Alessandra D’Urso: “Vi racconto il mio occhio fotografico”

La fotografa, i suoi progetti e l’essenza delle sue immagini.

Alessandra D'Urso

Sembra che la componente del “viaggio”, del “movimento” –  quello concreto, naturale, introspettivo – sia quasi uno tra gli elementi essenziali del destino-percorso-progetto di vita di Alessandra D’Urso, quasi un fattore, una trama, mai staccato da esso.

Perché andando a ritroso, la visione, immagine e cammino della fotografa italiana è sempre andato di pari passo con un’irrefrenabile energia-passione legata proprio al viaggio che l’ha portata – già poco più che adolescente – a correre in una ruota di movimento continua … perché come lei stessa afferma: “Ogni scusa era buona per partire”.

Ed allora New York (ha studiato all’International Center of Photography e alla New York Film Academy) e Parigi dove ha lavorato per l’agenzia Magnum e poi ancora i soggiorni a lungo termine senza prenotare neppure il biglietto di ritorno, in India, Bangladesh… ecc., sempre con quel suo unico stile fotografico ovvero quel concetto di tracciare le sue foto di pura essenza e verità lasciando da parte fronzoli superflui.

Nata e cresciuta a Milano, oggi D’Urso è tra le più interessanti fotografe in circolazione. Dai ritratti a personaggi come Julian Schnabel, Ines De La Fressange, Francesco Clemente, gli editoriali per – tra gli altri – Purple Magazine, Vogue Paris, fino ai progetti fotografici For Friends e l’ultimo Jubileum (un libro ed una mostra terminata pochi giorni fa alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma) entrambi con i testi di Alessandra Borghese. L’ho incontrata questa settimana per Focus On.

Francesco Clemente (Foto Alessandra D'Urso)
Francesco Clemente (Foto Alessandra D’Urso)

 

Alessandra “partiamo” per un attimo da qualche anno fa. Che ricordi ha dei suoi inizi, del suo primo “approccio” alla fotografia, del suo periodo a New York dove si è anche formata e ha frequentato l’International Center of Photography e il New York Film Academy? A dire il vero il mio primo approccio alla fotografia risale a qualche anno prima di New York. Ho iniziato a viaggiare da sola molto presto, a vent’anni non riuscivo ad adattarmi alla vita di tutti i giorni a Milano (dove sono nata e cresciuta) e ogni scusa era buona per partire. Facevo qualche fotografia, un po’ come fanno tutti, ma ero molto frustrata perché le immagini che riportavo a casa non assomigliavano affatto a quello che avevo davvero visto, sentito. Quindi ho deciso che volevo imparare a fare delle fotografie che assomigliassero alla mia percezione delle cose. Mi sono quindi trasferita a Parigi, dove ho studiato per un anno a Speos. Ma non ero una studentessa modello, troppa teoria e rimanere seduta per ore davanti al computer non faceva per me, ma quell’anno, il 2002 (o il 2003?) è stato fondamentale. Ho condiviso la mia vita con tanti ragazzi giovani e appassionati come me. Subito dopo sono riuscita ad ottenere una internship da Magnum, nell’ufficio parigino. Passavo tutte le pause pranzo nascosta negli archivi a guardare i contact sheets dei più grandi reporter del mondo! Il periodo di New York è stato diciamo un periodo più maturo, dove ho cercato di perfezionarmi.

Julian Schnabel (Foto di Alessandra D'Urso).
Julian Schnabel (Foto di Alessandra D’Urso).

Quali sono i tratti, gli elementi che caratterizzano il suo stile fotografico, sia che si tratti di un lavoro di reportage o invece un progetto più commerciale, e come pensa che le sue immagini e il suo “occhio” fotografico si siano evoluti nel corso degli anni? Il mio approccio è sempre lo stesso, a prescindere dal soggetto e dal tipo di lavoro. Cerco di avvicinarmi il più possibile alla sostanza. Credo sia una continua evoluzione, l’esperienza contribuisce a fare delle scelte senza pensarci, a escludere alcune cose e avvicinarsi spontaneamente ad altre. Sono una persona che non riflette tanto prima, seguo di più l’istinto. Scatto pochissime fotografie, infatti l’editing mi prende pochissimo tempo.

A questo proposito, una mia curiosità. Quando le commissionano un lavoro come si trova quel giusto “balance” per mantenere nelle immagini intatto il suo stile personale – per il quale lei è conosciuta – ma allo stesso tempo far fronte anche alle esigenze volute dal cliente venendo incontro al suo target di riferimento? E’ molto difficile, lla maggior parte delle volte, se ci sono esigenze troppo distanti dal mio modo di vedere le cose, preferisco rifiutare il lavoro.

