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ToggleIngegnere informatica pentita, triatleta Ironman, ex malata di cancro, scrittrice Mondadori, unica donna in Italia certificata Master Trainer in Programmazione Neuro-Linguistica.
Roberta Liguori è molte cose insieme, ma soprattutto è una persona che ha scelto di inseguire i propri sogni quando tutto intorno le diceva di stare ferma. Oggi è coach e motivational speaker, fondatrice di Roberta Liguori Training Group, e con il suo evento Fucsia, porta sul palco una formula che mescola neuroscienza, emozioni e spettacolo puro per aiutare le persone a ritrovare la direzione della propria vita.
Da ingegnere a coach: la scelta che nessuno capiva
Com’è partito tutto? Come hai deciso di diventare coach? Tutto è partito da una grande crisi di identità in una vita apparentemente di successo. Ero un ingegnere informatico pentita, lavoravo in quella che poi è diventata una multinazionale, avevo un ruolo da manager, uno stipendio importante, un lavoro a tempo indeterminato. Avevo comprato la mia prima casa a 22 anni. Avevo tutto, ma ero profondamente infelice. E le persone attorno a me non lo accettavano: l’unico che l’ha accettato è stato mio marito. Allora ho mollato tutto dal giorno all’altro, senza sapere cosa fare, con grande disappunto dei miei genitori. Sono arrivata al coaching quasi per caso — il caso non esiste — trovando in aeroporto un libro di Tony Robbins che raccontava perfettamente il mio disagio. Con gli ultimi soldi rimasti ho fatto all-in: sono andata negli Stati Uniti, ho iniziato a studiare con lui, e da quel momento, era il 2010, mi sono dedicata anima e corpo solo ed esclusivamente al coaching.
Perché nella nostra società il diritto alla felicità non viene contemplato? Non so che cosa abbia portato la nostra società a questo punto. Quello che posso dire è che la nostra società riconosce come giusto e sensato solo ciò che produce, ciò che è logico e razionale. Il desiderio di essere felici, di realizzarsi, di assecondare i propri sogni viene considerato da fuffaguru, inutile, superficiale. Per mio padre il coaching non è un lavoro serio: facevo l’ingegnere, perché mai avrei dovuto fare il coach? La scuola stessa insegna a produrre e a trasmettere conoscenza, ma non insegna le emozioni, non insegna a riconoscerle, non insegna la comunicazione con se stessi e con gli altri.
Questa determinazione nel restare fermi nelle proprie idee si può imparare o ce l’hai o non ce l’hai? Sono profondamente convinta che tutto si possa imparare. Anch’io ho un atteggiamento che una volta non avevo: l’ho condizionato, allenato. Rimanere fermi nelle proprie idee anche quando tutto il mondo ci dice che stiamo sbagliando è un’abilità, esattamente come imparare a guidare. Magari qualcuno ci nasce già determinato, beato lui, ma sono cose che possiamo imparare. Il primo passo è sempre la consapevolezza: nel momento in cui ci rendiamo conto di essere dipendenti dal giudizio degli altri, a quel punto possiamo decidere di cambiarlo. O di rimanere lì.
Fuffaguru, coaching e coerenza: come riconoscere un coach serio
Esistono i fuffaguru e come può un coach serio distinguersi? Esistono, e sono la stragrande maggioranza. Il mestiere del coaching è diventato molto di moda e poiché in Italia non esiste un albo ufficiale con un programma di studi e un esame, sono nate centinaia di scuole che in quattro giorni ti danno un certificato. Tante persone hanno sfruttato questa occasione, alcune si sono addirittura autoproclamate coach. Chi è bravo nel marketing ha dei seguaci, ma dietro non ha sostanza. L’intelligenza artificiale ha fatto il resto: ci sono coach che sembrano straordinari sui social ma che non sanno lavorare con le persone. Come riconoscerli? Andare a vedere cosa ha fatto questa persona nella vita, quali risultati ha raggiunto concretamente usando gli strumenti che insegna agli altri. Questa è la mia bandiera: io ho avuto un tumore estremamente aggressivo e alla fine il medico mi ha detto che le sue cure hanno avuto un esito straordinario, e che tanto dipendeva dal mio atteggiamento. Ho dimostrato che attraverso l’atteggiamento si possono addirittura favorire le cure. Da quel momento ho iniziato a pormi sfide sempre più elevate: ogni anno faccio un Ironman, nonostante i 52 anni, nonostante una salute ancora non perfetta. Il mese scorso ho fatto due operazioni e sono già ad allenarmi. La coerenza è il grande discriminante tra il coach vero e il fuffaguru.
Essere coach donna in Italia: una battaglia quotidiana
Hai trovato difficoltà o pregiudizi in qualità di coach donna? Come coach donna ho lottato ogni giorno su questa cosa. Guarda i personaggi noti nel mondo della formazione in Italia: chi sono? Uomini. Dimmi una donna italiana. Non c’è. Io in questo momento sto facendo quello che hanno fatto altri grandi nomi della formazione, ma sono la prima donna in Italia che lo sta facendo. E questo cosa comporta? Che le persone pensano che le donne facciano corsi per donne. Al di là del nome Fucsia, che non ha aiutato perché richiama il rosa, in automatico si pensa che possa essere una cosa più femminile. Io invece faccio cose per esseri umani, per persone. La stragrande maggioranza dei miei clienti di coaching sono uomini: manager, imprenditori, attori. E molti uomini fanno fatica ad accettare il ruolo di una donna come leader delle loro decisioni. Il coach assume il ruolo di guida in un rapporto di coaching, e alcuni uomini preferiscono avere un coach uomo. Mi è successo che in azienda mi dicessero: tutto bello, però abbiamo un coach uomo di business. Allora metto un collega in quel ruolo, per quella persona che si sente più a suo agio. Io però ho sempre dovuto lottare su questa cosa, sempre.
