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Toggle“Tutti vogliono questo… tutti vogliono essere noi“. Così ci eravamo lasciati, ormai 20 anni fa. E da allora c’è da chiederi: è davvero ancora così? Il film che ha reso il mondo della moda ancora più patinato di quanto non lo fosse già torna con un attesissimo sequel le cui premesse sono più che interessanti: un settore in continua evoluzione con cambiamenti drastici, l’arrivo dell’online e soprattutto dei social media, un linguaggio tutto da riscrivere e ovviamente la crisi nera dell’editoria.
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Il Diavolo veste Prada 2: cosa cambia 20 anni dopo?
La buona notizia è che ritroviamo il cast al completo. Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci: nessuno manca all’appello e ritrovarli in gran forma non può che essere un’ottima premessa.
Anche i personaggi di Lily e Irv tornano, interpretati rispettivamente sempre da Tracie Thoms e Tibor Feldman. Assente invece l’ex fidanzato di Andy, personaggio di cui, effettivamente, non sentiamo la mancanza.
Tra le new entry, Justin Theroux, Kenneth Branagh, Simone Ashley o ancora Lucy Liu. Un incremento che funziona, personaggi credibili che portano freschezza e senso alla trama del sequel.

Il Diavolo veste Prada 2: la trama
Se il primo film puntava sulla dualità di un settore che da una parte attrae e fa sognare per la sua esclusività e i suoi privilegi e dall’altra svela una parte più crudele, meschina e – oggi diremmo – tossica, vent’anni dopo le cose cambiano e le carte vengono rimescolate.
Avevamo lasciato una Miranda spietata, la ritroviamo decisamente più stanca. Non ha certo perso la sua dedizione per il lavoro ma viene sopraffatta da cambiamenti generazionali che fatica a riconoscere e soprattutto ad accettare.

Ed è proprio questo il punto centrale del film. In vent’anni il mondo è cambiato così come la sensibilità. Il Diavolo veste Prada ha fatto luce su un mondo spesso giudicato frivolo, eccessivo, ma in realtà pieno di sfaccettature in cui dietro un vestito, una cintura, un colore, si celano storie, arte, cultura e un’industria multi miliardaria.
Non solo borsette e scarpe firmate, ma ricerca, dedizione, per collezioni create per rispondere ad esigenze, certo, ma anche per dare messaggi, sociali, politici a volte, culturali e artistici spesso.
Questo senza smussare nemmeno troppo i lati più spigolosi e crudeli di un settore che non fa sconti a nessuno (a volte anche letteralmemente) e che si basa su diversi giochi di potere.
Il Diavolo veste Prada 2? Sicuramente molto più politically correct e perfettamente adatto alla gen Z. In questo secondo capitolo, Andy viene chiamata per aiutare la rivista Runway a superare una crisi reputazionale nonché ad adattarsi alle nuove regole dell’editoria in un settore sempre più in crisi.

Tra tagli, linguaggi più inclusivi e nuove metriche, la giornalista deve aiutare Miranda Priestley a navigare tra like, visualizzazioni, influencer e tagli al budget.
Le rivalità non mancano, i look pazzeschi, pure. E se il primo capitolo ci portava nella Ville Lumière, nel sequel il team di Runway volerà alla settimana della moda milanese, con bellissime riprese nel centro di Milano, ma anche sul lago di Como.
Bilancio: il Diavolo veste Prada ha perso del suo brio?
Fare un secondo film vent’anni dopo non era certo semplice. Eppure, molto onestamente, la sfida è stata portata a casa in modo piuttosto vincente. Il Diavolo veste Prada 2 è una visione onesta che non delude le aspettative. I look ci sono, le dinamiche che tutti aspettavamo tra i vari personaggi del film non mancano all’appello e la trama tiene, facendoci passare un momento piacevole. Il cast c’è, le new-entry convincono.

Forse questo secondo capitolo non ci porterà a sognare, ma porta sullo schermo una visione onesta e forse più concreta delle dinamiche di un settore che fa sempre più fatica.
Fatica nello star al passo con i cambiamenti, fatica a reinventarsi sempre più velocemente, fatica nel continuare ad inspirare e, appunto, a far sognare.
Le nuove generazioni non sono più disposte a far enormi sacrifici, la gavetta non è più la prassi e con l’avanzare delle tecnologie, dei social, ma anche dell’intelligenza artificiale saranno sempre meno le Miranda Priestley vestite Prada.
Che sia un bene? Un male? Non sta a noi dirlo. Ma è sicuramente la fotografia di un mondo in continua evoluzione.
Oggi, forse non tutti “vorrebbero questa vita” o quanto meno non tutti sarebbero disposti a pagarne il prezzo. E forse, va bene così. Non è “Il Diavolo veste Prada” ad aver perso della sua luce, ma il settore moda, semplicemente.
