La corsa ti cambia, è un dato di fatto. La lezione di Ayrton Senna

“Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà. Per me è uno dei principi della vita”. Ayrton Senna

Ayrton Senna

Ti cambia il fisico innanzitutto, diventi più asciutta e le gambe sono così muscolose, che quando metti il tacco 12 si vedono quei “graziosi” polpacci alla Zanetti (Javier) decisamente poco eleganti, magari per niente chic, ma quanto ti fanno sentire orgogliosa.

Perché se sei una runner, soprattutto se sei una runner che ha corso una maratona, i difetti “quei” difetti, diventano un plus che poche persone possono vantare di avere.

La corsa ti cambia la testa, cambia il modo di approcciare le situazioni della vita, le persone, dai più importanza alle cose cha hanno effettivamente un valore, non hai tempo da perdere in cose frivole e inutili, hai quel certo approccio che gli anglosassoni definiscono “go straight to the point”. E poi diventi estremamente competitiva e aggressiva.

Running
Running

Io da quando ho corso la Maratona di New York, e ora sto preparando quella di Milano del 3 aprile, sono in perenne lotta con il mondo, competizione, sfida, confronto, taglio del traguardo. Altro che la corsa rilassa e distende!
Impari a stringere i denti, soffrire, a sgomitare, ad arrivare a qualunque costo là dove tu ti sei prefissata di arrivare.

Programmi la fashion week come faresti con una maratona, un kilometro alla volta senza affanno, senza forzare, senza ansia, con calma e determinazione, senza sforzi ottimizzando il tempo, focalizzando il punto di arrivo. Il traguardo, di solito, viene raggiunto, sempre.

La corsa ti cambia la vita, le abitudini, le amicizie, le frequentazioni. Punti la sveglia all’alba non per partire per un week end ma per andare a correre 10 kilometri. Perchè? Perché te lo dice la tabella che hai deciso di fare quando hai programmato di concludere una mezza maratona o addirittura una intera maratona. La tua priorità di quando fai una valigia è quella di trovare il posto per le scarpe e l’abbigliamento da running, non importa se sarai in viaggio due giorni, una settimana o un mese e non importa in qualunque angolo del mondo tu sia diretta.

Lo sport è sempre stato parte della mia vita, poi per pigrizia e per immaturità, l’ho accantonato ai tempi del liceo e dell’Università quando decisi di trasferirmi a Milano. Città nuova, nuove amicizie, nuovi giri, appartenenza al gruppo. I motivi o meglio le scuse erano all’ordine del giorno per non fare sport.

Papà sport addicted di natura, da sempre era solito “ trascinarmi” a correre la sera prima di cena o la domenica mattina all’alba, e poco importava se avevo fatto tardi in discoteca o al pub con gli amici. “Lo sport forgia il carattere e mantiene il fisico e la testa giovani. Per dormire, c’è sempre tempo!”. Mi alzavo sempre controvoglia, mugugnando con fare scorbutico e contrariamente a tutte le mamme italiane, la mia anziché darmi manforte, mi preparava scarpe e divisa da corsa in cucina.

Spesso correvo senza proferire parola, tra incazzatura e stanchezza. Ma quando rientravamo a casa, ero una persona nuova, rigenerata e soprattutto felice. Mamma e papà ridevano di sotto i baffi. Non li ringrazierò mai abbastanza per questo.

L’amore per lo sport e per le gare di macchine e moto invece le ho ereditate dal nonno materno. Grande pilota, collaudatore e intenditore come pochi di motori di auto e di moto, di cui parlava sempre con orgoglio e con un entusiasmo contagiosi. Una gara di F1 raccontata da lui era meglio di una diretta TV. Sono cresciuta con il mito di Fangio, Moss, Nuvolari, Hill, i pomeriggi passati in compagnia di nonno Bepi quando mamma e papà erano per lavoro in giro per il mondo resteranno per sempre nella mia memoria e nel mio cuore.

Al nonno poco importava che fossi una femmina, per lui ero l’interlocutore perfetto per i suoi racconti di vita vissuta, aveva un carattere mite e docile, solo una volta si arrabbiò con me, quando per errore feci il pieno del motorino con lo shampoo al fior di pesco anziché con la miscela. Mi giustificai sostenendo che il colore del fustino di plastica era pressoché identico, ed io non avevo distinto il profumo di shampoo con quello di benzina, ma lui nella sua infinita bontà e intelligenza anche quella volta volle darmi una lezione, smontammo un motorino Ciao Piaggio da cima a fondo, lo pulimmo e lo rimontammo da capo . Alla fine mi disse: “Se ti dovesse capitasse ancora, la prossima volta sai come fare!”. Non capitò più ovviamente, ma di quel pomeriggio ne feci tesoro.

Formula 1
Formula 1

Con un nonno così, fu facile per me appassionarmi di gare di macchine e di F1 e in una calda domenica di maggio mentre guardavo il GP di Montecarlo notai quel pilota lì, quel Brasiliano di S. Paolo che in maniera irriverente e spudorata ha cercato di fare le scarpe al Grande campione Alain Prost cercando addirittura di superarlo sotto una pioggia battente, lungo le strade del Principato di Monaco, e di vincere la gara. Il GP fu sospeso per pioggia, troppo pericoloso dissero, troppo pericoloso per Prost, pensai io non certo per Ayrton Senna!

