Lista dei contenuti
ToggleCaterina Bernardi ha lasciato Milano a 21 anni per trasferirsi sugli Appennini alessandrini, a Fraz. Caldirola di Fabbrica Curone, dove ha trasformato un’azienda agricola in una fattoria didattica. Da oltre vent’anni accompagna bambini, adolescenti e famiglie a riscoprire la natura, il cibo e se stessi attraverso esperienze che lasciano il segno. L’abbiamo incontrata durante uno degli incontri di Arja di Casa, il progetto ideato da Viola Cajo, titolare del brand Arja Cajo, che riunisce persone e storie legate a un modo di vivere più autentico e vicino alla natura. Una storia di scelta consapevole, pedagogia vissuta e libertà ritrovata tra boschi, fiumi e fuochi accesi.
Caterina Bernardi e la fattoria didattica: una scelta fatta a sette anni
Chi sei e di cosa ti occupi? Sono Caterina, sono cresciuta a Milano e a 21 anni mi sono trasferita in provincia di Alessandria, sugli Appennini, a mille metri di altitudine, in un’azienda agricola che ho trasformato in una fattoria didattica. Da ormai 23 anni mi occupo di creare esperienze per bambini e famiglie: campus per bambini da soli, campus per adolescenti fino a 18 anni ed eventi per famiglie con figli di tutte le età, a partire dai 9 mesi.
Come nasce l’idea? Ho deciso che sarei andata a vivere in campagna quando avevo sette anni, e non ho mai cambiato idea. Quando ne avevo 12 è nata mia sorella e da quel momento ho capito che avrei lavorato con i bambini. Mio nonno era il pediatra Marcello Bernardi, abbastanza conosciuto, e ho respirato pedagogia e puericultura per tutta la vita. Uno dei suoi libri più famosi è “Educazione e libertà”, il cui motto è: non c’è crescita senza la possibilità di fare esperienza. Tutta la mia attività si basa esattamente su quello.
Cosa si intende per fattoria didattica?
Cosa significa fattoria didattica per chi non lo sa? Tecnicamente è un’azienda agricola che apre le porte alle persone per insegnare cosa è l’agricoltura, la produzione del cibo e la coesistenza con l’ambiente naturale. Nel mio caso è qualcosa di più ampio: mi occupo di mettere le persone in contatto con la natura in senso lato. Oltre alle attività tipiche della fattoria didattica, come fare il formaggio o lavorare con gli animali, propongo esperienze wild: una notte nel bosco, accendere il fuoco, il foraging, raccogliere piante spontanee commestibili, andare al fiume, costruire dighe di sassi, cercare le impronte degli animali selvatici e le loro tane.
Come si avvicinano le famiglie a queste esperienze? La domanda e l’offerta sono cambiate tantissimo in questi vent’anni. All’inizio le famiglie cercavano principalmente un posto dove lasciare i figli per una vacanza autonoma, quindi facevo soprattutto campus. Oggi la richiesta è molto orientata al contatto con la natura in maniera protetta, perché le persone se ne stanno allontanando al punto da temerla, in modo irrazionale e immotivato. Cercano qualcuno che le accompagni a fare esperienze che da sole non farebbero. Vedo sempre più genitori che vogliono vivere questo tipo di esperienze insieme ai figli. Fare il fuoco e cuocere il cibo, per esempio, è una cosa normale che molti temono perché non sanno come gestirlo: vengono da me e glielo mostro.
I campus: una settimana che cambia i bambini
Cos’è concretamente un campus? È una settimana di esperienza, più che di vacanza. Nel mio caso inizia la domenica sera e finisce il sabato mattina: i genitori accompagnano i figli e tornano a riprenderli completamente diversi. Durante la settimana facciamo esperienze che si ripetono in ogni campus, come la giornata al fiume, la notte nel bosco, raccogliere la legna, fare la pizza nel forno a legna, produrre il formaggio, lavorare nell’orto e con gli animali. A queste si aggiungono attività variabili, come la stampa con le piante su tessuto o la costruzione con il legno, anche in base agli interessi dei bambini. Abbiamo una versione per i piccoli dai 3 ai 12 anni e una per i grandi dai 13 ai 18. Quest’ultima è una vera settimana di lavoro in azienda: si pulisce la stalla, si catasta la legna, si raccoglie frutta per le marmellate. Organizzo anche gite scolastiche di più giorni per le classi che vogliono un’esperienza di fine anno senza insegnanti.

Tre anni non sono troppo pochi per queste esperienze? Dipende dai bambini. I gruppi sono eterogenei per età, quindi non esiste il gruppo dei tre anni separato dal gruppo dei dodici: stanno tutti insieme. In un gruppo misto, automaticamente i più grandi si prendono cura dei più piccoli, senza che nessuno lo dica. È una responsabilità che fa bene a tutti. Ogni attività può essere vissuta a livelli diversi: un bambino di dodici anni si fa la pizza e la inforna con la pala, uno di tre la impasta e gliela condisce il più grande. Al fiume, chi non riesce ad attraversare viene preso in braccio, anche se di solito ce la fa da solo.
Responsabilità, cibo e libertà: la pedagogia di Caterina Bernardi
Hai detto che i bambini tornano completamente cambiati. In che senso? Entrano in contatto con se stessi e con i loro bisogni primari, si rendono conto di essere parte di un tutto. Ho scritto un pezzo sul mio sito che si chiama “Noi bambini togliamo la crosta”, perché quando arrivano dalla città sembrano rivestiti da una patina, distaccati da tutto ciò che è fuori. Dopo una settimana vissuta nella terra, nell’acqua, negli elementi, quella separazione scompare. Iniziano a fare giochi di ruolo in cui sono soli nel bosco e devono sopravvivere: si risveglia qualcosa che normalmente è assopito, e una volta risvegliato non se ne va più. Ho bambini che hanno iniziato a venire da me a 4-5 anni e ora ne hanno 20 o 30: tornano ancora, fanno gli aiutanti, spaccano la legna per il puro piacere di farlo.
Come gestisci il rapporto dei bambini con il cibo durante i campus? Nessuno porta cibo da casa: niente merendine, niente caramelle. Mangiano solo quello che preparo io o che si cucinano da soli. Nessuno è mai obbligato a mangiare, ma c’è sempre frutta disponibile a qualsiasi ora. Quando andiamo al fiume chiedo chi vuole portarsi una mela: molti dicono di no, e io mi permetto di suggerire di portarla comunque, perché quando arriverà la fame saranno contenti di averla. In questo modo imparo loro a sentirsi responsabili del proprio corpo e dei propri bisogni primari. Non sono la loro mamma: mi occupo della loro crescita, ma la responsabilità di sé deve restare loro. E poi insegno anche che quello che hanno intorno è cibo.
I genitori resistono o si fidano? Faccio una grande scrematura fin dall’inizio, perché sono molto diretta e non voglio clienti a tutti i costi. Descrivo l’esperienza com’è davvero, così ogni genitore può capire se è adatta a sé e al proprio figlio. Non è mai successo che qualcuno si lamentasse. Anzi, molti genitori si lamentano bonariamente perché i figli diventano molto più esigenti: chiedono se il pollo è stato allevato all’aperto, vogliono sapere da dove viene il cibo. Io non faccio propaganda, però glielo dico chiaramente: quel pollo che vedono lì è quello che poi mangiamo.
Scopri la fattoria didattica di Caterina Bernardi a Fraz. Caldirola, Fabbrica Curone (AL): esperienze nella natura per bambini, adolescenti e famiglie.