Ritratti, moda, reportage. Con quale criterio sceglie i suoi progetti e nello specifico del reportage che richiede degli spostamenti anche per lunghi periodi, come si organizza? Sono una persona molto curiosa, per questo forse sono attratta da tante cose diverse.. appunto i ritratti, lo still life, la moda, il reportage..mi piace e mi interessa tutto. Non sono mai riuscita e non ho mai voluto specializzarmi in un particolare campo. Il mio approccio però credo sia sempre lo stesso, molto diretto. Non mi perdo in fronzoli, mise en scene o altro. Ricerco immediatamente la sostanza delle cose, la loro verità. Anni fa partivo per mesi da sola, in Bangladesh, in Iran, in India. E’ molto semplice a dire il vero, forse molto più semplice che affrontare la vita di tutti i giorni e le piccole cose noiose che tutti dobbiamo fare. E’ da anni che non parto più cosi, per mesi senza biglietto di ritorno. Per il mio ultimo lavoro, gli spostamenti tra Parigi e Roma sono stati molto facili.

Ines De La Fressange (Foto di Alessandra D'Urso)
Ines De La Fressange (Foto di Alessandra D’Urso)

Gli scatti per testate quali Purple Magazine, Vogue Paris, Vanity Fair. E ancora For Friends il libro-cofanetto realizzato con Louis Vuitton e Jubileum il bellissimo lavoro di prossima uscita entrambi con i testi di Alessandra Borghese. Mi racconta meglio come e perché sono nati questi due progetti? Il primo è nato da un’idea di Alessandra Borghese che ai tempi era l’advisor di Michael Burke (presidente e CEO Louis Vuitton). Alessandra ha pensato che il mio lavoro potesse tradurre perfettamente la sua idea. Siamo state molto fortunate perché Gerhard Steidl aveva da poco iniziato a lavorare con LV dal momento che Jurgen Teller, di cui Steidl è l’editore, collabora da anni con Nicolas Ghesquière. Steidl ha visto l’inizio del progetto e si è subito proposto di pubblicarlo lui. Ho quindi passato intere settimane a Gottingen a lavorare sul libro “For Friends”. In questo periodo è nata una bellissima intesa, quindi mi è sembrato naturale proporre a Gerhard di pubblicare questo nuovo reportage fatto insieme ad Alessandra Borghese, senza il suo preziosissimo aiuto non avrei probabilmente potuto avvicinarmi ad un mondo così inaccessibile come il Vaticano. Sono proprio qui a Gottingen in questi giorni e sto lavorando insieme a Gerhard per la mostra alla Galleria Nazionale di Roma. Ecco, per lavorare insieme a Gerhard non bisogna lasciarsi prendere dallo stress, perché tutto succede all’ultimo!

FOR FRIENDS ( Foto di Alessandra D'Urso )
FOR FRIENDS (Foto di Alessandra D’Urso)

Pensa che l’arrivo del digitale abbia agevolato, accelerato e sviluppato al meglio il vostro lavoro? Qual è la sua opinione in merito? Personalmente, avendo iniziato a lavorare in modo molto tradizionale con tanto di pellicole, light meter e dark room, all’inizio ho vissuto malissimo il digitale. Non sono mai riuscita ad “adattarmi” alle classiche reflex. Da quando Leica ha perfezionato la M in versione digitale devo dire che ho ritrovato le stesse sensazioni di prima. Senza tanti pulsanti, menu complicati, ho ritrovato l’immediatezza di sempre. Non mi è mai piaciuto guardare in uno schermo, ne quello del computer, ne quello delle macchine fotografiche. Essendo stata abituata per anni alla fotografia analogica, il mio approccio è rimasto uguale, scatto pochissimo, non devo quasi mai fare un vero e proprio editing. D’altro canto il digitale ha permesso di ridurre i costi e ha reso la fotografia accessibile a tutti, anche ai più giovani, e questo è senz’altro positivo.

Tantissimi fotografi scelgono di trasferirsi all’estero, soprattutto a Parigi o New York. Pensa che l’Italia non dia alla fotografia e alla sua cultura tutta l’importanza che si merita? Non credo che l’Italia sottovaluti la fotografia, anzi. Credo sia una scelta dettata anche da tanti altri fattori, sicuramente Parigi o New York sono città molto più aperte, libere e stimolanti di Roma o Milano. Io ho bisogno di entrambe le cose, la mia base è a Parigi ma passo tantissimo tempo in Italia, soprattutto in Sicilia.

A quali tra i suoi colleghi si sente particolarmente legata? Richard Avedon, Irving Penn, Diane Arbus, Mary Ellen Mark, Josef Koudelka, Sally Mann, Dominique Issermann, Robert Mapplethorpe.

Quali sono i prossimi progetti che ci può anticipare? Purtroppo al momento posso anticipare soltanto l’uscita del libro “JUBILEUM” e la mostra alla Galleria Nazionale.

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