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TogglePrima che esistesse Spotify, prima che gli algoritmi decidessero cosa ascoltare, c’erano quattro fratelli di un quartiere difficile di Napoli che avevano già capito tutto.
Enrico Frattasio è il personaggio reale dietro a Mixed By Erry, il film che racconta la storia dei fratelli Frattasio, capaci di costruire un impero della musica registrata partendo dai vicoli di Forcella.
Tra cassette duplicate a mano, mashup inventati vent’anni prima che esistesse il termine e una passione per la musica che nessun sequestro ha mai potuto togliergli, Enrico racconta oggi quella storia con la lucidità di chi ha pagato un prezzo alto e non si è perso il senso dell’umorismo.
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Le origini: Forcella, i dischi e la musica come salvezza
Se oggi potessi rientrare per cinque minuti nel negozio dove tutto è iniziato, cosa vorresti riascoltare? La prima cosa che mi verrebbe in mente è un disco di Demis Roussos, perché avevo dieci anni quando è iniziato tutto e lui stava al primo posto in classifica. Mi manca l’odore del vinile, quell’aria degli anni Settanta che oggi è completamente svanita. E poi mi ricordo Tim Thomas, un brano che stava in classifica in quel periodo. Sono quelle cose che vorrei ritoccare, però con quell’atmosfera intorno. Adesso per trovare quel disco basta premere un bottone su Spotify o YouTube, quindi per me è tutto diverso.
Com’è nata la passione per la musica? Noi quando uscivamo da scuola — e questa è la storia dei quattro fratelli — abitavamo in un quartiere come Forcella, un posto che all’epoca era molto difficile, dove girava il malaffare. Mio padre all’uscita di scuola ci fermava e ci mandava nel negozio di dischi di un suo amico. Da lì è nata la passione. Di libri ne ho letti pochi, ma quelli di musica non me ne sono perso uno. Quello che conosco nella mia vita è solo la musica, dalla classica fino a oggi. La musica l’abbiamo usata come legittima difesa: è stata quella che ci ha aiutato a non prendere strade sbagliate.
Dall’intuizione all’algoritmo: Mixed By Erry prima di Spotify
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la musica stava diventando qualcosa di più grande della tua passione? Non ce ne siamo mai resi conto davvero. Con i miei fratelli abbiamo iniziato in modo naturale, io facevo le playlist, loro le duplicavano, e man mano è cresciuto tutto. Io ho sempre fatto il dj nel tempo libero. Quello che facevamo sembrava normale, era parte della nostra vita quotidiana.
Oggi tutti parlano di algoritmi musicali, e tu vieni definito un algoritmo umano. Quanto ti fa ridere? Involontariamente l’abbiamo inventato noi. Se venivi da me e mi dicevi cosa ti piaceva, io costruivo la playlist perfetta per te — ci aggiungevo qualcosa in più che sapevo che avresti amato, e alla fine ti piaceva ancora di più. Me l’ha fatto notare Claudio Cecchetto quando l’ho conosciuto. Io mi divertivo già negli anni Settanta e Ottanta a fare quello che oggi chiamano mashup, quando nessuno usava ancora quel termine. Per esempio, quando uscì una canzone di De Crescenzo, mi feci portare dalla Francia la versione in francese di Louis Matthieu: mentre cantava De Crescenzo cantava anche lui, e la gente andava nei negozi a cercare questa versione ma non esisteva, ce l’avevo solo io. Mi divertivo a farlo, e adesso lo fanno tutti col computer in modo facilissimo. Io lo facevo con i dischi fisici: se sbagliavi a mixare dovevi ricominciare tutto da capo.

Il prezzo del successo: sequestri, carcere e la musica che nessuno può sequestrare
C’è stato qualche momento di fragilità, quando le cose si sono fatte più grandi e sono arrivati i primi problemi con la giustizia? Quando siamo usciti dal carcere eravamo spaesati, perché conoscevamo solo la musica. Ho tentato di fare il dj, poi a un certo punto ho aperto una fabbrica di scatole, ognuno di noi ha preso una strada diversa. Però la musica l’ho sempre amata e seguita, perché quella non me l’hanno potuta sequestrare: ce l’ho nel cervello.
Quanto ti entusiasma ripensare a quegli anni? È più nostalgia, entusiasmo o orgoglio? Direi cinquanta e cinquanta. Quegli anni sono stati il mio grande amore ma anche la fonte di tanti guai: separazioni, sequestri, carcere. Il carcere per me è stato un trauma e lo vivo ancora come tale. Le nostre famiglie non erano abituate a quel tipo di vita. Mia figlia, durante uno dei periodi in cui ero dentro, non si è fatta uno shampoo per quattro mesi: era traumatizzata. Potevamo essere bravi con la musica, ma non eravamo attrezzati per sopportare il carcere.
