Tra moda, arte, musica e cultura, Natasha Slater è sempre stata una figura capace di creare connessioni reali, prima ancora che eventi. Con The Robin ha trasformato questa attitudine in un sistema curatoriale di relazioni globali: un members club senza indirizzo fisico, pensato per muoversi tra città, linguaggi e comunità creative. Milano ne ha plasmato l’estetica, il mondo l’ha trasformato in un network.
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In questa intervista, Natasha Slater racconta la scintilla che ha dato vita al progetto, la filosofia della social curation, la selezione dei membri, l’evoluzione internazionale e il ruolo sempre più fluido dei club nel futuro.
Intervista a Natasha Slater founder di The Robin, il club esclusivo di cui tutti stanno parlando!
Puoi raccontarci cosa ti ha portato a fondare The Robin e qual è stata la scintilla iniziale dietro il progetto? Ho fondato The Robin perché sentivo che mancava qualcosa di veramente curato. Tutti parlavano di community ma pochi sapevano creare relazioni reali. Io ho sempre vissuto tra moda, arte, musica e cultura e mi sono accorta che le persone più brillanti che conoscevo non si incontravano più fuori dai soliti circuiti. The Robin nasce da questo: dal desiderio di creare una piattaforma di connessioni globali costruite su esperienze uniche.
Quando hai ideato The Robin, quali esigenze nel panorama dei members club contemporanei volevi affrontare o reinterpretare? I club tradizionali si basano sull’idea di appartenenza a un luogo. Io volevo ribaltare la prospettiva. The Robin non è un indirizzo, è un sistema di accesso. Ti apre porte, ti introduce alle persone giuste e ti semplifica la vita sociale. Non ti vende status, ma esperienze che non puoi comprare altrove.
The Robin nasce a Milano per poi estendersi a un network internazionale. Che ruolo ha avuto la città nella definizione del carattere del club? Milano è la base estetica e culturale del progetto. È la città che mi ha insegnato il valore del gusto, della discrezione e del ritmo sociale giusto. The Robin incarna lo spirito milanese: sofisticato, internazionale, ma sempre con un’attenzione autentica per la qualità e le persone.
Se dovessi descrivere l’essenza di The Robin in tre parole, quali sceglieresti e perché? Effortless, Cultured, Connected. Effortless perché tutto è già pensato per te. Cultured perché muoviamo tra arte, moda, design e lifestyle in modo naturale. Connected perché ogni incontro è curato e ha una logica precisa, mai casuale.

Si dice che The Robin non sia un luogo da visitare ma una comunità da vivere. Come si manifesta questa idea nella quotidianità dei membri? È come avere qualcuno che ti organizza la vita sociale nel modo più raffinato possibile. Ti apriamo porte, ti inseriamo nei contesti giusti, ti facciamo incontrare persone che altrimenti non avresti mai conosciuto. Da una cena privata durante Art Basel a un cocktail segreto durante la fashion week, tu devi solo essere presente. Noi disegniamo tutto intorno a te.
Quali valori guidano l’identità e la cultura di The Robin e in che modo si riflettono nelle esperienze offerte ai membri? Gusto, curiosità e accesso. Tutto quello che facciamo ha un’anima culturale e un’estetica precisa. Ogni esperienza è costruita come un piccolo mondo, con persone che si completano a vicenda. Non è mai solo un evento, è un momento di appartenenza a un universo più grande.
Il concetto di social curation è centrale nel processo di selezione. Come lo definiresti e quali criteri seguite quando valutate i nuovi ingressi? Per me la social curation è come comporre una tela. Non è una questione di ruoli o titoli, ma di sfumature e energia. Cerco persone con gusto, empatia e una visione propria. Quando metti insieme le persone giuste, il resto nasce da sé.
Come riuscite a mantenere un equilibrio tra esclusività e apertura verso una diversità di background, settori e culture? L’esclusività per noi è una questione di qualità e sensibilità. La diversità è naturale, ma deve essere coerente. Un imprenditore tech e un’artista possono trovarsi perfettamente se condividono lo stesso linguaggio estetico e la stessa curiosità verso il mondo.
Quali tratti caratteriali o attitudinali definiscono il membro ideale di The Robin? Carisma, apertura mentale e una certa leggerezza. Il membro ideale di The Robin non deve dimostrare nulla. Sa stare in ogni contesto con eleganza, è curioso, e vive con stile. È qualcuno che arricchisce la stanza solo con la propria presenza.
Puoi raccontarci un’esperienza o un evento che consideri emblematico della missione del club? Un momento che rappresenta perfettamente lo spirito di The Robin è stato un weekend a Venezia durante la Biennale. Dodici persone a cena in un palazzo sul Canal Grande, tra collezionisti, designer e imprenditori. Nessuno si conosceva, ma la chimica era perfetta. Da quella serata sono nati progetti, viaggi e amicizie. È questo il nostro lavoro: creare connessioni che lasciano un segno.
Come supportate i membri quando si muovono tra città e culture differenti? Attraverso la nostra rete internazionale. Quando ti sposti in un’altra città, ti colleghiamo immediatamente con i nostri membri e partner locali. È come avere un PR personale che ti precede, ti posiziona e ti accoglie in ogni parte del mondo.
In un contesto in cui digitale e fisico si intrecciano, quale pensi sarà il ruolo dei members club nel futuro? Il futuro dei club è ibrido. Le persone vogliono sentirsi parte di qualcosa ovunque siano. La tecnologia ci aiuta a connettere, ma l’esperienza reale rimane insostituibile. The Robin unisce entrambe le cose con fluidità e gusto.
Qual è la visione a lungo termine per The Robin? Voglio che diventi il punto di riferimento per chi vive una vita globale e culturale. Non un club ma una rete curatoriale, un luogo di esperienze e relazioni che attraversano città e mondi. Un sistema che ti accompagna ovunque e ti posiziona sempre nel posto giusto.
Ci sono nuove città o iniziative in arrivo? Sì, stiamo crescendo a Parigi, Londra, New York e Dubai. Ogni città avrà la propria programmazione e le proprie partnership locali. Collaboreremo con brand, gallerie, hotel e istituzioni per offrire esperienze davvero irripetibili. È solo l’inizio.
Come vivi il tuo ruolo di fondatrice? Mi considero una social architect. Non progetto città ma relazioni, spazi di connessione e momenti che restano nella memoria. È come lavorare su una tela sociale: ogni evento è un nuovo disegno, ogni persona un colore. Dirigo l’atmosfera e creo equilibrio tra energia, estetica e contenuto.
Se dovessi spiegare The Robin a qualcuno che non lo conosce, cosa diresti? The Robin è come avere un PR personale che conosce il tuo mondo e ti posiziona in quello giusto. Noi curiamo la tua vita sociale in modo intelligente e raffinato. Tu devi solo essere presente. Il resto lo disegniamo noi.