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ToggleIl comunicato stampa per annunciare il nuovo Direttore Creativo di Dondup apre con un nome preciso: Lauro De Marinis.
Solo che nella riga successiva arriva la specifica — “il cantautore italiano noto come Achille Lauro” — che svela ciò che tutti già sapevano.
È una scelta di costruzione narrativa interessante: da un lato vuole sottolineare la dimensione personale e autoriale del progetto, dall’altro il nome d’arte è inevitabilmente il cuore della notizia.
Lauro De Marinis, in arte Achille Lauro, è il nuovo Direttore Creativo di Dondup. Guiderà l’ufficio stile nelle collezioni donna, uomo e negli accessori, con la prima capsule presentata il 15 giugno 2026 durante il suo concerto allo stadio San Siro. Un progetto di lungo periodo che unisce musica, moda e identità visiva in modo dichiaratamente ambizioso — e che apre una conversazione più ampia su come il settore stia evolvendo.
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Il nome anagrafico e il nome d’arte: una scelta comunicativa che fa discutere
Vale la pena soffermarsi su come Dondup ha scelto di costruire l’annuncio. Aprire con Lauro De Marinis significa voler comunicare qualcosa di preciso: che dietro il personaggio pubblico c’è una persona con una visione creativa propria, che sceglie di mettere la propria sensibilità al servizio di un brand in modo autentico. È un posizionamento che Achille Lauro stesso ha ribadito nelle sue dichiarazioni: “Non come testimonial, non come volto di una campagna, ma come autore. Non un gesto, ma un progetto.”
Eppure specificare immediatamente dopo che si tratta del cantautore noto come Achille Lauro rende di fatto superflua la distinzione iniziale. Non è una critica alla scelta — è semplicemente la natura di questo tipo di collaborazioni: la celebrity porta con sé una narrazione già costruita, e sarebbe ingenuo pensare di separarla completamente dall’identità del brand. La domanda che molti nel settore si pongono, però, riguarda cosa questo modello comunica a chi studia moda e aspira a raggiungere l’ambita posizione di Direttore Creativo?
Un trend globale: da Jaden Smith a SZA, le celebrity alla guida dei brand di moda
La scelta di Dondup si inserisce in un trend internazionale che negli ultimi anni ha assunto dimensioni significative. Jaden Smith — attore e musicista — è stato nominato primo Direttore Creativo dell’area uomo di Christian Louboutin nel settembre 2025. La sua prima collezione, presentata a gennaio 2026, ha generato un’enorme copertura mediatica — misurata da un’agenzia specializzata nel rilevamento del valore dell’impatto mediatico in milioni di dollari in meno di 48 ore — ma anche reazioni contrastanti sullo stile della collezione.
Nello stesso periodo, Vans ha scelto SZA come prima Artistic Director del brand con un mandato pluriennale, mentre Central Cee ha firmato come direttore creativo per una capsule BAPE x SYNA World. E prima ancora, A$AP Rocky è diventato primo Direttore Creativo di Ray-Ban, con il compito di guidare non solo le collezioni ma anche i concept dei negozi e le campagne. Il modello si è diffuso rapidamente, e la domanda che il settore si pone è sempre la stessa: fino a che punto la visibilità può sostituire le credenziali specifiche nel fashion design?
Cosa ne pensano gli studenti delle scuole di moda?
È qui che il dibattito diventa più urgente. Uno studente di fashion design che studia costruzione del capo, draping, storia del costume, tendenze e mercato — e che sa quanto sia lungo e competitivo il percorso per arrivare a ruoli creativi di rilievo — guarda a queste nomine con sentimenti spesso contrastanti. Da un lato c’è l’interesse per la contaminazione tra mondi diversi: la musica, l’arte, la moda hanno sempre dialogato, e figure come Virgil Abloh hanno dimostrato che un approccio ibrido può portare risultati genuinamente innovativi.
Dall’altro, il messaggio sistemico che emerge da questo trend è più ambiguo. Se il ruolo apicale di un brand passa sempre più spesso attraverso la notorietà piuttosto che attraverso anni di formazione e gavetta creativa specifica, cosa indica questo a chi sta investendo tempo e risorse per costruire un percorso professionale nel fashion design? Non si tratta di mettere in discussione la capacità creativa di singoli artisti — ognuno porta con sé una visione del mondo che può arricchire qualsiasi progetto. Si tratta di capire quali segnali il sistema manda a chi sceglie la moda come mestiere.
Come osservano da tempo i docenti delle principali scuole di moda, il ruolo del direttore creativo sta attraversando una trasformazione profonda: sempre più orientato alla narrazione culturale e alla costruzione del brand, sempre meno legato esclusivamente alla progettazione tecnica del capo. Non è necessariamente un impoverimento — può essere anche un’evoluzione. Ma è una trasformazione che vale la pena nominare con chiarezza, soprattutto quando si forma la prossima generazione di creativi.
La visione di Achille Lauro per Dondup: le parole del progetto
Nel comunicato, Lauro De Marinis è esplicito sulla natura del suo impegno: “Volevo creare qualcosa che restasse. Non come volto ma come autore. Non un gesto, ma un progetto. L’inizio di un percorso creativo che nei prossimi anni influenzerà l’immagine, le collezioni e il posizionamento di Dondup — preservandone il DNA e rafforzandone l’identità. L’eleganza non è un accessorio, è un’attitudine, e la moda deve saperla raccontare.”
Il CEO di Dondup, Mauro Grange, parla di “profonda sensibilità artistica” e di una collaborazione pensata per “capitalizzare il suo heritage e portare grande valore al brand”. La scelta di presentare la prima capsule durante un concerto a San Siro non è casuale: è un modo per portare la moda dentro un contesto che la rende immediatamente accessibile a un pubblico amplissimo, mescolando i codici del live entertainment con quelli del fashion. È una formula che Pharrell Williams ha esplorato con Louis Vuitton convincendo anche i più scettici — diventando un punto di riferimento per capire come questa ibridazione, quando funziona davvero, possa generare qualcosa di genuinamente nuovo.
Il progetto di Achille Lauro per Dondup è appena cominciato. Le domande che solleva — su chi guida i brand di moda, su cosa si chiede loro e su come il settore comunica il proprio valore a chi lo studia — resteranno aperte ancora a lungo. E forse è proprio questo il contributo più interessante di una nomina come questa: costringerci a ragionare su dove sta andando la moda, e cosa vogliamo che dica di sé.