C’è chi costruisce un brand partendo da zero, e chi parte invece da ciò che esiste già. Gaia Rialti ha scelto la seconda strada, fondando Menabòh, atelier italiano che reinterpreta il concetto di lusso attraverso il redesign di capi già esistenti. Nata a Firenze, sviluppata tra Italia, New York e Londra, Menabòh non produce nuove collezioni: trasforma l’archivio personale dei propri clienti in pezzi interamente one-of-one, attraverso un processo che unisce direzione creativa, savoir-faire sartoriale e memoria personale.

In questa intervista, Gaia Rialti racconta le origini del progetto, le storie che l’hanno segnata e la visione ambiziosa che muove tutto: cambiare un sistema moda rimasto uguale a sé stesso da troppo tempo.

MENABÒH

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Le origini: il guardaroba della mamma e una visione che prende forma

Menabòh nasce da un’esperienza personale — la riscoperta dell’archivio di tua madre. Com’è stato il momento in cui hai capito che quell’esperienza intima poteva diventare un progetto imprenditoriale? Tutto è nato in modo molto naturale, quasi inaspettato. Stavo riscoprendo il guardaroba di mia madre, che ha sempre avuto una passione profonda per la moda e una sensibilità particolare nel custodire i capi. Guardando quei vestiti, ho capito che non erano solo abiti: erano memoria, qualità, storie difficili da replicare oggi. Da lì è nata una convinzione: quei capi avevano già tutto il valore necessario, avevano solo bisogno di essere ripensati per continuare a vivere nel presente. Quell’esperienza così intima e personale si è trasformata in visione, e da quella visione è nata Menabòh.

MENABÒH

Il nome unisce “menabò” — termine editoriale per una struttura in divenire — e “boh”, l’imprevedibile. Quanto c’è di autobiografico in questa scelta? Il nome nasce da un intreccio tra cinema e vita vissuta. C’è una scena nel Diavolo veste Prada in cui Andy Sachs porta il menabò a casa di Miranda Priestly: quel termine — menabò, la bozza, la struttura ancora in evoluzione — mi è rimasto in testa. E poi c’è il “boh”, che per me racconta un modo preciso di stare nel mondo: quando visito una città nuova non mi documento troppo, non faccio programmi rigidi, lascio che le cose emergano da sole. Il risultato finale spesso supera quello che avevo immaginato. Il nome Menabòh è esattamente questo: una struttura di partenza e la libertà di lasciarsi sorprendere da dove ti porta.

Italia, New York e Londra: tre mercati, una visione

L’Italia e poi New York: spiegaci questo ponte e queste due realtà per Menabòh. L’Italia è dove tutto nasce, è la nostra radice — la direzione creativa, il savoir-faire sartoriale, l’identità del brand. Ma è anche un mercato più chiuso, dove le persone faticano ad aprirsi al cambiamento, dove un’idea nuova deve lavorare di più per farsi accettare. New York è l’opposto: è una città sperimentale per natura, dove le persone si avvicinano con curiosità a qualcosa che non hanno ancora visto, sono disposte a provare, a fidarsi di una visione diversa. È stato naturale sviluppare lì il nostro primo network internazionale, proprio perché quella città ha una sensibilità particolare verso le nuove forme di lusso e verso il concetto di redesign. Oggi Menabòh vive in entrambi i mondi: le radici in Italia, l’apertura verso l’esterno. Un ponte che stiamo continuando a costruire, adesso anche verso Londra.

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La tua clientela si muove tra Italia, Londra e New York. Ci sono differenze nel modo in cui questi tre mercati percepiscono il valore di un capo reinterpretato? I tre mercati sono molto diversi tra loro, ma in modo complementare. L’Italia è la nostra radice: c’è una sensibilità profonda per la qualità, per il fatto sartoriale, per il valore degli abiti. Ma come dicevo, è anche un mercato più cauto, dove il cambiamento si accetta con più lentezza. New York è all’opposto: aperta, sperimentale, pronta ad abbracciare un’idea nuova senza troppi filtri. Londra si trova in un punto di equilibrio tra i due: ha la sofisticazione europea, il rispetto per la storia e per il capo ben fatto, ma anche una curiosità verso il nuovo e una propensione alla sperimentazione che la avvicina molto allo spirito di Menabòh. È una città che sa tenere insieme passato e presente in modo molto naturale, ed è forse per questo che sentiamo che il nostro progetto lì trova un terreno particolarmente fertile.

Il processo creativo: dalla fotografia al pezzo one-of-one

Il processo di redesign si sviluppa in quattro fasi, dalla selezione del capo alla consegna del pezzo one-of-one. Qual è il momento più delicato di questo percorso? Il processo è pensato per essere fluido e coinvolgente fin dal primo contatto. Il cliente sceglie un capo, lo fotografa e ce lo invia: da quel momento inizia il dialogo. A partire da quelle immagini e dalla storia che il capo porta con sé, il nostro team creativo sviluppa una proposta di redesign — sketch, indicazioni di silhouette, possibili interventi sartoriali — che viene condivisa con il cliente prima di qualsiasi lavorazione. Se la proposta viene accettata, il capo arriva in atelier e, una volta completato, viene rispedito. Ma il momento più delicato è proprio quello della proposta creativa: è lì che si gioca tutto. Dobbiamo tenere insieme due cose che possono sembrare in tensione — il rispetto per la memoria e il valore emotivo del capo originale, e la capacità di reinterpretarlo in modo che torni a vivere nel presente con una nuova rilevanza estetica. Non si tratta di modificare, ma di ripensare. Ogni proposta è unica perché unico è il capo, unica è la storia che porta con sé, e unico sarà il risultato finale.

