Avvocata per trent’anni, oggi Business ed Executive coach accreditata dall’International Coaching Federation, e formatrice specializzata in soft skills: il percorso di Monica Montironi è la storia di una transizione coraggiosa, nata da una crisi di senso e trasformata in una nuova professione centrata sulle persone. Dopo una lunga carriera come business lawyer, la scoperta del coaching durante un retreat nel 2019 apre un viaggio verso sé stessa e verso un modo diverso di intendere il lavoro, la leadership e le relazioni.
In questa intervista, Monica racconta cosa l’ha portata a cambiare veste professionale, come misura il successo di un percorso di coaching, il suo sguardo su aziende e studi professionali e perché oggi considera il benessere organizzativo una leva strategica tanto umana quanto economica.
Per iniziare, ti va di raccontarmi un po’ di te? Oggi sono coach e formatrice, ed è per questo che sono qui a raccontarmi. Ma in realtà arrivo da trent’anni di avvocatura: sono stata una cosiddetta business lawyer. Dietro a questa etichetta c’è una professione che mi ha coinvolta moltissimo, ma che a un certo punto ha iniziato a lasciarmi addosso una sensazione di vuoto. Funzionavo, lavoravo bene, ma dentro sentivo che mi stavo inaridendo. Ho iniziato a colmare quel vuoto con letture, corsi, percorsi che mi portassero verso un mondo più “qualitativo” rispetto a quello che ogni giorno respiravo tra normative e tavoli negoziali. In un momento molto complesso della mia vita, un amico che non sentivo da anni mi ha suggerito un breve retreat di coaching imperniato sulla leadership al femminile. Era il 2019. Sono andata senza troppe aspettative, pensando mi sarebbe stato utile a potenziare la mia leadership professionale. E invece mi sono ritrovata “ribaltata”, immersa in un viaggio profondo verso me stessa.
Cosa è successo dopo quel primo retreat? Mi sono appassionata e incuriosita. Per un anno ho cercato di capirci qualcosa, ho fatto corsi di ogni tipo, mi sono avvicinata ai temi “soft”, poi mi sono iscritta a una scuola di coaching certificata da ICF, ho frequentato il master, ho ottenuto la certificazione e ho iniziato a lavorare come coach. Parallelamente, grazie a una serie di coincidenze, ho iniziato anche a fare formazione, soprattutto nell’ambito delle soft skills.
Cosa intendi concretamente per soft skills? Sono le competenze non tecniche, quelle umane. Se l’hard skill è l’hardware, la soft skill è il software. C’entra il modo in cui comunichiamo, gesticoliamo, usiamo la voce, lo sguardo, l’empatia con cui ci relazioniamo, l’intelligenza emotiva che siamo in grado di utilizzare. Le stiamo usando anche adesso, mentre parliamo. Nella mia esperienza di avvocato ho incontrato persone tecnicamente preparatissime ma prive di strumenti relazionali: leader incapaci di tenere insieme una squadra, di motivare, di sostenere. Ho visto tanta demotivazione nascere non dal lavoro in sé, ma da sistemi e ambienti che non sostenevano le persone. Le soft skills si allenano praticandole, ma dietro c’è un mondo che tocca psicologia positiva, sociologia, neuroscienze e tanto altro. Per questo studio tutti i giorni: sono ingredienti che formano la mia personalità e la mia professionalità, che per me sono inscindibili. Nel coaching lavoro quasi sempre in ottica trasformativa: si definisce la situazione di partenza, in tutte le sue diverse prospettive, si costruisce insieme una direzione e accompagno la persona verso un obiettivo che deve essere chiaro, realistico e sostenibile. Nel viaggio emergono convinzioni limitanti, schemi ripetitivi, condizionamenti esterni che spesso non sono mai stati veramente visti e messi in discussione. Porto questo lavoro prevalentemente nelle aziende e negli studi legali, dove c’è un enorme tema di allineamento valoriale, consapevolezza e motivazione condivisa. Gli strumenti e le competenze che metto in campo cambiano a seconda del contesto, ma il cuore è sempre lo stesso: allineamento con sé stessi, con i propri valori e sviluppo del potenziale in una modalità sostenibile rispetto al sistema.

