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C’è una domanda che precede ogni album di successo: e adesso? Dopo aver ridefinito il linguaggio del pop contemporaneo con BRAT, trasformato in un fenomeno culturale ben oltre i confini della musica, Charli XCX si trovava davanti a una sfida quasi impossibile. Ripetere quella formula avrebbe significato consolidare il proprio successo. Tradirla, invece, significava rischiare tutto.
Ha scelto la seconda strada.
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Music, Fashion, Film è un progetto concepito come un ecosistema creativo, dove undici brani convivono con un film di circa trentadue minuti e una riflessione costante sul rapporto tra musica, moda e cinema. Tre discipline che non vengono trattate come compartimenti separati, ma come linguaggi diversi attraverso cui costruire e mettere continuamente in discussione la propria identità artistica a 360°; come il titolo della sua omonima hit contenuta in BRAT.
La scelta è già tutta nel titolo, ma anche nella cover. Chi, se non Charli XCX, sarebbe riuscita nell’impresa di riunire Martin Scorsese, Marc Jacobs e John Cale in un unico scatto? Un’immagine in bianco e nero che richiama l’estetica della New York artistica degli anni Settanta, evocando l’eredità dei Velvet Underground e di Patti Smith. Una dichiarazione d’intenti ancora prima di premere play: Music, Fashion, Film non vuole essere soltanto un album, ma un punto d’incontro tra discipline, generazioni e immaginari.

Dopo il fenomeno BRAT
Per quasi due anni Charli CXC ha abitato il mondo di BRAT. Un disco diventato manifesto generazionale, fenomeno estetico, meme, trend e linguaggio condiviso. Era facile immaginare un seguito che ne amplificasse il successo, per altro arrivato inaspettatamente nel mezzo di una carriera cominciata nel 2013.
Invece Charli ha lasciato sedimentare quel momento, ha firmato la colonna sonora del nuovo Wuthering Heights di Emerald Fennell (se siete fan della prima ora avrete riconosciuto dei riferimenti alle sue origini), ed è tornata con un lavoro che sembra quasi voler rifiutare l’idea stessa di sequel.
Non è un gesto di rottura fine a sé stesso. È il tentativo di sottrarsi a una delle dinamiche più comuni del pop contemporaneo: diventare prigionieri della propria immagine.
Ma se avete imparato a conoscere Charli con Brat dovete sapere che lei cambia, evolve, muta, dall’inizio come club kids di Londra si è fatta notare con True Romance (2013) un album innovativo, che mescolava l’elettrponica al pop dando vita a quello che sarebbe diventato negli anni a venire descritto come Hyperpop. Poi è arivasto Sucker un inno al rock delle commedie teen anni ’90, pom pom e mini skirt da high school. Charli pubblicato nel 2009 è il disco che l’avvicina al grande pubblico grazie a 1999 feat il suo inseparabile amico Troye Sivan e a Blame it on Your Love feat Lizzo seguito dal pop di CRASH e dall’iconico BRAT. Il resto è storia.

Un disco rock? Sì, ma non come ve lo aspettate
Prima dell’uscita molti avevano parlato di una svolta rock, complici alcune dichiarazioni di Charli e il primo singolo, provocatoriamente intitolato Rock Music che apre il disco dichiarando una svolta più chitarristica, ma senza rinunciare alla precisione pop ed elettronica che definisce il suo stile. SS26 trasforma il mondo della moda in una riflessione sull’immagine e sulla fama, mentre Camera mostra il lato più intimo del progetto, interrogandosi sul rapporto tra artista, identità e sguardo esterno. Magic, Metal, Montana è forse il momento più intimo del disco: una dedica ad A.G. Cook, storico produttore e compagno di viaggio creativo di Charli XCX. Una canzone sulla complicità, sull’amicizia e su quel linguaggio comune che nasce solo dopo anni di collaborazione.
Le chitarre sono certamente protagoniste rispetto a BRAT. Le batterie suonano più fisiche, gli arrangiamenti più sporchi, le influenze grunge e alternative emergono con maggiore decisione. Ma Music, Fashion, Film non è un revival dell’indie rock anni Duemila e nemmeno un tentativo nostalgico di imitare le band che hanno segnato quell’epoca. E’ il linguaggio rock di Charli ed oltre che ascoltarlo potete anche vederlo nella sua veste black and white minimal, basta colori fluo si torna all’essenziale.
La precisione chirurgica della produzione, la costruzione melodica, il senso del ritmo e la continua tensione tra sperimentazione e accessibilità fanno sì che questo resti, inequivocabilmente, un disco di Charli XCX. Il rock diventa un nuovo colore della sua tavolozza, non una destinazione definitiva.
È forse proprio questa la forza dell’album: non scegliere tra pop, elettronica e rock, ma dimostrare quanto queste categorie unite insieme, siano oggi sempre più utili per raccontare la musica.
Quando la musica incontra moda e cinema
Il titolo Music, Fashion, Film potrebbe sembrare una semplice dichiarazione d’intenti. In realtà racconta qualcosa di più profondo. Per Charli XCX questi tre linguaggi non sono compartimenti separati, ma strumenti complementari per costruire immaginari culturali.
La musica genera emozioni, la moda costruisce identità, il cinema dà loro una forma narrativa. Il film che accompagna l’album non nasce quindi per illustrare le canzoni, ma per estenderne il significato, alternando performance, riflessioni sul processo creativo e conversazioni con figure come Vincent Cassel e David Cronenberg. Un legame che affonda le radici già in Crash, album di Charli del 2023, il cui artwork omaggiava esplicitamente l’immaginario dell’omonimo film del regista canadese.
Il film che accompagna il progetto è parte integrante dell’opera: un ulteriore livello di lettura che amplia l’universo dell’album; l’ascolto torna così a essere un’esperienza totale, in cui suono, immagine e narrazione convivono come elementi inseparabili di un unico progetto creativo.
L’artista davanti alla propria immagine
Se BRAT raccontava l’euforia, il caos e la cultura del club, Music, Fashion, Film appare molto più introspettivo.
Molti brani sembrano interrogarsi su cosa significhi continuare a creare dopo aver raggiunto il successo più grande della propria carriera. Quanto dell’artista coincide con il personaggio? Cosa rimane quando un’estetica diventa una moda globale? È possibile continuare a sorprendere un pubblico che ormai si aspetta di essere sorpreso?
Sono domande che attraversano l’intero progetto senza trasformarlo in un disco autoreferenziale. Piuttosto, lo rendono una riflessione sul ruolo dell’artista nella cultura odierna, costretto a esistere contemporaneamente come musicista, icona visiva, personaggio pubblico e contenuto da condividere.

Il pop come linguaggio totale
Forse il risultato più interessante di Music, Fashion, Film è proprio questo: ricordare che il pop può ancora essere un linguaggio complesso. Un’opera che non separa più album, immagini e cinema, ma li considera parti della stessa narrazione.
Musicalmente non possiede l’impatto rivoluzionario che BRAT ha avuto nel 2024. E probabilmente non vuole averlo. Sceglie invece una strada meno immediata: quella dell’evoluzione.
In un panorama dominato dalla ripetizione e dalla necessità di capitalizzare ogni successo, Charli XCX dimostra ancora una volta che la scelta più radicale non è cambiare genere musicale. È rifiutare di diventare la copia di sé stessa.