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ToggleLa ricerca di Misha Kahn si muove in un territorio in cui scultura, design e oggetti d’uso, non sono categorie separate ma parti di un unico racconto visivo. Nato a Duluth, Minnesota, e laureato in furniture design alla Rhode Island School of Design nel 2011, Kahn vive e lavora a New York, dove esplora materiali e scale diverse, dal titanio al vetro, dal piccolo al grande, in un linguaggio altamente personale.
Il suo lavoro è stato esposto in importanti istituzioni internazionali come il Whitney Museum of American Art, il Walker Art Center, il Dallas Museum of Art e il Museum of Arts and Design, ed è oggi presente in collezioni permanenti quali il Museum of Fine Arts, Houston e il Corning Museum of Glass. Accanto a questa presenza istituzionale, Kahn sviluppa le sue opere sia interamente in studio, sia attraverso collaborazioni con artigiani in tutto il mondo, dal Sudafrica, al Messico, alla Turchia. Questo dialogo continuo tra progettazione, manualità e collaborazione internazionale di fatto definisce la sua pratica.
Come ha osservato il tecnologo del design John Maeda: “Misha crea opere per un paese delle meraviglie parallelo, dove la percezione tradizionale dei materiali e delle strutture viene spinta ai margini della stanza per fare spazio a una grande festa”.

Menisco convesso: la fisica diventa poesia visiva
A Milano, il dialogo con BABS Art Gallery ha rappresentato un terreno fertile per sviluppare questa visione. La galleria, prima in Italia interamente dedicata ai gioielli d’artista, ha accolto il suo linguaggio sperimentale, mettendo in evidenza come il gioiello possa diventare spazio di ricerca, non semplice ornamento ma estensione concettuale del corpo e della materia.
Il concetto alla base di questo progetto è quello del menisco convesso, un principio fisico che descrive il comportamento delle superfici liquide. Quando la coesione tra le molecole dell’acqua prevale sull’adesione al contenitore, si forma una piccola gobba: un fenomeno semplice e al tempo stesso poetico. L’artista ha trasformato questa osservazione in metafora, facendo apparire le pietre semi-preziose come liquidi cristallizzati, capaci di catturare la luce e l’attenzione come fa l’acqua.
Questo approccio sensoriale è alla base di gran parte del suo lavoro, rendendo ogni oggetto un piccolo mondo in sé, dove materia, forma e luce dialogano continuamente.

Intervista esclusiva a Misha Kahn
In questa intervista, l’artista ci racconta del processo e delle idee alla base delle sue creazioni.
Il titolo Menisco convesso si riferisce a un fenomeno fisico legato alla superficie dei liquidi. Cosa ti ha portato a scegliere questo concetto per la mostra? Beh, penso che, mentre stavamo finendo il lavoro, ci fosse questo tema generale delle gemme trattate in modo molto morbido. E ricordava molto questo tipo di menisco che si forma nell’acqua. In realtà, il menisco può essere sia concavo che convesso, ma i nostri sono prevalentemente convessi perché ricordano cabochon organici. Mi piace molto tracciare questo parallelismo tra la preziosità di qualcosa di primordiale, come l’acqua, e lo scintillio che possiede, e le pietre preziose, che normalmente vengono sfaccettate con superfici piane per creare quella brillantezza. Qui invece è come se imitassero la sensazione dell’acqua.
E come si è tradotta questa idea nell’allestimento? Direi che, quando riflettevo su come installare gli elementi, mi sembrava interessante prendere ispirazione dall’interno di un portagioie, dove c’è qualcosa come un cuscinetto, e usarlo come spunto architettonico. Mi piace anche che in molti pezzi ci sia un riferimento all’acqua, intesa come qualcosa di prezioso, e che abbiano queste forme amorfe, simili a gocce. Mi sembrava quindi bello affiancare a questo l’uso dell’aria come mezzo per l’isolamento, così da lavorare con due necessità umane primarie, presentate come elementi preziosi. L’ultima cosa a cui pensavo era il desiderio che l’interno evocasse un po’ una stazione spaziale o una sorta di spazio di emergenza allestito. Come se fossi in spedizione e tutti gli elementi apparissero come reliquie tecnologiche che hai dovuto riportare indietro. In questo modo ti trovi in un luogo estraneo insieme a loro. E credo che sia tutto.
Il tuo lavoro fonde spesso discipline diverse. Cosa guida la tua sperimentazione tra arte, design e artigianato? Penso che molto dipenda semplicemente dall’essere molto curiosi. Voglio che nel lavoro emerga la sensazione di un’intera cultura materiale, come se fosse stata costruita una realtà in cui si può immaginare l’architettura, gli oggetti, i mobili, i gioielli, l’arte, e tutto ciò che compone questa cultura leggermente alternativa. Questo ha guidato la mia esplorazione attraverso materiali diversi e molteplici forme di espressione.
Queste pietre e questi pezzi appaiono lisci e leggermente arrotondati, quasi come gocce d’acqua. Che tipo di sensazione vorresti suscitare negli spettatori quando li vedono o li indossano? La sensazione scivolosa e sfuggente delle pietre conferisce agli oggetti, pur essendo realizzati con grande cura, un senso di effimerità, come se potessero trasformarsi in qualcos’altro. Questo dà loro una preziosità legata alla nostra mortalità, piuttosto che alla longevità dei gioielli come oggetti eterni. Volevo che trasmettessero la sensazione di poter svanire davanti agli occhi.
Sei noto per un’estetica audace ed espressiva. Come si traduce nel gioiello, che ha una dimensione più intima e indossabile? Mi piace molto il colore e usarne tanto. Con il gioiello, ovviamente, entra in gioco il corpo: ci si muove insieme all’oggetto. È una dimensione con cui non posso lavorare quando realizzo mobili, oggetti o sculture. Ho introdotto elementi architettonici o strutturali, ma sempre interrotti da componenti eteree e transitorie. Gli anelli “Suncatcher”, per esempio, giocano con la luce e con la sovrapposizione dei colori quando vengono indossati. I pezzi “crater” danno la sensazione che gocce siano state raccolte ma possano disperdersi di nuovo. Il movimento della persona diventa parte dell’opera stessa, ed è stato un aspetto davvero speciale del lavorare con il gioiello.
In che modo, se presente, la tradizione italiana del design e dell’artigianato risuona nel tuo lavoro? In moltissimi modi. C’è una lunghissima lista di artisti e designer italiani che hanno ispirato il mio lavoro, probabilmente anche in modo piuttosto evidente. Ho prodotto molti oggetti in Italia, e ciò che è straordinario è la cultura e lo spirito legati alla produzione di oggetti di altissimo livello. Grazie a questa infrastruttura e tradizione, è possibile lavorare con materiali molto diversi e combinarli in modi davvero speciali. In questa mostra si vede bene: alcune gemme sono state scolpite da una persona, il titanio prodotto da un’altra, l’elettroformatura realizzata altrove. Siamo in grado di costruire mondi complessi che esistono tutti entro un raggio quasi “magico” di circa 80 chilometri, con una comunità in cui tutti si conoscono e collaborano molto bene. È davvero speciale poter entrare in questo sistema, perché altrove non esiste nulla di simile.