Quando hai iniziato il primo corso di coaching avevi già chiaro che avresti cambiato vita? Assolutamente no. Classico caso di “serendipity”. All’inizio pensavo solo che avrei ottenuto strumenti utili per il mio lavoro di avvocato e di consulente di aziende di grandi dimensioni. Poi invece il percorso mi ha cambiata dall’interno e mi ha fatto vedere altro di me e nuove strade possibili. Per coerenza con quello che sta diventando il mio percorso professionale e personale, quest’anno ho deciso di cancellarmi dall’albo: ma il titolo rimane e le competenze giuridiche che ho acquisito in questo lungo percorso sono radicate in me mi tornano utili ogni giorno. Ho una struttura mentale che mi sostiene e che mi è utile addirittura quando faccio coaching (intercetto i vizi logici e le contraddizioni come un cecchino!). Lo considero un patrimonio prezioso. Certamente, però, oggi però la cosa che mi dà più senso è un’altra: vedere gli switch, i momenti in cui una persona si riallinea con quello che vuole davvero e con ciò che è davvero. Quella è la mia definizione di successo: facilitare questi sblocchi e portare più coerenza e armonia nei contesti per i quali lavoro. Quando c’è armonia, anche il profitto ne beneficia, non è un pensiero romantico ma è statistica: se le persone sono in condizione di lavorare in contesti sani, le aziende performano di più. Quello del benessere organizzativo è il campo in cui mi sento più a casa.
Come hai conosciuto Viola e il progetto Aree di Casa? Grazie a una cara amica che ho incontrato poco dopo l’inizio della mia nuova vita professionale. Ci siamo incrociate (altra fortunata coincidenza) per motivi professionali che poi hanno lasciato spazio a una relazione amicale autentica. Lei crede molto in me e conosceva già il progetto Arja di Casa di Viola. Questa amica è un perno: prende a cuore le persone in cui crede e le mette in contatto. Credo abbia stima di me e di quello che posso offrire, e lo stesso vale per Viola. Così ci siamo trovate.
Come si misura il successo di un coach? Quanta responsabilità hai nel buon esito di un percorso? È una domanda centrale. Il coach non è responsabile del successo dell’obiettivo, il coach non indica strade a priori, non è direttivo, ma fa domande (e un bravo coach deve saperle farle “potenti”, intercettando ogni sfumatura, ogni non detto e dare valore a silenzi, esitazioni, mezze parole che a volte dicono tutto). Se tu mi dici “voglio diventare capo del mio ufficio”, io non potrò mai garantirti che ci riuscirai e non è mia responsabilità il conseguimento del tuo obiettivo. Non sono una baby sitter, tant’è che i percorsi di coaching non devono essere a tempo indeterminato ma hanno un inizio e una fine, proprio per evitare l’effetto “dipendenza” che è l’opposto di quello che dovrebbe essere l’esito di un percorso di coaching: l’evoluzione personale. Posso però garantire che lavoreremo insieme per chiarire l’obiettivo, vedere ostacoli interni ed esterni, risorse, limiti, compreso capire se davvero quello che hai portato è il tuo reale obiettivo (cosa affatto scontata). La mia responsabilità è sul processo: definire un obiettivo realistico, sostenibile, congruente con la tua vita e ricostruiamo tutti i sistemi che vengono toccati. Se mi dici “domani voglio andare su Marte”, non ti seguirò in un’illusione, ma lavoreremo su un esame di realtà. Il successo non è “ti ho fatto diventare capo”, ma vedere che tu espandi la tua consapevolezza, sciogli convinzioni rigide, guardi le cose da punti di vista nuovi. L’ego del coach deve sparire: non posso far dipendere il mio valore professionale dal fatto che tu raggiunga o meno un determinato traguardo, anche perché alcuni obiettivi sono di lungo periodo e spesso il risultato arriva dopo la fine del percorso. Uno dei padri del coaching parlava di successo come “potenziale meno interferenze”. Il mio lavoro è aiutarti a vedere e lavorare su quelle interferenze interiori, quelle vocine che ti dicono “non puoi farlo” o, al contrario, ti pompano in modo irrealistico. Lo strumento chiave è la domanda: non ti dirò mai cosa devi fare, ti farò domande che ti aiutino a vedere meglio te stesso e la tua situazione.
