8 marzo: un giro in bicicletta fra (gentil)uomini

Il ciclismo è un'isola felice di parità di genere e fair play. E sempre di più si incrociano gruppi misti, dove la presenza femminile è in crescita. Bello fare parte di questa realtà. Però... essere l'unica donna di un gruppo maschile ha sempre il suo perché...

Sì ho proprio scritto “fra” e non “con”. Perché l’essenza di questo articolo è nella natura trasversale e densa di significato di questa semplice preposizione.

In tempi in cui, va detto, sembra che le conquiste delle nostre nonne e delle nostre madri s’infrangano su un’insorgente nuova ondata di sessismo, quando ancora il salario di una donna è spesso inferiore rispetto a quello del collega maschio – che fa le stesse cose – o c’è la promessa di un “pezzo di terra” per chi fa il terzo figlio, come se la maternità fosse un mezzo per produrre braccia per l’agricoltura o carne da cannone, ecco che, passato l’ennesimo e forse inutile 8 marzo non fa mai male soffermarsi su certi temi.

Ma, e per fortuna c’è un “ma”, esistono ancora territori di inaspettata parità. Sorprendenti perché non te li aspetti. Parliamo infatti di ciclismo. Uno sport che comunque vede la differenza fra uomo e donna. Inutile far finta di nulla… le nostre gambette femminili non sono certo in grado di sviluppare quella muscolatura che permette di fare il record dell’ora con 54,526 km e tuttavia, anche se quello femminile ha una differenza di oltre 6 km, il ciclismo, che poi è in un certo senso anche gioco di squadra, non solo consente di fare uscite miste, ma addirittura gare tutti insieme, senza distinzioni di genere (ad esempio le crono).

Naturalmente è il ciclismo amatoriale, quello praticato dalla gente comune. Ma è proprio questo il bello. Mentre il calcetto, per esempio, rimane gioco rigorosamente diviso tra generi anche se si pratica fra amici nel week end, il ciclismo ha la facoltà di produrre spesso gruppi misti, con uomini e donne. Certo. Noi cicliste siamo ancora una minoranza. Ma ci siamo. E lottiamo insieme a voi.

Amicizia e follia nel ciclismo. Chi se li scorda i due che in Israele al Giro d’Italia hanno scortato la carovana rosa? (frame RAI)

Così è stata una bella conferma l’uscita di domenica scorsa. Il messaggino d’invito di Alfredo Zini, ristoratore generazionalmente vicino al ciclismo e consigliere FCI, mi sorprendeva proprio quando incominciava a ronzarmi in testa la voglia di riaffrontare la Brianza. Erano mesi, da un ultimo episodio in novembre segnato da una bella cotta, che non osavo più metterci ruota… e così eccomi all’appuntamento nel suo ristorante, Al Tronco. Un posto dove spesso si conoscono ciclisti che hanno fatto la storia e che la fanno ancora. Ore 9.00. Un orario gentile e rassicurante, quindi. Non la levataccia all’alba che, già di per sé, con il suo carico di solitudine, ti fa sentire più debole.

E il gruppetto si profila interessante perché sarà con noi Riccardo Magrini, il “Magro”, due amici di Alfredo, Michele e Umberto, che riconosco come parte dell’ASD Equilibrio Urbano, che è anche il mio negozio-meccanico preferito, e… ci sarà persino un Generale dei bersaglieri. Anzi, dovrei dire “il” Generale. Perché scopro che è la stessa persona di cui mi ha sempre parlato Mario Bodei, presidente di dateciPista. Proprio lui, il Generale Angelo Giacobino della ex caserma Mameli dei Bersaglieri di Viale Suzzani, che ha fatto tanto per il ciclismo attirando in squadra i migliori talenti.

Ecco il gruppo quasi al completo occasionalmente fermo ad una rotonda con il Magro (Riccardo Magrini) a sinistra, Alfredo Zini al centro e, nella foto a destra, con il Generale Angelo Giacobino

E quindi sapete che c’è? Con queste premesse, niente ansia da prestazione. Sì, perché siamo tra “noi” uomini e allora la competizione s’infrange sulla spiaggia confortevolissima della differenza di genere. È forse questa l’alchimia perfetta. Beata fra gli uomini e, al tempo stesso, percepita come una di loro, con due braccia, due gambe, un cuore (o due?) e due polmoni.

La mano del “Magro” sulla bassa schiena mentre spingo sulla Sirtori? Molto gradita e zero maliziosa. Ci voleva proprio. E il consiglio che segue è ancora più apprezzato: “dopo la spinta continua a pedalare…”. Giusto. Non aveva mica senso infatti spegnere la propulsione nella beata – e un po’ idiota – inerzia. La trappola in cui ho rischiato di cadere. Su su muoviamo le gambine, forza!

Così, via via che i km passano, superati già i 60, capita anche di sentire scorrere copiosa l’energia. Qualcuno mi sta forse spingendo? Come mai non faccio fatica? Ed è bello allora attaccare nei momenti in cui sento che finalmente le gambe si sbloccano, o meglio, sbocciano in vista della primavera.

Un diverso modo di uscire in gruppo

Avevo infatti qualche timore sulla riconquista della Brianza.
Non posso essere la ciclista che si prepara con tabelle ed esercizi durante l’inverno. Non ne ho il tempo. Devo accontentarmi di scommettere sul mio dna e sulla mia capacità di immaginarmi strepitosamente talentuosa, così da crederci veramente e portare il sogno laggiù, fino ai pedali.
Per immaginarsi, per percepirsi forti, non c’è niente di meglio che sentirsi uguali agli altri. Ed è proprio questo che ho provato nella mia prima Brianza di stagione fra uomini. Anch’io sono stata, per una volta, ufficiale e gentiluomo.

(La foto della cover è tratta dal telefilm HBO “Tour de Pharmacy”, irriverente commedia dedicata alle pazzie del doping negli anni ’80)

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