Per una volta questa rubrica di Fashion Times parlerà veramente di moda. Moda donna per dirla tutta e tuttavia applicata ad un settore, quello sportivo ciclistico, che vede spesso case anche importanti relegare alle appassionate cicliste soluzioni non sempre convincenti. Come se ancora molti produttori non si fossero accorti che sì, ci siamo anche noi, e spesso, com’è tradizione femminile, abbiamo quell’esigenza estetica in più rispetto ai signori ciclisti spesso propensi ad accostare colori con la sensibilità di un daltonico oppure uscire logati a porzioni come il disegno dei tagli del manzo dal macellaio.

Conoscevo Milly De Mori da qualche tempo, ma è con la bicicletta che si può dire ci siamo veramente incontrate e probabilmente reciprocamente apprezzate nella nostra pedalata sempre più convinta. Abbiamo visioni diverse, ma il bello è questo. Ad esempio sento spesso Milly parlare di “fatica”, che è nobilissima condizione umana ed esprime le sudate tappe che ha personalmente compiuto per realizzare il piccolo-grande miracolo di farcela sempre di più e sempre meglio. Con classe e stile. A me invece, in quanto nota spaccona, viene da associare alla mia personale attività ciclistica la parola “velocità”. Che poi riesca effettivamente a raggiungere qualcosa che ci assomiglia vagamente questa è un’altra storia. Ma l’importante è crederci. E calarsi nella parte.
Così Milly, proprio perché ci crede, ha scommesso su un’idea che mancava: un brand per sole cicliste.

La grinta della grimpeur di Milly De Mori, in primo piano a sinistra. Insieme a lei (o meglio, dietro) la sottoscritta, Iryna, Sarah, Arianna e Susan. Ovvero il primo gruppo No Gods No Masters!

 

Quando e come è nata l’idea di creare una linea tecnica per ciclismo solo per donne?

È un po’ una situazione da start-upper nel senso che ho creato un brand cercando di soddisfare un vuoto sul mercato, mancava cioè una realtà solo per donne.
Sono una ciclista appassionata, esco tutto l’anno e mi alleno con regolarità.
Quando ho iniziato l’offerta di abbigliamento per le donne era veramente risicata e quei pochi capi che c’erano erano brutti esteticamente, per tipo di fantasie, colori, vestibilità. Oppure erano poco tecnici e non prendevano in considerazione le vere necessità di una donna (mettere un tocco di rosa o fucsia su un prodotto non è abbastanza).

Per disperazione mi compravo la XS o XXS (molto rara) da uomo di un paio di brand stilosi, ma dovevo scendere a grandi compromessi anche perché progredendo nella pratica e diventando sempre più esigente mi sono trovata ad un punto in cui non riuscivo a trovare un capo che andasse veramente bene.
Per buttarmi in questa avventura e partire con No Gods No Masters ci sono voluti circa 3 anni per disegnare il mio prodotto ideale, trovare i fornitori, ricercare i tessuti e tutta la trafila che partire da zero in qualsiasi business richiede.

Da quanto tempo pratichi ciclismo e come hai scoperto questo sport?

Sono poco più di 12 anni.
Un’amica mi aveva proposto di prendere una bici da corsa e così abbiamo fatto. Una entry level di Decathlon e andavamo su e giù per il Naviglio Grande. Ho visto che ogni volta volevo migliorarmi, andare più veloce, stancarmi di meno e imparare. Così è nata una grandissima passione, mi sono messa a leggere e a raccogliere quante più informazioni possibile sia tecniche sia meccaniche, di allenamento ecc… e non mi sono più fermata.

La tua linea si chiama No Gods No Masters… quale messaggio vuoi lanciare?

La differenza tra uomo e donna in questo sport è abissale, sia per fisionomia (e relativa performance) che per attitudine e mindset.
Ho vissuto in prima persona tutto l’iter emotivo in primis e fisico poi nel percorrere le varie fasi partendo come assoluta principiante per poi arrivare ad essere una ciclista mediamente esperta. Mi sono sempre trovata più a mio agio quando c’erano delle altre donne con cui fare gruppo così da condividere le piccole e grandi difficoltà sulle due ruote.
No Gods No Masters è un inno alla libertà e all’emancipazione da tutti quei timori e quelle paure che spesso noi donne proviamo, da quella vocina che a volte ci dice che non siamo fatte per “qualcosa” oppure da quei limiti che ci poniamo pensando che ciò che è più difficile sia irraggiungibile.
Non è così. Ognuna di noi è capace di fare qualsiasi cosa. Basta un po’ di pazienza e la voglia di imparare e mettersi alla prova.
No Gods No Masters nasce proprio con questa convinzione. Mi piace definirlo prima una community/motivational brand e poi un brand di abbigliamento per il ciclismo.
L’idea è di fare gruppo tra donne, aiutarci, imparare l’una dall’altra e divertirsi insieme sentendoci libere nel vivere questo sport come più ci piace.

Sarah Cinquini, in primo piano, guida la carovana…

Parliamo di stile: i capi della tua linea non sono chiassosi come molte proposte per il ciclismo né enfatizzano un colore, il fucsia, che spesso imperversa nei capi per donna. Qual è l’ispirazione?