Su quali ambiti lavori di più e che tipo di tematiche ti portano le persone? Le etichette servono per lo più al marketing: life coach, business coach, mental coach, ma nella realtà le persone non sono fatte né biologicamente né mentalmente “a compartimenti stagni”. E’ invece da distinguere il coaching individuale dal team coaching (che utilizzo per lo più nelle organizzazioni) perché hanno a che fare con tecniche, ambiti ed obiettivi diversi. Torno però sul punto: che tu venga da me come privato o come professionista, porti sempre tutto te stesso. Se vieni per un problema con il collega, non è che la tua vita personale si blocca fuori dalla porta. E viceversa, se porti un tema privato, spesso ha ripercussioni sulla sfera lavorativa. Io, concretamente, rispetto la domanda con cui arrivi: se mi parli di leadership, assertività, gestione dei conflitti in contesti professionali, lavoreremo su quello. Ma sapendo che dietro c’è sempre una persona intera, non solo un ruolo.
Cosa ti piace del progetto di Viola e del fatto che è focalizzato sulle donne? Mi piace che non si fermi all’oggetto: la stola diventa simbolo e strumento. È un trampolino per altro, un cardine per parlare di cura, relazione, appartenenza. Viola sta costruendo una sorta di maxi-coperta fatta di storie, di colori, di donne diverse che si incontrano. Vedo in molte donne una grande disponibilità a mettersi in discussione, ad accogliere la propria vulnerabilità non come debolezza, ma come punto di partenza per crescere. Quello che è successo negli ultimi anni ha messo tante persone in crisi e la crisi, se la attraversi bene, può essere il ponte per una rinascita. In questo momento storico sento le donne particolarmente fertili nel rivedere obiettivi, scelte, priorità.
Com’è stato il passaggio dall’avvocatura al coaching? Come l’hanno vissuto gli altri e come hai gestito il cambiamento? È stato un passaggio tosto. Ogni cambiamento richiede il pagamento di un prezzo. Bisogna sempre averlo in mente. E a volte il conto è salato. Ho lasciato un lavoro percepito come “sicuro” per qualcosa che molti non capivano nemmeno bene cosa fosse. Il coaching è un campo affollato: c’è chi lo fa bene e chi lo fa male e c’è molta confusione so cosa sia. Per chi mi guardava da fuori, quindi, non era semplice decifrare questa scelta.
Da un lato c’era la preoccupazione di chi mi voleva bene e pensava “ma perché lascia un titolo forte, un lavoro solido?”. Dall’altro, la difficoltà di chi doveva cambiare etichetta su di me: non ero più “l’avvocato”, ma qualcosa di nuovo, meno definito. Questo destabilizza. Ma la ricompensa sapevo sarebbe stata significativa e irrinunciabile. La leva che mi ha spinta è stata doppia: da una parte il desiderio fortissimo di allinearmi con ciò che sentivo davvero mio, dall’altra, paradossalmente, anche gli ostacoli. Le resistenze che ho incontrato sono diventate una sfida: mi sono chiesta “lo voglio davvero?”. E ogni volta la risposta è stata sì. Mi ha aiutato molto il fatto di continuare comunque a lavorare nei miei “vecchi contesti”, ovvero gli studi legali di grandi dimensioni e le aziende, ma questa volta con un ruolo completamente diverso e a mio avviso più ampio e comprensivo: coach, formatrice e consulente a servizio del benessere organizzativo. È come se avessi cambiato porta d’ingresso, mantenendo però un legame con quel mondo. Oggi posso essere per altri ciò che io avrei voluto avere accanto quando ero una giovane avvocatessa.
Guardando avanti, quali sono i tuoi prossimi progetti? Il mio progetto è espandermi, senza preclusioni, e portare tutto il mio bagaglio di formazione ed esperienza acquisito in questi 30 anni dove sento di poter essere più utile e dare un contributo qualitativo. In questo momento sto focalizzando sempre di più il mio lavoro sulla consulenza agli studi professionali e alle organizzazioni. Ho a cuore il benessere organizzativo e sono profondamente convinta che armonia e cura nei luoghi di lavoro non siano un lusso, ma una leva strategica: migliorano la qualità della vita delle persone e portano risultati migliori. La mia missione è questa: dimostrare che si può lavorare con efficacia, performare e allo stesso tempo stare bene. E accompagnare aziende e studi a costruire contesti in cui questo sia davvero possibile.