E dopo la Maratona di Londra… Boston?

Da quando ho chiuso la mia prima maratona, la parola impossibile ha un significato diverso. Impossible is nothing diceva una vecchia pubblicità.

runners

Ci sono quelle “certe” giornate in cui capisci subito, appena sveglia, che non è cosa e non ce n’è per la corsa. Di solito, capita in concomitanza con i lunghi di preparazione ad una maratona, o c’è un caldo torrido, o pioggia torrenziale. Sono quelle giornate che faresti di tutto tranne mettere le scarpe da corsa.

Oggi per esempio è una di quelle.

Da programma di allenamento ne “avrei” (meglio: ne HO) 21 di kilometri da correre, sono al Lago (di Garda, Salò per la precisione) e contro ogni previsione che aveva assicurato pioggia e temperature invernali per l’intero week end, a sorpresa splende il sole e fa anche un gran caldo. Io, che però mi fido poco del tempo del lago, decido di uscire mio malgrado, in assetto pioggia, qui il tempo ha la capacità di cambiare da un minuto all’altro e ammalarsi proprio ora che siamo allo sforzo finale della preparazione alla maratona di Londra non mi sembra proprio una cosa sensata.

Mi copro quanto basta, giubbino antipioggia e antivento e via che comincio a correre. Meglio fare attenzione. Le gambe non girano, il fiato fatica a spezzarsi, voglia ci correre non pervenuta e quando la anche la testa non collabora, non si va da nessuna parte. Allora comincio a pensare a qualche stratagemma per ingannarla, divido i 21 kilometri per 5 alla volta, ok, si va di 5 kilometri in e poi ne aggiungo 1 kilometro per salire e arrivare al cancello di casa, dovremmo esserci o forse no. Va bene ci provo, magari mi fermo a 10 e torno indietro, tanto i kilometri nelle gambe li ho cosa mai cambieranno 10, 11 kilometri?

Settimana scorsa ne ho fatti 28 e quella prima 24, ma si dai e poi questa salita che non smette mai. Possibile che qui a Salò ovunque ti dirigi e qualunque strada tu decida di prendere sono tutte in salita? Prossima volta vado in senso contrario, verso Gardone, se solo il marciapiede non fosse rasente la strada trafficata anche e forse di più nel week end.

Uffa che fatica oggi, facciamo che arrivo fino alla Baia del Vento (posto meraviglioso dove fare il bagno d’estate) e torno indietro? Ok farò così, di spararmi tutte le salite del ritorno non ne ho proprio voglia. Mi chiedo se sono davvero io ad aver fatto la Monza–Resegone lo scorso anno? Uhm.

Ecco finalmente sono in cima a Portese, ora comincia una leggera discesa, che caldo fa, sento le gocce di sudore grondare sotto il giubbino. Quasi, quasi, me lo tolgo, o forse è meglio di no, sono troppo bagnata e l’aria è ancora troppo fresca per rischiare un colpo di freddo. Se poi mi ammalo addio preparazione, addio obbiettivo Maratona di Londra, addio iscrizione maratona di Boston.

Boston? Si è una idea che mi ronza in testa da alcuni giorni. Per iscrivermi alla gara di Boston devo tassativamente avere il tempo di 3 ore e 55 minuti in maratona, non è uno scherzo. Ma nemmeno una impresa impossibile. Da quando ho chiuso la mia prima maratona, la parola impossibile ha un significato diverso. Impossible is nothing diceva una vecchia pubblicità.

Della Maratona di Boston ne ho sempre sentito parlare, parecchio, in bene e in male, vuoi perché è la più antica maratona US, una delle major più quotate, vuoi perché vi è un limite di tempo oltre il quale non è possibile iscriversi, vuoi per l’attentato del 2013 (da vili e vigliacchi colpire chi partecipa ad una manifestazione di carattere sportivo) , vuoi perché mi sono fatta una cultura quando ho preparato l’intervista a Kathrine Switzer, esatto lei, proprio “quella” Kathrine.

Kathrine Switzer
Kathrine Switzer

La prima donna (dopo Bobbi Gibb) ad aver corso e terminato una maratona nel 1967 e grazie al suo gesto plateale e all’eco che ne è scaturita, oggi noi donne siamo libere di poterci iscrivere ad una maratona senza ricorrere a trucchi o sotterfugi e se posso permettermelo, ce la caviamo anche discretamente bene in questo sport.

La Maratona di Boston è la più antica tra le maratone annuali che si svolgono al mondo. La sua prima edizione, ispirata dal successo delle prime Olimpiadi dell’era moderna tenutesi nel 1896, venne infatti disputata nel 1897. Iniziata come manifestazione di rilievo locale, ha progressivamente iniziato ad attrarre atleti provenienti prima da tutti gli Stati Uniti e poi da tutto il mondo.

La gara parte da Hopkinton, nel Massachusetts, e si conclude a Boston, presso Copley Square, il terzo lunedì del mese di aprile, in occasione del Patriots’ Day, festa riconosciuta anche nel Maine oltreché nel Massachusetts che commemora l’inizio della Guerra di indipendenza americana. Alla gara partecipano ogni anno circa 20.000 atleti, ma la centesima edizione nel 1996 raggiunse i 38.000 partecipanti.

