Gli oceani sono il cuore blu del pianeta. Coprono oltre il 70% della superficie terrestre, producono circa il 50% dell’ossigeno che respiriamo, assorbono fino al 30% delle emissioni globali di CO₂ e rappresentano una fonte essenziale di sostentamento per oltre un miliardo di persone. Eppure, sono sempre più vulnerabili: oggi circa l’80% dell’inquinamento marino è costituito da plastica.

Per questo l’8 giugno si celebra la Giornata Mondiale degli Oceani, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2008. Il tema scelto per il 2026, “REIMAGINE: Beyond the world we know, a new relationship with our ocean”, è un invito a immaginare un nuovo patto tra uomo e mare, passando da semplici fruitori delle sue risorse a custodi attivi del suo futuro.

Una trasformazione che in alcune parti del mondo è già realtà. Dall’Australia alla Polinesia Francese, esistono territori dove la tutela dell’oceano non è una tendenza contemporanea, ma una pratica quotidiana tramandata da generazioni.

GUARDA ANCHE: Western Australia: viaggio tra praterie, aborigeni e quokka

Great Barrier Reef, Whitsundays (c)Tourism Australia
Tourism Australia

Australia, dove il mare è una responsabilità ancestrale

Molto prima che si parlasse di sostenibilità, le comunità aborigene australiane e delle Isole dello Stretto di Torres avevano già sviluppato una relazione equilibrata con l’oceano. Un rapporto fondato sul rispetto dei cicli naturali, sulla pesca responsabile e sulla consapevolezza che il mare non appartiene all’uomo, ma che l’uomo appartiene al mare.

In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani 2026, Discover Aboriginal Experiences porta all’attenzione internazionale questo patrimonio culturale millenario. Lungo la Grande Barriera Corallina, guide indigene come Natalie Smith, biologa marina e Master Reef Guide, accompagnano i visitatori alla scoperta del reef intrecciando conoscenze scientifiche e racconti del Dreamtime, il Tempo del Sogno che custodisce la memoria spirituale delle popolazioni aborigene.

barriera-corallina-australia
Tourism Australia

Nella Sunshine Coast, le esperienze di Saltwater Eco Tours raccontano come le comunità locali abbiano praticato per secoli una pesca sostenibile, osservando attentamente maree e stagioni. Nella remota Shark Bay, patrimonio UNESCO, le escursioni di Wula Gura Nyinda Eco Cultural Adventures permettono invece di esplorare ecosistemi straordinari attraverso canoe, passeggiate e attività a basso impatto ambientale. Un approccio che oggi appare rivoluzionario, ma che per queste culture rappresenta semplicemente il modo corretto di vivere in armonia con la natura.

Ningaloo Reef, il modello di turismo che protegge gli squali balena

Sulla Coral Coast dell’Australia Occidentale si trova uno degli esempi più riusciti di turismo sostenibile al mondo. A Ningaloo Reef, sito UNESCO celebre per la più grande aggregazione di squali balena del pianeta, ogni attività è progettata nel rispetto assoluto degli animali. Tra marzo e luglio, centinaia di questi giganti gentili raggiungono le acque del reef, offrendo ai visitatori la rara opportunità di nuotare al loro fianco.

Ma l’esperienza è regolata da un rigoroso sistema di protezione: solo operatori autorizzati possono organizzare escursioni, il numero di nuotatori è limitato, le distanze dagli animali sono rigidamente controllate e qualsiasi forma di contatto è vietata.

Swimming Whale Shark (Rhincodon typus), Ningaloo Marine Park

Il risultato è un modello virtuoso in cui il turismo non rappresenta una minaccia per l’ecosistema, ma una risorsa concreta per la sua conservazione. Molti operatori contribuiscono infatti alla ricerca scientifica internazionale, raccogliendo dati utili al monitoraggio e alla protezione degli squali balena.

