Tra estetica cartoon anni ’30, cultura tattoo e immaginario sportivo contemporaneo, Gabriele Anakin firma la visione creativa della nuova capsule adidas Winter Club. In questa intervista, l’artista racconta la nascita del progetto, il dialogo tra identità personale e linguaggio di un brand globale e il modo in cui inverno, sport e divertimento diventano racconto visivo. Un viaggio tra illustrazione, performance e cultura contemporanea che ridefinisce il confine tra sportwear e storytelling creativo.
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Intervista a Gabriele Anakin protagonista creativo di adidas Winter Club

Da dove nasce l’idea di adidas Winter Club e quale immaginario ti ha guidato nella capsule? L’idea di adidas Winter Club nasce dalla voglia di creare uno spazio nel quale sportivi, artisti e creativi potessero ritrovarsi. Immaginatevi questo luogo magico dove post sciata si guarda tutti insieme i giochi e …perché no? indossando magari la mia capsule.
L’estetica cartoon anni ’30 è un riferimento insolito: cosa ti affascina di quell’epoca e come l’hai resa contemporanea? Quando mi è stata data questa grandissima opportunità ho iniziato a documentarmi e ho scoperto che le prime competizioni invernali risalgono proprio a quel periodo. Negli anni ’30 le illustrazioni stavano vivendo un momento di enorme popolarità: basti pensare a icone come Betty Boop, Popeye o Topolino. Dal momento che nel tatuaggio vengo spesso riconosciuto e apprezzato per lavori in stile cartoon, anime e manga, ho trovato affascinante fare un salto nel tempo e collegare tutti questi elementi. È stato un modo naturale per unire una mia cifra stilistica a un immaginario storico, reinterpretandolo in chiave contemporanea.
In che modo hai bilanciato la tua identità artistica con il linguaggio visivo di un brand sportivo globale come adidas? Come dicevo prima negli anni il mio percorso nel tatuaggio mi ha portato a essere riconosciuto soprattutto per un linguaggio visivo legato al cartoon, al manga e all’anime. Quando ho iniziato a lavorare su questo progetto ho sentito il bisogno di partire da lì, da ciò che mi rappresenta davvero. Il concetto di animazione è diventato il filo conduttore naturale: mi ha permesso di dialogare con l’identità di un brand sportivo globale come adidas senza perdere la mia identità. È stato un equilibrio spontaneo, più che costruito, che mi ha fatto sentire la capsule come qualcosa di autentico e profondamente mio.

Cosa ti interessava raccontare dell’inverno attraverso una lente pop e culturale, invece che puramente tecnica o sportiva? L’inverno, la neve, la montagna e lo sport mi hanno sempre divertito, e volevo che questa sensazione emergesse chiaramente nella capsule. Se si osservano i singoli puppet, si percepisce la spensieratezza. Ogni personaggio sta semplicemente vivendo il momento, divertendosi. Credo che questo sia il vero centro di ogni competizione, al di là del risultato. DIVERTIAMOCI indipendentemente dal risultato, la formula per vincere sempre.
Qual è stato il passaggio creativo più complesso o quello che ha cambiato la direzione del progetto? Trovare la direzione giusta non è stato semplice. Ero pienamente consapevole dell’enorme opportunità che mi era stata concessa e volevo dare il massimo. Questo mi ha portato a esplorare tantissime strade diverse, ho sviluppato un numero enorme di prove, idee e personaggi arrivando a presentarmi ad adidas con un vero e proprio universo di proposte. Paradossalmente, il momento più complesso è arrivato dopo: scegliere cosa lasciare fuori.
In che modo vedi evolvere oggi il dialogo tra sport, arte e moda? Oggi sport, arte e moda sono sempre più intrecciati. Ogni competizione è legata a brand, immagini e illustrazioni che le danno un’identità precisa. Non si tratta solo di performance, ma di come quell’evento viene raccontato e vissuto.
C’è un dettaglio della capsule che consideri un “segreto” per chi saprà coglierlo? Certo che si! Inizialmente volevo tatuare il mio puppet per renderlo una sorta di “auto rappresentazione”. Però!!!! Perché c’è un però, non potevo disegnare un personaggio, a petto nudo, sulla neve. Quindi mi sono ridimensionato e limitato a fare un neo sullo zigomo proprio come il mio, solo i più attenti ci faranno caso.

Winter Club è anche un racconto di storie e performance attraverso il vodcast: quanto senti affine la dimensione narrativa dello sport al tuo modo di lavorare? Gli sportivi per diventare grandi campioni hanno bisogno di tanto allenamento e costanza. Penso che questa sia una veste che si poggia bene su qualsiasi professionista, di qualunque lavoro si parli. Senza costanza, senza sbagliare, senza allenamento non avrei mai raggiunto i miei piccoli/grandi traguardi.
Se dovessi definire la capsule in tre parole-chiave, quali sceglieresti e perché? “Divertente”, ogni puppet come dicevo prima si sta godendo il momento. “Irriverente”, se li analizzate sembrano tutti un po furbetti. “Fresca”, siamo sulla neve ragazzi, COPRIAMOCI!
Dopo questa collaborazione, dove ti piacerebbe portare la tua ricerca visiva nel 2026? Non ho ancora focalizzato il prossimo traguardo. Spesso capitano occasioni molto più grandi di quanto ci immaginiamo o ci prefissiamo. Il mio compito è quello di lavorare bene, non rincorro nulla, le soddisfazioni entrano dalla porta senza bussare