Ingegnere di formazione, fumettista mancata, appassionata di graphic novel e di comicità fin da quando guardava i Promessi sposi del Trio e la Premiata Teleditta in salotto con la famiglia. Giorgia Fumo arriva alla stand up quasi in punta di piedi, passando dai corsi di improvvisazione teatrale agli open mic di Pisa, fino alla decisione radicale presa nel 2020: smettere di sacrificare ciò che la rende davvero felice in nome di una sicurezza che può svanire da un giorno all’altro.

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Nel suo sguardo c’è la vita d’ufficio vissuta per tredici anni, le dinamiche tra generazioni che condividono la stessa stanza riunioni, le critiche che insegnano a semplificare e i complimenti che riconoscono uno stile unico. Sul palco, Giorgia porta proprio questo: il lato laterale delle cose, quei dettagli che nessuno guarda ma in cui, all’improvviso, si riconoscono tutti.

Intervista a Giorgia Fumo, “Ex consulente di Market Intelligence ora comica, autrice e speaker”, come lei stessa si descrive su Linkedin

Come ti sei avvicinata al mondo della comicità e quando hai capito che poteva essere la tua strada? Ho scoperto la comicità attraverso i film e le serie tv che guardavamo in famiglia. Dai Promessi Sposi del Trio alla Premiata Teleditta, passando per Bim Bum Bam: in casa mia si rideva molto. Da bambina adoravo imitare professori e parenti, era qualcosa che mi veniva naturale. Più tardi ho iniziato a coltivare questa passione iscrivendomi a un corso di improvvisazione teatrale, non solo comico ma più espressivo e libero. Poi, a Pisa, ho iniziato a partecipare agli open mic: serate a microfono aperto in cui ti iscrivevi e salivi sul palco. Pensavo di potercela fare, è andata bene e da lì ho continuato.

Ti ricordi la prima volta in cui hai fatto ridere qualcuno, quella che ti è rimasta davvero impressa? Sì, alle scuole medie. Avevo cambiato scuola e, essendo molto diversa dagli altri, un po’ di bullismo c’era. Mi accorsi però che far ridere gli altri creava una sorta di tregua: diventando “quella che faceva ridere” mi proteggevo. Mi piaceva e ne percepivo il potere.

E in quel periodo avevi già capito che sarebbe stata la tua strada? No, assolutamente. All’epoca volevo fare la fumettista. Ed è una passione che ho ancora: mi piace disegnare e adoro i graphic novel.

Giorgia Fumo © Isabella Sanfilippo
Giorgia Fumo © ph: Isabella Sanfilippo

C’è stato poi un momento preciso in cui hai capito che quella era davvero la tua direzione? Sì, nel 2020. Facevo improvvisazione da molti anni, la insegnavo e da un anno portavo pezzi miei aprendo serate di altri comici. Durante la pandemia ho iniziato, come tanti, a interrogarmi su molte cose. Ho fatto un po’ di cassa integrazione e mi sono resa conto che stavo sacrificando ciò che mi rendeva felice per un’idea fragile di sicurezza. In quel momento ho deciso che avrei lavorato seriamente per trasformare questa passione nel mio lavoro.

Sei partita senza un vero percorso formativo alle spalle: quali sono stati i primi passi? Ho iniziato esibendomi nei locali e nei teatri della mia città. È stata una scuola enorme: impari a capire il pubblico, a gestire i tempi, a parlare con i tecnici, a vivere davvero il dietro le quinte di uno spettacolo dal vivo. Non avevo fatto accademie o corsi professionali.
Quanto alla scrittura dei miei pezzi, nasce tutta dall’osservazione e dalla sperimentazione. Salgo spesso sul palco solo con una scaletta, improvviso, reagisco al momento. La stesura vera arriva dopo.

La prima volta non avevi paura di lasciare qualche momento di silenzio sul palco? No, perché avevo già superato quelle paure grazie agli anni di improvvisazione. È un ambiente molto protetto: sali con gli altri e costruite insieme qualcosa. Essendo abituata a farlo con i miei amici, salire da sola è stato semplicemente il passo successivo.

Quali sono stati i tuoi primi modelli di ispirazione nel mondo della comicità? In Italia sicuramente Anna Marchesini, la mia preferita: un’artista completa, capace di fare tutto. E ovviamente Paola Cortellesi, che per chi ha la mia età è un riferimento naturale. All’estero Tina Fey, e tra i più giovani Daniel Sloss. Credo comunque che l’ispirazione venga anche da artisti molto diversi da te: siamo il risultato di ciò che guardiamo.

Quali temi ti divertono di più portare sul palco? Mi piace parlare di vita vera. Racconto spesso del mondo del lavoro, perché ho trascorso 13 anni in ufficio. Non porto semplici aneddoti: osservo ciò che sta ai margini degli eventi. Come nei film degli Avengers: tutti guardano l’azione, io penso a chi deve andare in ufficio e trova la macchina distrutta perché hanno demolito un palazzo. Immagino la telefonata al capo: “Ritardo, Hulk mi ha spaccato la macchina”. Amo le cose laterali, i dettagli che nessuno guarda.

Giorgia Fumo © ph: Isabella Sanfilippo
Giorgia Fumo © ph: Isabella Sanfilippo

Quanto è difficile far ridere generazioni diverse e come ti adatti al pubblico? L’esperienza sul campo aiuta tantissimo. Chi viene a vederti vuole ridere e sentirsi riconosciuto. Le generazioni cambiano, ma certe dinamiche umane sono universali: frustrazione, abitudini, piccole manie. Conosco bene la generazione dei miei genitori e dei miei zii perché li ho osservati a lungo. Mi piace raccontare le interazioni tra generazioni, soprattutto negli uffici dove oggi convivono età diversissime. Forse c’entra anche la mia formazione ingegneristica: mi incuriosisce vedere cosa succede quando metti insieme elementi diversi.

Qual è una critica e qual è un complimento che ti sono rimasti impressi? Una critica utile è che a volte stratifico troppe cose, rischiando di sovraccaricare chi ascolta. Mi ha aiutato a capire l’importanza di semplificare. Un complimento che apprezzo molto è quando mi riconoscono un approccio unico e personale. Spesso inauguro modi nuovi di fare le cose e mi piace quando viene attribuito a me ciò che faccio. È anche il motivo per cui ho scelto di non essere più solo quella che aiutava gli altri in ufficio, ma quella che portava le proprie idee sul palco. Ricevo spesso complimenti anche per gli ADV e i branded content: ci metto molto impegno per renderli originali, e quando viene percepito mi fa davvero piacere.

Hai un rituale particolare prima di salire sul palco? Mi trucco sempre da sola. È un momento che mi rilassa e mi concentra: preparo il camerino, dispongo le mie cose, mi prendo il mio tempo. Ho imparato questa abitudine quando facevo danza: le ballerine si truccano da sole, fa parte del lavoro. Ed è un gesto che continuo ad amare.

Cosa dobbiamo aspettarci da questo spettacolo? Di ridere molto. E di tornare al lavoro il giorno dopo dicendo “dovevi esserci”, perché parlo di situazioni e colleghi così veri che tutti ci si riconoscono.