Polinesia Francese, la più grande area marina protetta del mondo

Se l’Australia insegna come convivere con l’oceano, la Polinesia Francese dimostra come sia possibile proteggerlo su scala globale. L’8 giugno 2025, durante la Conferenza ONU sugli Oceani di Nizza, il presidente Moetai Brotherson ha annunciato la creazione della più grande area marina protetta del pianeta. L’intera zona economica esclusiva della Polinesia Francese, quasi cinque milioni di chilometri quadrati di oceano, è stata designata come area protetta.

polinesia-francese-thaiti
Grégory Lecoeur

Di questi, circa 1,1 milioni di chilometri quadrati saranno soggetti ai più alti livelli di tutela, consentendo esclusivamente pesca artigianale tradizionale, ecoturismo e ricerca scientifica. La decisione include anche il divieto di pesca a strascico e di attività minerarie in acque profonde, con l’obiettivo di salvaguardare habitat fondamentali per squali, balene, tartarughe marine e barriere coralline.

Una scelta che affonda le sue radici nella cultura polinesiana. Per secoli, le popolazioni locali hanno navigato il Pacifico seguendo il vento, le stelle e le correnti marine, sviluppando una profonda connessione spirituale con l’oceano. Da questa tradizione nasce il Rahui, antico sistema comunitario di gestione delle risorse marine che limita temporaneamente la pesca per permettere agli ecosistemi di rigenerarsi.

Gli italiani e il mare: quanto ne sappiamo davvero?

Parliamo continuamente di cambiamento climatico, sostenibilità e tutela dell’ambiente. Eppure, quando si tratta di oceani, la nostra conoscenza presenta ancora sorprendenti lacune.

thaiti-polinesia

In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani 2026, una ricerca commissionata da Marine Stewardship Council (MSC), organizzazione internazionale non profit impegnata nella promozione della pesca sostenibile, fotografa un dato tanto curioso quanto significativo: gli italiani sono profondamente preoccupati per la salute del mare, ma spesso ne conoscono poco il funzionamento, le dimensioni e le sfide che affronta.

L’indagine, realizzata da Globescan su oltre 800 persone in Italia, evidenzia infatti un paradosso interessante. Da un lato il 91% degli intervistati dichiara di essere preoccupato per lo stato degli oceani; dall’altro emergono numerose convinzioni errate o informazioni poco conosciute che riguardano proprio il più grande ecosistema del pianeta.

Una distanza tra percezione e conoscenza che racconta quanto il mare, pur essendo essenziale per la nostra sopravvivenza, continui a essere per molti un mondo lontano, invisibile e in parte misterioso.

Un pianeta blu che ancora immaginiamo troppo piccolo

Uno dei dati più sorprendenti riguarda le dimensioni degli oceani. Oltre un italiano su cinque non sa che la superficie oceanica è molto più estesa delle terre emerse.

Eppure la Terra potrebbe essere definita più correttamente un “pianeta oceano”: circa il 71% della sua superficie è coperto dall’acqua e gli oceani custodiscono il 96,5% di tutta l’acqua presente sul pianeta. Sono loro a regolare il clima, assorbire calore e anidride carbonica e produrre circa metà dell’ossigeno che respiriamo ogni giorno.

In altre parole, ogni secondo della nostra vita dipende direttamente da ecosistemi che la maggior parte di noi vede solo durante le vacanze estive.

Più remoti dell’Everest

Quando pensiamo agli ambienti estremi immaginiamo spesso le vette himalayane o le regioni polari. Eppure il luogo più remoto e inaccessibile della Terra si trova sotto la superficie dell’acqua. Il 42% degli italiani ignora infatti che il punto più profondo dell’oceano superi l’altezza del Monte Everest. Nella Fossa delle Marianne, il Challenger Deep raggiunge circa 10.935 metri di profondità, quasi due chilometri oltre gli 8.848 metri della montagna più alta del mondo.

Queste cifre aiutano a comprendere quanto poco conosciamo gli abissi marini. Gli scienziati ritengono che una parte significativa delle specie che vivono nelle profondità oceaniche non sia ancora stata identificata, rendendo gli oceani una delle ultime grandi frontiere dell’esplorazione terrestre.