Un episodio, una dedica e l’incontro inaspettato
C’è un episodio di quegli anni che ancora ricordi a distanza di tempo? Ne ho tanti, ma uno lo racconto sempre. Quando facevo le playlist all’inizio, registravo cassette con dediche personalizzate. Una volta un cliente mi chiese di fare una dedica a Maria da parte di Mario — due nomi di fantasia per capirsi. Non sapevo ovviamente che Mario era l’amante di Maria e che il marito, tornando a casa, avesse scoperto tutto e commesso un gesto tragico e insensato, una follia assoluta che condanno senza riserve. Il fatto è che su quella cassetta c’era la mia voce che diceva “Dedicato ai miei innamorati Maria e Mario”. Il caso ha voluto che io incontrassi quell’uomo in carcere. È stato un momento di panico, finché non gli ho spiegato con pazienza, come si dice a Napoli, cucchiaino per cucchiaino, che io non sapevo nulla. Adesso per esperienza, quando faccio dediche dal vivo nelle piazze o nei ristoranti, le faccio solo in diretta e mai registrate su WhatsApp. Non si sa mai.
Il film, il musical e i prossimi progetti di Enrico Frattasio
Il film è abbastanza fedele alla realtà? È un po’ romanzato come tutte le storie, ci mancherebbe. Per esempio, c’è la storia di mio padre che faceva il whisky falso: a distanza di anni ci ridiamo su, diciamo che grazie a lui molti oggi non hanno la cirrosi. Ci divertiamo a raccontarlo nelle interviste perché è una cosa molto simpatica a distanza di tempo. La storia è quella, con tutti i suoi episodi veri, alcuni dei quali ancora più belli di quelli raccontati nel film.
Cosa sta succedendo adesso con i tuoi fratelli? Abbiamo creato un gruppo con ballerini, vocalist e cast: facciamo feste private, feste aziendali, eventi in piazza. Io metto la mia esperienza e la musica degli anni Ottanta e Novanta. Sono stato anche a Milano diverse volte, al Gattopardo e in altri eventi. Poi abbiamo fatto la prima cosa legale nella musica in vita nostra: una nuova versione di un brano di Peppino Di Capri, che canta mio fratello Peppe. E poi abbiamo rifatto “Ti voglio tanto bene” di Roberto Soffici, con qualche frase in napoletano, e presto faremo anche il video. Quest’anno dopo Natale uscirà il musical con Alessandro Siani in tutti i teatri, e l’anno prossimo si parla di otto episodi su Netflix.

Pensi che un caso come Mixed By Erry possa replicarsi oggi? È difficile, perché adesso tutto è a portata di mano e non è più pirateria. Chiunque preme un bottone, scarica una canzone e se la passa. Non c’è più quella cosa. Il consiglio che darei a un giovane con una passione per la musica è di coltivarla con dedizione e disciplina, al contrario di come abbiamo fatto noi. La passione è la scala della vita, in tutti i settori. Oggi con l’autotune, la musica elettronica e l’intelligenza artificiale si è perso lo stimolo. Noi abbiamo avuto la fortuna di vivere gli anni Ottanta, quando è nata la disco music, quando si affacciavano artisti come Elton John e Aretha Franklin. Se mi sono fatto vecchio io o è cambiato il mondo, non lo so. Ma un brano che prende tre milioni di like oggi per me non vale neanche uno.
Se avessi avuto qualcuno di esperto al tuo fianco all’epoca, cosa sarebbe potuto succedere? Il PM che ci ha arrestato mi diceva sempre: sfrutta le tue energie in positivo. Noi culturalmente non eravamo preparati a certi meccanismi. Se avessi avuto qualcuno esperto al mio fianco, oggi potrei stare in qualche casa discografica a dare consigli, a fare produzioni. Questo è il mio unico rimpianto vero. L’energia, la fantasia, l’entusiasmo ce li ho sempre avuti, H24 con la musica. Solo che vivevamo in un quartiere e non eravamo visibili agli altri.
E poi quel PM mi dicevi che l’hai incontrato dopo tanti anni, vero? Sì, ho avuto la fortuna di incontrarlo anni dopo a una serata. Lui si è avvicinato e mi ha detto: “Se abbassi il volume ti dico chi sono.” Era proprio lui, il PM che aveva seguito tutta la nostra storia. Adesso stiamo in buoni rapporti, lui era contento di trovarmi in forma. Ci scriviamo ancora ogni tanto per gli auguri. Per me è una grande soddisfazione.