Don’t Look Up è una delle ultime uscite sulla piattaforma Netflix, e da quando è disponibile in streaming non si sta parlando d’altro.

Nonostante il trailer accattivante però, in redazione non siamo mai stati troppo convinti che questo film valesse le due ore e passa di visione. Complice il periodo che poco invoglia alle uscite mondane, abbiamo deciso di vederlo. Ecco cosa ne pensiamo.

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La trama di Don’t Look Up

Il film inizia con la solita sequenza tipica di quasi ogni film apocalittico: durante una normale notte al telescopio, l’aspirante candidata al dottorato del Michigan State Kate Dibiasky, interpretata da Jennifer Lawrence, individua un’anomalia nel cielo.

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L’eccitazione iniziale per la scoperta di una nuova cometa lascia ben presto il posto all’esitazione e poi al panico quando il professor Randall Mindy (Leonardo DiCaprio), che esegue i calcoli, si rende conto che l’oggetto sta per scontrarsi con la Terra. Tempo rimasto al nostro pianeta: poco più di sei mesi e mezzo. Con l’aiuto del Dr. Teddy Oglethorpe (Rob Morgan) dell’Ufficio di coordinamento della difesa planetaria della NASA, i due scienziati vengono subito portati a Washington per parlare con il presidente Orlean, interpretato da una sempre fantastica Meryl Streep nei panni di una combinazione di Sarah Palin, Donald Trump ed Hillary Clinton, troppo impegnata ad affrontare uno scandalo di un candidato alla Corte Suprema per fare qualcosa per la possibile apocalisse.

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Kate e Randall decidono allora di rivolgersi direttamente ai media, andando con uno sconcertante talk show mattutino condotto da Cate Blanchett e Tyler Perry; ben presto capiscono che essenzialmente a nessuno importa della loro scoperta. Lo sfogo di Kate al riguardo si trasforma in un meme arrabbiato, mentre Randall diventa un improbabile rubacuori virale, e così la storia scivola nella frenesia quotidiana.

Don’t Look Up non convince: ecco perché

Dopo una serie di scene di panico generale e follia pre-disastro, Don’t Look Up inizia finalmente ad avere un qualche senso, dimostrando che effettivamente ci sono aspetti dell’esistenza umana che vale la pena preservare: ce lo dimostrano Melanie Lynskey, nei panni della moglie di Randall, così come un sorprendentemente dolce Timothée Chalamet nei panni di un burnout evangelico. Ma è solo verso la fine che Don’t Look Up si permette di parlare della frustrazione e della paura che derivano dal non avere risposte, e il terrore di sospettare che non ci sia una vera via di uscita: è un sentimento molto più vulnerabile della rabbia incipiente che contraddistingue i primi due terzi del film.

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Don’t Look Up si propone di imbottigliare il caos e la confusione che stiamo vivendo tutti in questo momento: il risultato è un film discordante e confuso che fa un ottimo lavoro nel catturare la miscela unica di esaurimento e la rabbia che ci siamo trascinati dietro negli ultimi anni. È fisicamente impossibile per noi diventare più preoccupati: dobbiamo spegnere l’ansia e goderci la vita in qualche modo. Ovvero, non vedendo questo film.

I problemi in Don’t Look Up

Nonostante le ottime premesse, la trama di “Don’t Look Up” non è solo è tremendamente noiosa, ma rende anche costantemente consapevoli di ciò che questo film non sta facendo. A parte il fatto che è pieno di vuote sequenze comiche che dovrebbero far ridere, ma fanno solo venire un gran nervoso, ma non dice nulla di nuovo su come la disinformazione sia diventata una causa politica, o su come gli scandali siano il vero oppio per le masse, che si tratti di una pop star o del presidente. Certamente ha poco da offrire sul ruolo che la tecnologia gioca in questo film, con Mark Rylance che interpreta un mezzo Elon Musk e un mezzo Steve Jobs.

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Come satira, è chiaro ciò che il regista Adam McKay sta cercando di ottenere: sostituendo un’apocalisse con un’altra, dobbiamo imparare dalle nostre controparti fittizie e svegliarci prima che sia troppo tardi. Le frustrazioni di Kate e Randall crescono in modo esponenziale mentre vengono derisi e ignorati per aver cercato di convincere sia la popolazione che i politici a prestare attenzione alle loro chiamate. Ovviamente, nessuno ascolta e se per caso qualcuno ha accidentalmente il buon senso di fidarsi della scienza, allora il denaro lo convincerà rapidamente del contrario. Niente di nuovo sotto il sole.

Don’t Look Up: è un film da vedere?

È quasi irrilevante che questo sia ancora il peggior film di McKay, perché c’è qualcosa di molto più esasperante nella promessa, nel potenziale e nell’importanza che Don’t Look Up si auto attribuisce. Si tratta, ovviamente, del riscaldamento globale e di come non stiamo facendo abbastanza al riguardo, una premessa divertente per una commedia costellata di star. Ma niente di più.

Insomma, se proprio non avete nulla da vedere buttatele un paio d’ore per Dont’ Look Up, ma se avete qualsiasi altro titolo nel vostro elenco non pensateci due volte.