che prende vita e rappresenta l’esplosione del sentire — per me era impossibile non farlo. Le Demodé de La Fiorellaia per me sono un gancio, un uncino di pensiero. Quando sono entrata la prima volta in questa villa, una delle prime cose che ho notato sono state le carte da parati in ogni stanza, così potenti — sono già delle opere in sé. Per me era imprescindibile, era il riferimento che rappresentasse l’ambiente che accoglie l’opera.

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L’atmosfera sonora dell’installazione sembrava quasi l’elemento che unisse l’invisibile al visibile — come un battito del cuore. Come è stata costruita?

Per raccontare ciò che resta nascosto agli occhi ho scelto di coinvolgere ogni senso, perché alcune presenze si colgono più attraverso le emozioni e le percezioni che attraverso la vista. Abbiamo indagato insieme allo Sound Design Studio di Mariel – che ha curato l’intera esperienza sonora della Brescia Design Week – diversi suoni partendo da quello di un ruscello, ma ci siamo resi conto immediatamente che era troppo impetuoso. A quel punto ho chiesto a Marcello, anima creativa dello studio Mariel, di trovare qualcosa di più cupo e intimo, lui è tornato da me con quello che è diventato il suono dell’opera: una goccia, lenta, imprecisa e viva all’interno di una caverna. Era perfetto per trasmettere il concetto alla base dell’installazione. Abbastanza lento, abbastanza riflessivo da trasmettere qualcosa che scorre dentro di noi, ma anche dentro un ambiente domestico che porta vita. Suono e vita, luce

La Brescia Design Week e il senso di fare rete

Cosa hai pensato quando ti hanno contattata per questa edizione? Conoscevo già Cinzia e ho sempre avuto una grande stima per lei. È una persona estremamente brillante, capace di trasformare le idee in progetti concreti con una velocità e una determinazione rare. Quando mi ha coinvolta, mi sono fidata immediatamente: sapevo che, se c’era lei, c’era anche la volontà e la capacità di portare a termine qualcosa di significativo. E così è stato. Abbiamo lavorato intensamente, spesso sacrificando il sonno, ma con la convinzione di costruire qualcosa che meritasse davvero di esistere. Paradossalmente, una delle cose che ho apprezzato di più è stata proprio quella che inizialmente aveva scoraggiato molti. In tanti ci hanno detto che era troppo tardi, che non ci fossero le condizioni per realizzare un progetto di questa portata. Credo invece che la forza di questa prima edizione risieda proprio lì: nel desiderio autentico di fare bene, di esprimere la propria creatività e di valorizzare un territorio che ha enormi potenzialità. Brescia ha molto da raccontare e questa esperienza lo ha dimostrato. C’era la volontà di fare rete, di condividere competenze e di credere nelle proprie capacità. L’aspetto che più mi ha colpita è stato l’equilibrio creatosi tra tutte le persone coinvolte. Mettere insieme professionalità diverse non è mai semplice, eppure non ho percepito alcun conflitto. Ognuno ha trovato il proprio spazio, contribuendo con la propria sensibilità senza sovrapporsi agli altri. È proprio questa armonia ad aver reso il risultato così efficace. Ogni elemento era dove doveva essere, ogni scelta aveva una ragione precisa. Dietro ogni oggetto, ogni allestimento e ogni dettaglio floreale c’era un pensiero progettuale condiviso. Dal sound designer al flower designer, dal set designer ai professionisti che si sono occupati dell’architettura, della comunicazione visiva, della fotografia e del video, tutti hanno avuto la libertà di esprimere il meglio del proprio lavoro. Senza schemi rigidi, senza protagonismi, ma con un unico obiettivo comune: realizzare qualcosa di bello e farlo nel miglior modo possibile.

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La prima edizione della Brescia Design Week vista dai curatori

La Brescia Design Week nasce da un incontro quasi casuale tra quattro curatori, tra cui Nicola Sozzi e Cinzia Maggi, colleghi dell’Accademia LABA, la Libera Accademia delle Belle Arti di Brescia, che non si conoscevano davvero fino al momento in cui lei è entrata in classe da lui — a lezione non ancora finita — e ha proposto di portare una Design Week nel territorio bresciano. Da lì, come racconta Nicola Sozzi, “è partita la follia.

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Cecilia Paganini, Founder La Fiorellaia

La scelta di Villa Lanfranchi a Palazzolo sull’Oglio riflette una visione precisa: usare il design come mezzo per scoprire il territorio, non come vetrina urbana. “Brescia Design Week non vuol dire necessariamente la città di Brescia”, spiega Cinzia Maggi. “È il territorio bresciano che vogliamo celebrare — quest’anno Palazzolo, l’anno prossimo Ponte di Legno, l’anno dopo Toscolano Maderno. Abbiamo il vantaggio di avere un territorio con così tante perle.”

La stanza del cuore per entrambi è il talamo, la sala con il grande divano di Acerbis: “È una stratificazione di elementi — componenti artistiche, design industriale, collectible design, modernariato. È un po’ il manifesto di questa edizione”, dice Nicola Sozzi.

“Un aspetto interessante è che, fin dall’inizio, abbiamo immaginato ogni stanza in funzione dell’esperienza che volevamo far vivere al visitatore. Le aziende e i professionisti coinvolti sono stati selezionati anche sulla base delle relazioni e delle collaborazioni costruite negli anni, ma soprattutto in base alla loro capacità di interpretare una precisa visione progettuale. Nel caso del bagno, ad esempio, avevamo immaginato fin da subito uno spazio in cui la componente naturale fosse protagonista. Volevamo che quell’ambiente avesse un’anima organica, floreale, capace di dialogare con l’architettura e con la storia della villa. Quando questa idea ha iniziato a prendere forma, ci è sembrato naturale pensare a Cecilia Paganini e a La Fiorellaia. Non solo per la sua competenza come flower designer, ma per la capacità di portare sempre una lettura più profonda dei luoghi e degli spazi, aggiungendo una dimensione narrativa e concettuale al progetto. Non a caso, oltre al talamo con il grande divano Acerbis, la stanza firmata da La Fiorellaia è stata una delle nostre preferite. È uno spazio che riesce a sorprendere, a coinvolgere emotivamente e a raccontare perfettamente quella contaminazione tra design, natura e percezione che rappresenta l’essenza di questa prima edizione della Brescia Design Week” ha concluso Cinzia Maggi.

Già al lavoro sulla prossima edizione, i due curatori ci svelano che – insieme agli altri due curatori Camilla Rossi e Federica Merati – stanno già pensando a una serie di eventi collaterali che costruiscano nel tempo una rete attorno alla BDW 2027.