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Quando un cliente ti porta un capo carico di memoria, come riesci a bilanciare il rispetto per quella storia con la tua visione creativa? Ogni capo che ci viene spedito porta con sé una storia, e quella storia è il punto di partenza di tutto. Non lavoriamo mai su un indumento: lavoriamo su una memoria, su un legame, su qualcosa che ha già avuto una vita e merita di continuarne un’altra. Il modo in cui ascoltiamo il cliente prima ancora di toccare il capo è parte integrante del processo creativo. Ci sono storie che ti rimangono dentro. Una volta, per esempio, una ragazza ci ha portato cinque abiti della sua mamma, venuta a mancare: volevamo che quei capi continuassero a esistere, a essere indossati, a essere vivi. Quando ci ha scritto per ringraziarci, abbiamo capito ancora di più perché facciamo questo lavoro. Poi c’è chi porta a noi i propri capi come parte di un cambiamento profondo e personale — come un’altra occasione in cui un’imprenditrice ci ha inviato 8 abiti di alta moda, perchè li reinterpretassimo rispecchiando la persona che è diventata oggi, per poterli indossare durante i suoi diversi eventi istituzionali, senza rinunciare all’affetto per i capi che aveva amato prima. In tutti questi casi la nostra visione creativa non si sovrappone alla storia del capo: la ascolta, la tiene, e trova il modo di portarla avanti. È questo l’equilibrio che cerchiamo ogni volta.

Hai mai ricevuto un capo e capito subito che non saresti riuscita a lavorarci? Cosa succede in quei casi? Crediamo che ci sia sempre un modo per reinterpretare qualcosa, per quanto complesso o delicato possa essere il punto di partenza. Certo, ci sono situazioni che richiedono un approccio diverso, più cauto e specializzato. Una volta ci è arrivato un capo con un pizzo di grande delicatezza — il tipo di materiale che non ammette errori e che richiede una conoscenza molto specifica. In quel caso il team creativo di Menabòh ha scelto di coinvolgere un esperto del settore, qualcuno che conoscesse quel materiale nel profondo e sapesse come trattarlo senza tradirne la natura. È questo il nostro approccio: non ci arrendiamo di fronte alla difficoltà, la affrontiamo con le competenze giuste. Ogni capo merita di essere rispettato fino in fondo, e trovare la strada per farlo è parte del nostro lavoro.

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Cosa impedisce a una persona di portare i suoi capi nella sartoria sotto casa? La sartoria sotto casa fa un lavoro prezioso, ma è un lavoro diverso dal nostro. Una sartoria aggiusta, ripara, adatta. Menabòh reinterpreta. Dietro ogni progetto c’è un team creativo che studia il capo, analizza le sue possibilità, propone una direzione che non sarebbe mai emersa da sola. Menabòh è un gruppo di persone con sensibilità, background e riferimenti diversi che lavorano insieme per trovare la soluzione più giusta per quel capo specifico, per quella storia specifica. Il risultato è qualcosa di contemporaneo, con una direzione estetica precisa, che però non cancella nulla di ciò che il capo era. Chi si rivolge a noi vuole che il proprio capo torni a vivere in modo diverso, ma senza perdere la storia che porta con sé, le emozioni a cui è legato. Quella combinazione — visione creativa e rispetto della memoria — è quello che ci distingue.

Sostenibilità, futuro e la voglia di cambiare la moda

La moda sostenibile rischia spesso di diventare un’etichetta vuota. Come eviti che Menabòh venga appiattita in quella categoria? La parola sostenibilità è diventata una delle parole più utilizzate nel mondo della moda. La usano tutti, spesso senza che ci sia nulla di concreto dietro, e il risultato è che ha perso quasi completamente il suo significato. Noi abbiamo scelto di non usarla mai. Non perché non ci importi, ma perché per Menabòh la sostenibilità non è una scelta di comunicazione: è la natura stessa di quello che facciamo. Partiamo da capi che esistono già, lavoriamo per farli durare ancora, per tenerli in vita invece di sostituirli. Non produciamo nuove collezioni, non generiamo scarti, non inseguiamo stagioni. Il nostro modello è sostenibile per definizione, non per dichiarazione. Preferisco che sia il progetto a parlare, non l’etichetta. Chi si avvicina a Menabòh lo capisce da solo, senza che noi dobbiamo dirlo. E questo, per noi, vale molto di più.

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Dove immagini Menabòh tra cinque anni?  L’obiettivo è ambizioso, lo so. Ma ci crediamo davvero: vogliamo contribuire a cambiare un sistema moda che funziona più o meno allo stesso modo da cinquant’anni — collezioni, stagioni, produzione, consumo, sostituzione. Un ciclo che si ripete e che ha portato il settore dove sappiamo tutti che è arrivato. Menabòh nasce proprio come alternativa a questo ciclo, e l’ambizione è che quella alternativa non resti un caso isolato ma diventi qualcosa di più grande, una direzione diversa verso cui il sistema può guardare. Quello che ci dà fiducia è che qualcosa sta cambiando. Sentiamo una tendenza emergere, lentamente ma in modo sempre più concreto: le persone stanno riscoprendo il valore della qualità rispetto alla quantità, il piacere di possedere meno ma meglio, il significato di un capo che dura nel tempo invece di essere dimenticato dopo una stagione. Non è ancora una rivoluzione, ma è un segnale. E noi vogliamo essere parte di quella trasformazione, nel nostro modo, con il nostro linguaggio. “Something loved, made to be worn again” non è solo il nostro approccio al redesign: è una visione di come potrebbe essere diversamente.