Da quel giorno non passò domenica senza che io non fossi appicciccata allo schermo della TV. Da quel momento non ci furono più amici, feste e pomeriggi in discoteca. Iniziarono le trasferte domenicali per andare a vedere i Gran Premi dal vivo. Imola, Monza, Zolder, Spa, Montecarlo.

Papà mi diceva sempre “se non piove ti porto a vedere il Gran Premio in moto!”. Non pioveva mai, il giorno della partenza a Salò. Strada facendo prendevamo regolarmente di quelle secchiate d’acqua che ancora oggi se ci ripenso mi sembra folle, ma papà non ha mai rinunciato alle nostre trasferte. Secondo me perché in fondo in fondo si divertiva anche lui, anzi forse anche più di me. Erano i tempi di Prost, Mansell, Lauda, Senna, Piquet, Rosberg… ragazzi che signori Piloti e che gare!

Erano anche tempi in cui l’accesso ai box durante le prove era più facile, i piloti arrivavano in elicottero vicino al paddock e, mentre camminavano tra la folla, si concedevano più facilmente a foto, saluti e autografi. La prima volta che vidi Ayrton Senna ne fui folgorata, me ne innamorai. Viso pulito, sorriso sincero, quasi goffo nel suo essere personaggio. Lo seguii per dieci anni, cercando ogni escamotages e aggancio per poterlo incontrare e salutare, fondai un fan club, socializzai con altre ragazze malate della mia stessa passone, “le ragazze di Ayrton” ci chiamavano ormai i giornalisti sportivi, davamo un tocco di colore e di folclore ad una F1 talvolta grigia e noiosa. Finimmo sulla pagina sportiva del Corriere dello Sport in un articolo mezza pagina, tutte vestite con abitini realizzati da noi stesse con bandiere Brasiliane. Comprate alle bancarelle del paddock.

Eravamo il suo porta fortuna nelle gare Europee. Quando poi feci l’ultimo anno di liceo alla Ecole des Princes di Montecarlo, prima ancora dei gruppi di studio, organizzavo dei veri e propri appostamenti sotto la sua casa di Fontvieille dove Ayrton si era da poco trasferito. Lo braccavo quando facevo jogging sul lungomare. Lui ci vedeva, ci salutava, faceva foto con noi, in fondo sapeva che eravamo solo delle ragazzine infatuate di lui, che non riuscivamo nemmeno a proferire parola in sua presenza. Sapeva che in fondo, oltre agli occhi a cuore, eravamo totalmente innocue e stava allo scherzo. Il massimo fu quando ci vide a Estorill in Portogallo, lo aspettavamo al parcheggio sedute per terra, non credette ai suoi occhi, non disse nulla ma dette disposizione di farci entrare al paddock il sabato pomeriggio a patto che stessimo ferme in gruppo e non combinassi danni, pena la immediata e perenne espulsione.

Di quel 1° Maggio 1994 ricordo tutto, ogni singolo istante, ma non ne voglio parlare, fa ancora troppo male. Di lui voglio ricordare le vittorie, i momenti che ci ha regalato, il suo credo, la sua continua ricerca della perfezione, la sua smania di vittoria, cose che crescendo ho fatto mie.

Ayrton Senna
Ayrton Senna

Ho fatto tesoro di una delle sue frasi, la più celebre forse: “Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà. Per me è uno dei principi della vita.”

Ma più di altre, quella che è diventata il mio mantra, soprattutto nei momenti di crisi che ho avuto durante la maratona di New York e ancora oggi nei momenti difficili della vita di tutti i giorni è questa: “Pensi di avere un limite, così provi a toccare questo limite. Accade qualcosa. E immediatamente riesci a correre un po’ più forte, grazie al potere della tua mente, alla tua determinazione, al tuo istinto e grazie all’esperienza. Puoi volare molto in alto.”

All’ Autodromo di Monza tempio della velocità dal 17 febbraio al 24 luglio c’è una mostra delle sue foto scattate dall’amico nonché grande fotografo Ettore Colombo, una mostra che andrò a vedere e che vale la pena di essere visitata, Ayrton sono certa avrebbe apprezzato.

Forse sono andata un po’ fuori tema e penserete che sia una sciocca, ma oggi non mi andava di parlare di tabelle, vesciche ai piedi, scarpe sbagliate o diete da seguire, mi andava di parlare di passione. La passione è il motore che spinge tutto, la passione è quella cosa che ti porta a fare miracoli, quella che ti fa alzare all’alba per correre 10 kilometri o anche solo 5 e poi andare in ufficio, quella che ti spinge a portare il tuo corpo a correre ininterrottamente per 42 kilometri e 195 metri in una città dall’altra parte del mondo, quella cosa che ti fa sentire vivo e che anche quando tagli l’agognato traguardo così tanto disidrato, sei barcollante, ansimante, con la testa che ti gira, più morto che vivo ti fa dire… “voglio farlo ancora e presto, perché oggi mi sento vivo”.

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