C’è un filo che attraversa tutto il lavoro di Catalina Dogaru, Founder e Creative Director del brand Catalina: la costruzione. Non come elemento decorativo, ma come fondamento invisibile di ogni capo.

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Formatasi all’Istituto Secoli di Milano e cresciuta nel mondo del su misura e della cerimonia, Catalina Dogaru ha trasferito nel ready-to-wear un approccio sartoriale rigoroso, fondato su proporzioni, vestibilità e filiera interamente italiana. Con la collezione spring-summer entrando in una selezione di boutique del circuito Camera Buyer Italia, il brand avvia un percorso di distribuzione selettiva che guarda anche ai mercati europei e al Medio Oriente.

Catalina Dogaru
Catalina Dogaru

Dal su misura al ready-to-wear: le radici sartoriali di Catalina

Quanto ha influenzato il tuo percorso il background sartoriale? Il su misura è stato davvero il punto di partenza di tutto. Ti mette in una condizione molto onesta: non puoi nasconderti dietro un’idea o un’immagine, perché il capo deve funzionare su una persona reale, con un corpo reale, con aspettative molto precise. Questo ti educa a guardare prima di tutto alla costruzione, alla vestibilità, alla relazione tra capo e corpo. Creativamente, mi ha insegnato a essere molto rigorosa. Anche quando lavoro su qualcosa di più contemporaneo o apparentemente semplice, c’è sempre quella base sartoriale che guida ogni decisione.

Qual è stata la sfida più grande nel passaggio al ready-to-wear? Trovare un equilibrio tra precisione e scalabilità. Nel su misura ogni capo è unico, nel ready-to-wear devi riuscire a mantenere lo stesso livello di qualità e attenzione, ma su una scala più ampia. Significa progettare in modo molto più consapevole: ogni linea, ogni proporzione deve funzionare su più fisicità senza perdere identità. È un lavoro molto tecnico, ma anche molto mentale, perché devi anticipare come quel capo verrà vissuto da chi lo indossa.

Hai frequentato l’Istituto Secoli di Milano. Quanto ha contribuito questo percorso al tuo approccio progettuale? Molto, perché mi ha dato una base tecnica molto solida. Ti insegna a costruire un capo partendo da zero, a capire come funziona davvero. Non è solo teoria, è un approccio molto concreto che poi ti porti dietro in tutto quello che fai.

Femminilità contemporanea e costruzione del capo

Come definiresti la femminilità contemporanea che interpreti nelle tue collezioni? Per me è qualcosa di molto presente, quasi silenzioso ma forte. Non è decorazione, non è costruita per essere vista in modo superficiale: è qualcosa che si percepisce nel modo in cui una donna si muove, sta, occupa lo spazio. Mi interessa una femminilità che non ha bisogno di essere spiegata o enfatizzata troppo. Può essere anche sensuale, ma mai esplicita in modo banale. È più una questione di equilibrio, di sicurezza, di naturalezza.

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Come lavori sulle proporzioni per ottenere quell’armonia tra rigore e funzionalità? Lavoro molto per sottrazione, togliendo tutto ciò che non è necessario. Le proporzioni nascono da tanti test, prove, aggiustamenti molto piccoli che però fanno la differenza. Cerco sempre una linea che accompagni il corpo senza forzarlo. Quando un capo è davvero equilibrato, non si impone: diventa quasi invisibile nella sua costruzione, ma allo stesso tempo ti fa sentire molto presente.

Le tecniche sartoriali nel tuo lavoro non sono decorative ma strutturali. Come si traduce questo concretamente? Si traduce nel fatto che molte cose non si vedono, ma si sentono. Le tecniche sartoriali servono a dare forma, a sostenere il capo, a creare una linea pulita senza bisogno di aggiungere elementi superflui. Mi interessa che la costruzione lavori per te: che il capo segua il corpo, che abbia movimento, che sia confortevole ma preciso allo stesso tempo.

