La luce diventa materia, il colore si trasforma in emozione. Con Ninfee, Antonio Riva rende omaggio all’Impressionismo e alle atmosfere sospese di Claude Monet, traducendo l’arte in un linguaggio couture fatto di velature, sovrapposizioni e ricami materici.
In questa intervista, il direttore creativo di Antonio Riva Milano racconta il dialogo tra forma e fluidità, la ricerca tessile e la palette cromatica che definisce la nuova collezione, presentata a Milano come sintesi di artigianalità, visione e cultura del dettaglio.
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Antonio Riva racconta la collezione Ninfee
La collezione Ninfee nasce dall’immaginario dei quadri di Monet. Qual è il suo rapporto con l’arte? Amo profondamente l’arte, è una fonte costante di ispirazione. Tutti i miei viaggi sono legati a mostre ed esposizioni e faccio parte del consiglio di una fondazione d’arte: per me l’arte è davvero pane quotidiano.
Ninfee nasce come omaggio alle atmosfere sospese dei laghetti dipinti da Claude Monet e alla poetica dell’Impressionismo. Mi hanno ispirato soprattutto i colori e la luce: quei toni tenui e cangianti che ho reinterpretato in stampe studiate con grande attenzione e in linee fluide, quasi evanescenti. Volevo che luce, movimento e riflessi diventassero materia.
In questa collezione la luce sembra diventare quasi un materiale. È stata una scelta precisa? Assolutamente sì. Io sono solitamente molto essenziale, amo linee pulite e spesso prive di ricami. In questa collezione, invece, ho scelto di intervenire con maggiore decisione, inserendo ricami e applicazioni che rendessero l’abito più materico.
La luce non è solo un’ispirazione estetica, ma diventa parte della costruzione stessa del capo. I ricami, le stampe leggere e le applicazioni aggiungono vibrazione e profondità, come accade nei dipinti impressionisti.

Alcuni look trasmettono immediatamente una sensazione di acqua, leggerezza e movimento. Come ha lavorato sui tessuti? La collezione alterna tessuti strutturati come il mikado – che amo molto e utilizzo spesso – a materiali più fluidi e impalpabili.
Ho lavorato su trasparenze, velature e sovrapposizioni che evocano i livelli dell’acqua. Organza quasi liquida, satin e mikado dialogano tra loro creando superfici che sembrano in continua trasformazione. Anche quando il tessuto appare leggerissimo, è sempre sostenuto da strutture interne ben costruite, come bustier o basi sartoriali precise. Mi interessa molto questo equilibrio tra forma e fluidità.
Oltre ai tessuti tradizionali, ha sperimentato nuove lavorazioni? Sì, c’è stata una ricerca importante soprattutto nei ricami applicati su tessuti inusuali. Normalmente il ricamo viene eseguito su basi molto nobili e classiche; in questo caso abbiamo lavorato, ad esempio, su crinoline di seta con una tecnica artigianale complessa.
È un processo delicato e articolato, ma il risultato finale restituisce una superficie viva, vibrante, con una qualità quasi pittorica.
La palette cromatica è intensa ma allo stesso tempo delicata. Quale colore pensa sarà protagonista della stagione? La palette richiama i giardini impressionisti: viola e glicine, verdi acidi e profondi, blu intensi, fino a rosa amarena e marron glacé. È un equilibrio dinamico, dove i colori sembrano scivolare l’uno nell’altro.
Detto questo, la palette più tenue è quella che sta riscuotendo maggiore interesse, soprattutto per abiti dedicati a cerimonie e occasioni speciali. I toni delicati hanno già dimostrato un forte appeal sulla clientela perché trasmettono eleganza e raffinatezza senza eccessi.

Si percepisce una differenza tra abiti più formali e altri più giovani. È una scelta voluta? I nostri abiti vanno sempre visti indossati. Partiamo da modelli in mikado, più formali e strutturati, ma anche una clientela giovane li sceglie e, una volta indossati, assumono un carattere diverso.
La nostra forza è creare abiti capaci di valorizzare la donna a qualsiasi età. Non è una questione anagrafica, ma di attitudine e di come l’abito dialoga con il corpo.