Fucsia: il corso-spettacolo che trasforma in cinque settimane
Che cos’è Fucsia e per chi è pensato? È il corso che ho creato per quelle persone che si trovano in un momento della loro esistenza in cui si sentono un po’ perse. Non vuol dire che non hanno lavoro — molto spesso ce l’hanno, anche importante — ma hanno perso il senso della propria vita. Alcune vorrebbero cambiare tutto, altre vorrebbero continuare a fare quello che fanno ma ritrovare il perché. In tre giorni aiuto le persone a ritrovare questo senso. Per farlo mi servono effetti speciali, perché non si può fare solo dal punto di vista razionale: devo mettere le persone in connessione con le loro emozioni più ataviche. Quindi ballo, canto, ci sono momenti di musical, acrobazie che faccio io stessa sul palco. L’idea è: se c’è una donna di 52 anni, ex malata di cancro, che fa queste cose partendo da una vita completamente diversa, tutti lo possono fare.

Ma in tre giorni non c’è il rischio che le persone tornino alla propria routine? Bravissimo, ed è esattamente per questo che Fucsia dura cinque settimane, non tre giorni. Due settimane prima dell’evento le persone iniziano una preparazione online con esercizi di consapevolezza guidati da un coach. Poi arrivano i tre giorni dal vivo: potentissimi, trasformativi. E appena tornano a casa non le mollo per 21 giorni: ogni partecipante ha un coach di riferimento che ogni giorno li segue e corregge l’applicazione di tutto ciò che hanno imparato. Dopo 21 giorni sono sicura che abbiano davvero cambiato qualcosa, perché se non lo stanno facendo bene c’è subito una correzione. Un corso di tre giorni non basta, lo so per esperienza diretta. Io sono andata da Tony Robbins e mi ha trasformato, ma perché ero super motivata e applicavo tutto. Tante persone non lo fanno, e io le costringo.
Ti continui a formare anche tu? Sempre e non smetterò mai. Ho un coach mentale, un coach sportivo e un coach spirituale. Sono credente, sono cristiana, ho una guida spirituale che è il mio coach spirituale. In questo momento ho tre coach.
Il successo, il giudizio degli altri e la filosofia del viaggio
Quando si raggiunge un successo, spesso sono proprio le persone più vicine a reagire peggio. Perché? È verissimo e lo sto vivendo in prima persona da qualche anno. I miei amici più cari sono quelli che non mettono i like ai miei post — sono quelli che mi chiamano per sapere com’è andata. Il punto è che se la tua cerchia stretta è cresciuta con te in un certo ambiente e tu fai qualcosa di molto più sfidante, se queste persone non sono a posto nella loro vita, il tuo successo darà fastidio. Perché non è il successo di un attore americano lontano da te: è il successo di una persona nelle tue stesse condizioni. E questo le mette a nudo: se questa persona ce la fa e io no, vuol dire che è una mia decisione, la decisione di non affrontare la fatica che quel successo comporta. Se invece la cerchia è fatta di persone realizzate e felici, quelle saranno le prime a gioire con te.
Non si rischia di essere sempre infelici, sempre alla ricerca del prossimo obiettivo? Quello che alleno le persone a fare è godersi ogni piccolo traguardo, godersi il viaggio. Il trucco non è raggiungere l’obiettivo: è godersi il percorso per arrivarci, anche quando è tosto. L’obiettivo deve diventare una naturale conseguenza dell’evoluzione della persona. Lo dimostrano i dati: il 92% delle persone che vincono ingenti somme alla lotteria le perdono nel giro di due anni, perché un obiettivo raggiunto senza che la persona sia pronta a sostenerlo non è sostenibile. La mia filosofia non è stringi i denti e vai avanti a tutti i costi: è vai avanti, a volte stringi i denti, ma vivi il presente ogni giorno intensamente, goditi il viaggio. L’obiettivo è una naturale conseguenza.
Che consiglio daresti a chi è indeciso se intraprendere un percorso di coaching? Me ne sentirei di dare due. Il primo: l’indecisione è normale perché il cervello non favorirà mai ciò che non conosce. Quello che conta è ciò che si sente dentro, l’esigenza. Da dove è nata questa esigenza di fare un percorso di coaching? Vuol dire che c’è qualcosa che non va. Ascoltate questa esigenza, non annichilatela con i soliti discorsi del “tanto non mi serve” o “me la cavo da sola” o “leggo un libro”. Leggere un libro non basta assolutamente. Il secondo consiglio è scegliere un coach adatto: uno che sia coerente, che abbia dimostrato di saper far raggiungere risultati, che abbia raggiunto risultati lui per primo. Noi siamo il nostro cliente più difficile: solo i coach che hanno saputo gestire sé stessi saranno bravi coach.