La maratona è aperta a chiunque abbia compiuto 18 anni. Tuttavia è necessario che i partecipanti abbiano raggiunto, nei 18 mesi precedenti la manifestazione, un tempo conseguito in una maratona ufficiale inferiore a un massimo prestabilito. Tale massimo prestabilito varia in funzione del sesso e dell’età del partecipante e va da un minimo di 3h 05′ per gli uomini e 3h 35′ per le donne di età compresa tra i 18 e i 34 anni ad un massimo di 4h 55′ per gli uomini e 5h 25′ per le donne di età superiore agli 80 anni.

Per l’iscrizione al 2015 il tempo di qualifica deve essere posteriore al 14 settembre 2013.

Sino all’edizione del 2011 la qualificazione avveniva sulla base del possesso dei tempi minimi di qualifica e secondo il criterio della priorità temporale di iscrizione. Dall’edizione del 2012 il criterio tiene invece conto dei tempi effettivi e privilegia i tempi migliori attraverso un sistema di iscrizioni “a finestre” complicato e articola ma sicuramente efficace.

A partire dall’edizione del 2013 i tempi massimi di qualificazione sono stati inoltre abbassati di 5 minuti per ogni fascia di età ed altri 5 minuti sono stati tolti per l’edizione 2014. Sono stati inoltre previsti tempi di qualificazione differenti per gli atleti diversamente abili.

Oltre ai concorrenti qualificati in virtù del loro tempo vengono ammessi circa altri 1.250 concorrenti che hanno raggiunto una certa somma di donazioni ad enti benefici segnalati dagli organizzatori.

Il percorso è ovviamente bellissimo e permette di vedere parte della città, questo è il bello di correre maratone. Nessuno meglio di noi maratoneti conosce ogni angolo della città in cui corriamo.

Lasciata Hopkinton subito dopo il via, si attraversano le cittadine di Ashland, Framingham, Natick e Wellesley (dove si supera la metà gara). Si entra quindi nel comune di Newton, caratterizzato dalle Newton Hills, una successione di quattro salite che culmina con la Heartbreak Hill. Superato il Boston College (al 37º km), si entra a Boston in Beacon Street, poi Kenmore Square, quindi si percorre Commonwealth Avenue, Hereford Street e Boylston Street, sino al traguardo posto vicino alla John Hancock Tower in Copley Square.

La Heartbreak Hill (“Collina spaccacuore”) è una salita di circa 600 m posta nella seconda metà della Maratona di Boston, tra il 32º e il 33º km. È l’ultima delle quattro Newton Hill. Proprio a causa della loro posizione nel finale di gara le Newton Hille – e la Heartbreak Hill in particolare – rappresentano un passaggio difficile della maratona. Il nome “Heartbreak Hill” prende origine da un episodio accaduto nell’edizione del 1936. Proprio su questa salita il campione uscente John A. Kelley superò il leader della corsa, Ellison “Tarzan” Brown, dandogli una “amichevole” pacca sulle spalle. Questo gesto produsse una reazione da parte di Tarzan Brown che incrementò la velocità, superò Kelley e tagliò per primo il traguardo letteralmente “spezzando”, secondo le parole del reporter del Boston Globe, Jerry Nason, “il cuore di Kelley.

La maratona era aperta solo agli atleti di sesso maschile fino al 1972

Nel 1967 l’atleta di sesso femminile Kathrine Switzer ha corso la maratona di Boston grazie a uno stratagemma e malgrado gli organizzatori cercarono di strattonarla fuori dalla pista, Kathrine, con l’aiuto dell’allora fidanzato e di un gruppo di uomini che le ha fatto capannello intorno, ha tagliato il traguardo finale.

Quest’anno ricorre il 50 anniversario di quella gara e Kathrine, 70 anni portati egregiamente sarà sulla linea di partenza insieme alle rappresentanti della sua 261 Fearless, associazione no-profit internazionale che promuove l’uguaglianza e l’obiettivo quello di spronare le donne a non avere paura ed affrontare tutte le sfide, anche quelle che sembrano all’apparenza impossibili. 261 è il simbolo che unisce donne e runner emancipate in tutto il mondo.

Mai come oggi 8 marzo festa della donna, potrei essere più felice di ricordare e di celebrare quel momento e quel gesto oserei dire eroico. (ndr)

E mentre ripenso alle decine di mail scambiate con Kathrine a parlare di tutto e di corsa, cercando di incastrare il fuso orario tra Milano e la Nuova Zelanda per ottenere una intervista degna di questo nome, termino con orgoglio, tanta fatica e un minimo di commozione, i miei 21 kilometri cominciati in maniera svogliata e poco propositiva.

I ricordi vanno anche alla mia prima Maratona a New York, una fiumana di gente che si unisce lungo tutto il percorso, questo è il vero spirito della maratona. Entusiasmo, gioia, sacrificio, sudore.

Londra sto arrivando ed ho una gran voglia di correre. E voi là fuori, divertitevi e buone corse!

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