La plastica arriva dove non dovrebbe arrivare

Molti associano l’inquinamento marino alle spiagge sporche o alle isole di plastica che galleggiano negli oceani. Tuttavia il problema è molto più profondo, in senso letterale. Più di un quarto degli italiani non sa che i rifiuti possono raggiungere persino i fondali più remoti del pianeta. Studi scientifici hanno documentato la presenza di plastica a oltre 10.000 metri di profondità nella Fossa delle Marianne e concentrazioni significative di rifiuti anche nel punto più profondo del Mar Mediterraneo.

Buste, imballaggi e oggetti monouso non restano quindi in superficie: finiscono per raggiungere ecosistemi fragili e poco conosciuti, dove possono permanere per decenni o addirittura secoli.

Il mito degli oceani inesauribili

Per generazioni abbiamo considerato il mare una risorsa infinita. Una convinzione che continua a essere diffusa ancora oggi. Il 31% degli italiani pensa infatti che gli oceani siano troppo grandi perché i pesci possano mai esaurirsi. La realtà è diversa. Secondo i dati più recenti della FAO, oltre un terzo delle popolazioni ittiche monitorate nel mondo è sfruttato oltre livelli biologicamente sostenibili.

La pressione della pesca eccessiva, unita agli effetti del cambiamento climatico e dell’inquinamento, sta modificando rapidamente gli equilibri degli ecosistemi marini. Alcune specie risultano particolarmente vulnerabili e richiedono strategie di gestione sempre più rigorose.

Pesca sostenibile: non basta che sia locale

Un’altra convinzione molto diffusa riguarda l’origine del pesce che arriva sulle nostre tavole. Quasi la metà degli intervistati ritiene che la provenienza locale sia automaticamente sinonimo di sostenibilità. In realtà la distanza percorsa dal prodotto è solo uno degli elementi da considerare.

Un pesce catturato vicino alle nostre coste può infatti provenire da una popolazione ittica sotto pressione o essere pescato con metodi che hanno un forte impatto sugli ecosistemi marini. Al contrario, una pesca gestita secondo criteri scientifici rigorosi può contribuire alla conservazione delle risorse ittiche nel lungo periodo.

La sostenibilità dipende quindi da fattori complessi: stato degli stock, tecniche di cattura, impatto ambientale e qualità della gestione delle attività di pesca.

La buona notizia: il mare può guarire

oceani-Australia
Vlasoff Sand Cay, Cairns (c)Tourism AustraliaNautilus Aviation

Tra tutti i dati emersi dalla ricerca, forse il più incoraggiante è anche il meno conosciuto. Il 70% degli italiani non sa che molte popolazioni ittiche sovrasfruttate possono recuperare e tornare a livelli sani di abbondanza se vengono adottate adeguate misure di tutela.

Diversi studi internazionali dimostrano che habitat marini ed ecosistemi possiedono una straordinaria capacità di rigenerazione. Quando la pressione della pesca viene ridotta, le aree marine vengono protette e l’inquinamento contenuto, il mare riesce spesso a recuperare più velocemente di quanto immaginiamo.

È accaduto, ad esempio, per il tonno rosso dell’Atlantico orientale e del Mediterraneo, che dopo anni di forte declino ha mostrato importanti segnali di ripresa grazie a piani di gestione basati sulla ricerca scientifica.

Oceani: conoscere per proteggere

La Giornata Mondiale degli Oceani 2026 ci ricorda che non si può proteggere ciò che non si conosce. Gli oceani regolano il clima, producono ossigeno, assorbono anidride carbonica, alimentano milioni di persone e custodiscono la più grande biodiversità del pianeta. Eppure continuano a essere percepiti come un universo distante, quasi astratto.

Colmare questo divario tra consapevolezza e conoscenza è forse una delle sfide più importanti dei prossimi anni. Perché comprendere davvero il mare significa anche imparare a riconoscere il ruolo che svolge nella nostra vita quotidiana e il contributo che ciascuno di noi può dare alla sua tutela.