C’è un capo della collezione che senti particolarmente rappresentativo della tua visione? Direi il blazer dress. È un capo che racchiude bene l’idea di struttura e femminilità insieme. Ha una costruzione molto precisa, quasi rigorosa, ma allo stesso tempo lascia spazio al corpo, al movimento. È un equilibrio che per me rappresenta molto il brand.

Made in Italy, filiera corta e distribuzione selettiva

Cosa significa per te produrre interamente in Italia? Significa soprattutto controllo e relazione. Lavorare in Italia ti permette di seguire il processo da vicino, di parlare direttamente con chi realizza il capo, di intervenire quando serve. Ma è anche una questione culturale: c’è una sensibilità per il dettaglio, per la qualità, che fa parte di una tradizione molto forte. È qualcosa che si percepisce nel risultato finale, anche se non è immediatamente visibile.

Quanto incide sulla qualità finale la scelta di una filiera corta e di un controllo diretto sulla produzione? Incide tantissimo, perché ti permette di essere presente in ogni fase. Non è solo una questione di controllo, ma di continuità: il progetto non si interrompe mai, dalla prima idea fino al capo finito. Questo si traduce in una qualità più coerente. Non ci sono passaggi persi, tutto è molto diretto, e questo alla fine si sente.

Hai scelto una distribuzione selettiva e contenuta. È una scelta strategica o anche identitaria? Direi entrambe. Strategica perché ti permette di costruire il brand in modo più controllato, senza disperdere il messaggio. Ma è anche molto identitaria: preferisco essere presente in pochi luoghi che sento coerenti, piuttosto che essere ovunque. Il modo in cui il capo viene presentato e vissuto è parte del progetto.

Camera Buyer Italia, mercati internazionali e futuro del brand

Che valore ha per te l’ingresso nel circuito Camera Buyer Italia? È un momento importante perché segna l’inizio di un dialogo più strutturato con il mercato. Entrare in queste boutique significa confrontarsi con realtà molto attente e con clienti molto consapevoli. Mi interessa soprattutto capire come il prodotto viene percepito, come viene raccontato, come viene scelto. È una fase di ascolto oltre che di crescita.

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Stai guardando anche ai mercati internazionali, in particolare Europa e Medio Oriente. Che tipo di dialogo immagini con questi contesti? Sono mercati molto diversi ma entrambi interessanti. In Europa c’è una forte attenzione alla costruzione, alla qualità, alla durata nel tempo. Nel Medio Oriente c’è invece una sensibilità molto forte per l’impatto, per la presenza, per l’occasione. Mi piace pensare a un dialogo tra queste due dimensioni.

Quanto conta costruire un’identità riconoscibile rispetto a seguire le tendenze? Conta molto di più l’identità. Le tendenze sono utili per osservare quello che succede, ma non devono guidare il progetto. Preferisco costruire un linguaggio coerente, che si riconosca nel tempo e che evolva senza perdere la sua base.

Se dovessi descrivere il DNA di Catalina in tre elementi, quali sareglieri? Struttura, femminilità e autenticità. Struttura perché tutto parte dalla costruzione del capo, femminilità perché è il centro del progetto, e autenticità perché non voglio inseguire qualcosa di esterno, ma costruire qualcosa che sia davvero nostro.

Qual è la direzione futura che senti più vicina per il brand? Mi interessa una crescita molto controllata, senza forzature. Continuare a lavorare sul prodotto, raffinare sempre di più il linguaggio e costruire relazioni solide. Vedo come naturale, a un certo punto, anche l’apertura di uno spazio diretto — non solo come negozio, ma come luogo di relazione. Per un prodotto come il nostro, legato all’evening, alla cerimonia, a momenti importanti, è fondamentale capire davvero cosa cerca una cliente: come vuole sentirsi, che tipo di presenza vuole avere. Avere uno spazio diretto permetterebbe proprio questo: tornare a un dialogo più vicino, quasi come quello dell’atelier, ma in una forma contemporanea.