Purtroppo non basta mettere del rosa o il fucsia per definire un prodotto “per donne”. Ci vuole altro, ma purtroppo sembra che tanti brand oggi non la pensino così.
Nella collezione ho riversato il mio gusto personale e la predilezione per un look più minimale con la convinzione che se ti vesti in un certo modo dal lunedì al venerdì, non vuoi certo stravolgere il tuo senso estetico perché sei sulle due ruote. Anzi.

La vestibilità dei capi per un ciclista è sempre molto importante. Si può dire che a volte “ispiri” la prestazione. Parlando quindi di modellistica hai lavorato con criteri particolari o innovativi?

La prestazione dipende sempre dalle gambe, testa e cuore, ma come sei vestito può sicuramente aiutare.
Sicuramente per il pantaloncino, che secondo me è il capo chiave per ciascun ciclista.
Qualsiasi pantaloncino sbagliato può trasformare la più bella pedalata in un inferno.
 Lo stesso vale per capi particolarmente tecnici come gli anti vento o le giacche invernali.
La mia diretta esperienza sul campo ha guidato le scelte tecniche che ho quindi trasferito nella collezione.
Ho patito qualsiasi tipo di freddo e condizione climatica, ho fatto una grandissima fatica a trovare l’assetto giusto in sella… il che mi ha forzato a studiare non solo la scienza della bio-meccanica, ma anche lo studio di un pantaloncino che possa rispettare tutte le esigenze di assetto e comodità in sella. 
Sono anche una persona appassionata di ricerca e di tecnologia, perciò sia i tessuti che gli accorgimenti tecnici nascono da uno studio approfondito per ciascuno dei capi.

Iryna Bukhanska e la sua ben nota (vera) velocità

La stagione del debutto è stata la primavera/estate. Ci vuoi raccontare cosa hai preparato per l’inverno?

La collezione invernale prosegue sullo stesso principio della primavera/estate, e cioè altissima qualità di tessuti e lavorazioni.
Sia la giacca invernale sia la salopette sono 100% antivento e utilizzano il migliori tessuti in fatto di leggerezza, mantenimento del calore e traspirabilità.
Stesso discorso per il cappellino sotto casco. La maglia a maniche lunghe di mezza stagione è anch’essa estremamente leggera e performante in tutte quelle condizioni che si attestano tra i 12 e i 20 gradi, a seconda del primo strato utilizzato.

Qual è l’ideale tipo di donna che vorresti vestire con il tuo brand?

La collezione No Gods No Masters si rivolge sicuramente ad una cliente esigente che valorizza la qualità del Made in Italy e ricerca un prodotto particolare e ricercato.
La scelta di offrire solamente la salopette (e non il pantaloncino semplice) viene sicuramente apprezzato da quelle cicliste leggermente più esperte e meno da coloro che hanno appena iniziato a pedalare.

Arianna e il famoso cappello No Gods No Masters

Sempre più donne praticano il ciclismo agonistico. Un fenomeno in espansione che non coinvolge solo le più giovani che potrebbero ambire a risultati sportivi. Cosa è cambiato secondo te rispetto al passato? Come si è evoluto il punto di vista femminile in questo senso?

Quando ho iniziato nel 2005 circa, le donne cicliste nel settore amatoriale erano per lo più sui 35-45 anni. Le giovanissime sono approdate a questo sport solamente in tempi recenti e lo leggo come un segnale fantastico.
Oggi il settore agonistico amatoriale è molto ampio e diversificato in tantissime nicchie, si pensi solo al triathlon, ai criterium, alle gare di velocità, alle gare sulle lunghissime distanze (randonnée e ultra races). Finalmente la dimensione della “fatica” spaventa di meno e comunità sempre più nutrite di ciclisti coinvolgono altri ciclisti. Il movimento si espande.
Sarà interessante vedere tra anche solo 5 anni come si evolve il panorama.

Quali consigli ti sentiresti di dare ad una donna che vuole iniziare a praticare questo sport?

Di trovare un gruppo di amici, ma soprattutto amiche con cui praticare ed imparare le prime regole base. Imparare fin da subito ad essere autosufficienti in caso di imprevisti semplici come la foratura di una gomma, o piccolissimi problemi meccanici. Di comprarsi un navigatore per la bici tipo il Garmin con le mappe in modo da poter essere sempre in grado a tornare a casa e/o di orientarsi. Ed è anche importante fare il posizionamento in sella con un biomeccanico. La giusta posizione mette al riparo da dolori muscolari e da disallineamenti che potrebbero creare problemi più seri, ma sopratutto aiuta a scegliere la bicicletta con la geometria più idonea per le proprie quote biometriche.

Iryna e Sarah “fingono” di sfidarsi per un QOM

E infine, una domanda più personale: raccontaci la tua “impresa” su due ruote che ti è piaciuta di più.

Forse la Liegi-Bastogne-Liegi, è stata la prima vera ‘Classica” per me lunga… circa 150km (percorso medio). Era la prima volta che facevo così tanti km in una volta sola. È stata bellissima poterla condividere con un gruppetto affiatato di amici, di cui il 70% eravamo donne.
Siamo state graziate da un tempo bellissimo e caldo, una vera manna per essere in Belgio a Marzo/Aprile. Esattamente lo stesso percorso dei professionisti, con il famigerato Côte de Saint-Nicolas finale e la Côte de la Redoute poco prima. Quando parlano del fascino delle corse Classiche… è tutto vero.

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