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ToggleDal fenomeno web al grande schermo: un’attesa che pesa
“Backrooms” è uno dei titoli più attesi degli ultimi anni nel panorama dell’horror internazionale, e il motivo è facile da capire: porta sul grande schermo uno dei fenomeni di paura collettiva più virali della storia di internet, con un cast di assoluto livello e la regia di Kane Parsons, il giovane creatore che con i suoi video su YouTube aveva già dimostrato di saper usare l’immagine per generare disagio autentico. Un progetto che sulla carta ha tutti gli ingredienti per funzionare, e che arriva nelle sale con un’aspettativa costruita nel corso di anni di attesa da parte di una community globale. Capire se quell’attesa venga ripagata è però una questione più complicata di quanto sembri.
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La trama: cosa sono le Backrooms
Il concetto alla base di “Backrooms” è semplice e potente: se per un momento perdi l’attenzione, se superi la barriera sottile che separa la realtà ordinaria da qualcos’altro, potresti ritrovarti in un luogo da cui è difficile uscire. Le “Backrooms” sono un labirinto infinito di stanze vuote, illuminate da luci al neon, tappezzate di moquette gialla, silenziose ma non abbastanza: qualcosa si muove lì dentro, e i passi che echeggiano in quei corridoi potrebbero non essere solo i tuoi. È una premessa che il web ha esplorato in mille varianti negli ultimi anni, alimentando una mitologia creepypasta ricchissima e trasversale, capace di toccare qualcosa di profondamente arcaico nella psicologia umana, la paura del vuoto, del labirinto, di ciò che non si vede ma si sente. Il film si muove all’interno di questo immaginario con una durata di 111 minuti e un cast che include i candidati all’Oscar Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, insieme a Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell e Avan Jogia.
Kane Parsons: dal web al cinema
Kane Parsons, noto online come Kane Pixels, è il nome dietro uno dei progetti horror più discussi degli ultimi anni sul web. I suoi video sulle “Backrooms”, realizzati con un budget minimo e una padronanza del linguaggio visivo sorprendente per un creator indipendente, avevano conquistato milioni di visualizzazioni e dimostrato che l’atmosfera e il ritmo possono sostituire qualsiasi effetto speciale quando sono gestiti con intelligenza. Il passaggio dal formato breve e virale al lungometraggio cinematografico è però un salto che non tutti i creatori riescono ad affrontare con la stessa disinvoltura, e “Backrooms” mette in evidenza sia i punti di forza di Kane Parsons che le difficoltà di sostenere un’idea visivamente forte per oltre un’ora e quaranta minuti. La sua capacità di costruire tensione atmosferica rimane intatta, ma la struttura narrativa di un film impone esigenze diverse rispetto a un video di pochi minuti, e non sempre il risultato trova il giusto equilibrio tra le due dimensioni.
Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve: un cast sottoutilizzato
Chiwetel Ejiofor, candidato all’Oscar per “12 anni schiavo”, e Renate Reinsve, candidata per “La persona peggiore del mondo”, sono due attori capaci di portare profondità emotiva anche in contesti difficili. La loro presenza in Backrooms è uno dei motivi principali per cui il film aveva generato così tanta aspettativa, e la loro prova è probabilmente il punto più solido dell’intera operazione. Il problema è che il materiale narrativo a loro disposizione non sempre è all’altezza delle loro capacità: i personaggi faticano a emergere con la nitidezza necessaria per costruire un coinvolgimento emotivo stabile, e lo spettatore rischia di trovarsi a seguire le vicende senza mai sentirsi davvero agganciato a chi le vive. Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell e Avan Jogia completano un ensemble che sulla carta funziona, ma che sullo schermo non sempre riesce a esprimere il suo potenziale.

Credit: Courtesy of A24
Atmosfera riuscita, narrazione meno convincente
“Backrooms” funziona meglio come esperienza visiva e sensoriale che come racconto strutturato. L’estetica delle stanze infinite, la luce al neon, il silenzio interrotto da suoni difficili da localizzare: tutto questo viene reso con una coerenza visiva che dimostra quanto Kane Parsons conosca il suo materiale. Il problema emerge quando il film deve andare oltre l’atmosfera e costruire una storia che tenga lo spettatore orientato e coinvolto per tutta la durata. La narrazione tende a diventare ripetitiva nelle sue fasi centrali, il ritmo non sempre sostiene la tensione accumulata nelle sequenze migliori, e alcune scelte di sceneggiatura lasciano aperti interrogativi che sembrano più lacune che misteri voluti. Chi si avvicina al film conoscendo bene il fenomeno delle Backrooms potrebbe trovare soddisfazione nel vedere quel mondo prendere forma su grande schermo, ma chi cerca un horror solido e narrativamente compiuto potrebbe uscire dalla sala con qualche riserva di troppo.
Vale la pena guardarlo?
“Backrooms” è un film che merita rispetto per l’ambizione del progetto e per la coerenza visiva con cui Kane Parsons porta sullo schermo un immaginario nato e cresciuto sul web. Il cast è di qualità, la regia ha momenti di autentica efficacia e l’idea di base resta potente. Detto questo, si tratta di un’opera che fatica a trovare un equilibrio stabile tra le sue componenti migliori, e che lascia la sensazione di un potenziale non del tutto espresso. Per chi è disposto ad accettare un’esperienza più atmosferica che narrativa, con tutti i limiti che questo comporta, può valere una visione. Per chi invece cerca un horror che regga dall’inizio alla fine su tutti i livelli, potrebbe essere più saggio aspettare qualcosa di più convincente.