Barbara Lo Bianco: costruire un dialogo tra arte e gioiello
La direttrice di BABS Art Gallery, Barbara Lo Bianco, racconta la nascita della collaborazione e la visione curatoriale del progetto.
Com’è nato l’incontro con Misha Kahn e come si è sviluppata questa collaborazione? L’incontro con Misha è avvenuto quasi per caso, grazie a Giancarlo Montebello. Durante una mostra delle opere di Montebello, Misha, che lo conosceva e aveva iniziato a collaborare con lui poco prima della sua scomparsa, ha visitato la galleria. Conosceva anche l’orafo che lavorava con noi, e da lì è nata la conoscenza personale. In quegli stessi giorni, mi ero appassionata a uno dei suoi divani, quindi conoscerlo di persona è stato come un secondo colpo di fulmine. La collaborazione si è sviluppata nell’arco di poco più di tre anni. Nonostante possa sembrare un periodo lungo, il tempo è volato: i progetti di Misha non sono progetti facili, sono molto complessi e laboriosi, e la sua attenzione meticolosa ai dettagli richiedeva presenza e supervisione per dare il via libera ai prototipi e alla loro realizzazione. Il percorso si è sviluppato quindi in un lasso di tempo dilatato rispetto ad altri progetti, ma con grande piacere.
In che modo questo progetto si inserisce nel percorso e nella visione della galleria? Misha Kahn è un creativo a tutto tondo, capace di spaziare dalle installazioni alle sculture, dai disegni agli arredi, fino agli oggetti d’uso. Realizza praticamente tutto. E quello che non l’ha ancora fatto sicuramente lo farà, perché è curioso ed è una mente sempre in movimento, lo si vede anche dallo sguardo e anche chiacchierando semplicemente con lui. La sua curiosità e la sua mente sempre in movimento gli permettono di esplorare nuove forme e materiali, rendendo ogni progetto unico. Da un lato, si inserisce naturalmente nel programma della galleria; dall’altro, porta un respiro internazionale che arricchisce il percorso espositivo, pur mantenendo centrale il sostegno all’arte italiana. Queste incursioni offrono nuova linfa e uno sguardo originale all’identità complessiva dello spazio.

Attraverso una pratica in costante sperimentazione tra arte e design, Misha Kahn interroga il confine tra materia e immaginazione. Le sue opere costruiscono un dialogo silenzioso tra forma, luce e corpo, lasciando emergere un linguaggio in cui ricerca e manualità si incontrano.