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ToggleBasta beat digitali: le chitarre tornano a raccontare storie vere e suonate dal vivo.
Per quasi un decennio il racconto musicale dominante è stato uno solo: beat digitali, ritmi latini, hit costruite per scorrere veloci tra una story e l’altra. Trap, reggaeton, pop iper-prodotto. Funzionava, certo. Ma oggi qualcosa, sotto traccia, sta cambiando.
Nel 2025 il segnale ha cominciato a propagarsi: le chitarre sono tornate al centro. Non come revival nostalgico, ma come linguaggio vivo, distorto, emotivo, imperfetto.
Gli anni ’90 non sono una citazione estetica: sono un’attitudine che riaffiora ogni volta che la musica sente il bisogno di tornare fisica, suonata, reale, imperfetta.
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Italia: nuove voci e vecchie urgenze
In Italia il ritorno delle chitarre passa anche dalla vittoria a X Factor 2025 di ROB, nome d’arte di Roberta Scandurra, 20 anni, che segna un punto di svolta simbolico cojn il singolo Cento Ragazze. Niente personaggio costruito, niente pop da algoritmo: chitarre, voce potentissima e sporca quando serve, un immaginario che guarda dritto all’alternative e al pop‑punk anni ’90, da Avril Lavigne alle Hole di Courtney Love. Il pubblico lo riconosce subito: non è nostalgia, è bisogno di autenticità.

Band e progetti rimettono finalmente al centro la scrittura, il suono collettivo e l’identità di gruppo.
In Italia, il ritorno delle chitarre passa anche dalla scena indipendente, dove alcune band stanno ridefinendo il rock e l’indie con un linguaggio personale e autentico. I Post Nebbia, nati a Padova, lavorano su un indie psichedelico e letterario che mescola riff intensi e testi generazionali: dai primi lavori autoprodotti a Pista Nera, la loro musica racconta inquietudini collettive con energia e originalità.
Accanto a loro, i Satantango, duo cremonese formato da Valentina Ottoboni e Gianmarco Soldi, prendono ispirazione dall’estetica shoegaze e dream pop anni ’90, evocando atmosfere malinconiche e riverberate, ma in chiave contemporanea. Il loro album d’esordio Satantango costruisce paesaggi sonori intrisi di provincia, che uniscono memoria e disillusione, dimostrando come lo spirito alternativo di quegli anni possa ancora vivere oggi.
Le Irossa, band torinese, portano invece sul palco un’energia indie rock e pop-alternative che ricorda la libertà espressiva e la contaminazione stilistica degli anni ’90. Con due album all’attivo e performance live vibranti, mescolano chitarre, basso e percussioni in un sound eclettico e coinvolgente, dimostrando che la musica italiana sa parlare al presente pur mantenendo un legame con la vitalità delle scene underground del decennio.
Anche qui, non si cerca la hit virale, ma una musica che parli, che coinvolga e che torni a far vibrare gli strumenti dal vivo, proprio come accadeva negli anni ’90.
Le Bambole di Pezza rinasceranno a Sanremo
E poi c’è un ritorno che pesa anche a livello simbolico: le Bambole di Pezza, pronte a solcare il palco di Sanremo dopo una carriera decennale nell’underground, potrebbero vivere una vera rinascita. Punk rock, attitudine riot, chitarre dritte e testi che non chiedono scusa: in un festival spesso accusato di essere specchio del pop più addomesticato, la loro presenza è un messaggio chiaro: anche lì, il rock può ancora dire qualcosa.

Il ritorno delle chitarre non è solo musicale
Il revival anni ’90 non si ferma alla musica: anche nella moda si avverte lo stesso richiamo. Crop top, jeans a vita alta, giacche oversize, scarpe chunky e accessori vistosi sono tornati a dominare passerelle e street style. Brand emergenti e grandi marchi reinterpretano capi iconici di quel decennio, mentre festival e concerti diventano veri e propri sfilate di stile vintage‑moderno. Così, tra chitarre distorte e look a la Kurt Cobain, il pubblico non solo ascolta, ma vive un’esperienza culturale a tutto tondo, dove suono e immagine si fondono nello spirito degli anni ’90.
Oltre confine: la nuova stagione guitar-driven
All’estero il discorso è ancora più strutturato. I Pale Waves dall’Inghilterra continuano a dimostrare che il pop può essere chitarristico senza perdere accessibilità: melodie immediate, estetica nineties, malinconia controllata. È il lato più pop di questo ritorno, ma non per questo meno significativo.
Dall’altra parte del mondo, arrivano gli australiani Royel Otis, già idoli dei più giovami, che riportano in circolo un indie rock solare e disilluso, costruito su riff semplici e chorus fatti per essere cantati dal pubblico. Nessuna iper-produzione: band, chitarra e canzoni, da poco reduci da un concerto sold-out a Milano.
Più radicali gli americani Wednesday, il cui album Bleeds è entrato nella top ten di tutte le classifiche “best album of the year”: incarnano lo spirito più profondo degli anni ’90 con noise, shoegaze, alternative, testi introspettivi e una tensione costante tra dolcezza e distorsione. Non strizzano l’occhio al passato: lo usano come grammatica per raccontare il presente.
In comune, tutti questi progetti hanno una cosa: la centralità del gruppo. Non solo artisti solisti, ma band. Non solo performer, ma musicisti. In un’epoca dominata dall’individualismo digitale, è una scelta quasi politica.
Non è nostalgia, è saturazione
Questo ritorno non nasce dall’amore per il vintage. Nasce dalla stanchezza. Dopo anni di musica pensata per funzionare in 15 secondi, cresce il desiderio di canzoni che durino, di concerti da vivere, di strumenti che si sentano anche sbagliare.
Non è “basta trap” come rifiuto, ma come fine di un ciclo. La generazione che oggi affolla i concerti non ha vissuto gli anni ’90: li ha scoperti dopo, e li ha fatti propri. Nirvana, Hole, Smashing Pumpkins, No Doubt non sono miti lontani, ma riferimenti ancora attuali.
Le chitarre non se ne sono mai andate
Forse la verità è questa: le chitarre non sono tornate, perché non se ne sono mai andate davvero. Hanno solo aspettato che qualcuno fosse pronto ad ascoltarle di nuovo.
E oggi, tra nuove band, ritorni simbolici e un pubblico sempre più affamato di suono reale, gli anni ’90 continuano a suonare. Forti. Distorti. Necessari.