Osservare un semaforo è un gesto quotidiano che spesso passa inosservato. Eppure, per Matteo Cervone, fotografo milanese, quei colori e quelle icone luminose rappresentano un universo di significati, emozioni e riflessioni sul vivere sociale.
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Dopo una carriera in azienda, Cervone ha intrapreso un percorso artistico che lo ha portato a trasformare un oggetto urbano apparentemente banale in un potente strumento narrativo.
Attraverso i suoi scatti, i semafori diventano specchi delle nostre emozioni, simboli di scelte e metafore della convivenza civile.
Come sei diventato il fotografo dei semafori? Ho avuto una transizione lenta. Ho iniziato nel 1999 a fotografare nel tempo libero, quando arrivava il digitale e i costi di scatto e sviluppo si abbassavano, mentre ancora lavoravo in multinazionale. Nel 2018 ho lasciato l’azienda e ho deciso di dedicarmi di più alla ricerca visiva. Cercavo soggetti inanimati che potessero trasmettere emozioni e i semafori mi hanno colpito: i colori, i cicli temporali, gli omini. Mi sembravano divertenti e stimolanti. Poi, osservandoli meglio, mi sono accorto che sono un po’ come le persone: ognuno è diverso, contestualizzato in situazioni diverse. Da lì è partita la mia ricerca.
Ricordi il primo semaforo che hai fotografato? Ce ne sono stati più di uno. A Milano, per un progetto dove volevo costruire un trittico, e in Toscana, dove ho trovato un omino verde nascosto tra gli alberi, perché il comune non aveva tagliato le fronde. Sembrava camminare in una giungla. Quella foto è diventata “Giungla Urbana”.

Quando lavoravi ancora in azienda, cosa significava per te uscire e fotografare? Era come avere una seconda vita. Mi sembrava di essere Paperino e Paperinik. Nei giorni liberi avevo il mio studio, i miei progetti, il mio mondo parallelo. Il lavoro in azienda mi piaceva, ho avuto una carriera soddisfacente, ma la fotografia mi permetteva di esprimere un altro Matteo.
Quando hai capito che alle persone piaceva il tuo lavoro? Nel 2019, quando ho portato per la prima volta i semafori in mostra. Era un progetto con semafori gialli e un semaforo vero che si accendeva a pulsante. La gente si fermava incuriosita, soprattutto i ragazzi che volevano sapere dove avessi preso quel semaforo.
Cosa vuoi trasmettere con le tue foto di semafori? Mi hanno colpito i colori. Il rosso l’ho collegato alle emozioni più forti, sia positive che negative. Il verde ai momenti pacifici. Il giallo, che per me è il più importante, al libero arbitrio: il momento in cui decidiamo se fermarci o andare, come davanti a un incrocio. Aspetto il colore giusto per scattare e creare corrispondenze tra emozioni e immagine. In fiera ho visto che il messaggio arrivava: quando la gente fotografa le tue foto vuol dire che parlano.
Hai realizzato una mostra importante quest’anno, ce ne parli? Sì, è stato l’anno del centenario del primo semaforo italiano, installato in Piazza Duomo nel 1925. Ho voluto rendere omaggio con un’esposizione che ricostruiva la storia della semaforica in Italia e raccontava come altri artisti hanno usato il semaforo come medium. A maggio abbiamo aperto la mostra e ha avuto un grande riscontro. È stato un lavoro enorme, da project manager oltre che da artista, con la collaborazione di partner e aziende che hanno reso possibile il progetto.
Il manager dentro di te entra mai in conflitto con l’artista? In realtà no, si sostengono. Le esperienze aziendali mi sono utili: organizzazione, formazione, dinamiche comportamentali. Sono temi che tornano anche nei miei lavori. Oggi porto avanti riflessioni più mature: cosa costruiamo e lasciamo alle prossime generazioni.

Come nasce una foto di un semaforo? Inizio osservando l’ambiente, prendo appunti fotografici per capire la luce e l’inquadratura. Poi passo alla fase progettuale: scelgo il tema annuale, costruisco sequenze come se fossero scene di un film. A volte uso scale, furgoni o set improvvisati per ottenere lo scatto che cerco.
Cosa ci sfugge di un semaforo che tu invece cogli? Di solito le persone lo guardano solo per attraversare. Chi vede le mie foto poi mi scrive che non guarda più i semafori nello stesso modo. Anch’io continuo a scoprire cose nuove. Per esempio, il giallo è diventato una cartina di tornasole del mio stato d’animo: a volte rallento, altre accelero.
Hai un semaforo preferito? Non proprio. Però ho un ricordo d’infanzia: di notte, tornando a casa in 500 con i miei genitori, vedevo tanti semafori gialli lampeggianti nella nebbia di Milano. Ero piccolo, ma quell’immagine è rimasta come un imprinting.
Qual è stato il riconoscimento più bello che hai ricevuto? La mostra con il patrocinio del Comune di Milano è stata un grande traguardo. Oggi il mio lavoro è riconosciuto nell’ambiente artistico, vengo invitato a mostre e fiere come The Others di Torino a cui parteciperò a Ottobre con la Galleria RoccaVintage, specializzata in fotografia. È un percorso che ha ancora molto da dare ma che già mi sta regalando grandi soddisfazioni.
I semafori cambiano da città a città. Cosa raccontano dei luoghi? Moltissimo. In Svizzera, ad esempio, il giallo appare anche prima del verde. In Germania i semafori pedonali hanno icone personalizzate, come l’Ampelmann di Berlino o figure legate alla storia locale. E cambia anche l’atteggiamento delle persone: in Italia attraversiamo col rosso se non c’è nessuno, in Germania no, per senso civico. I semafori raccontano la cultura dei popoli.
Com’è la vita da artista rispetto a quella da manager? Molto diversa. Da artista gestisco io i miei tempi, anche se resto il manager di me stesso e mi do obiettivi impegnativi. È una vita fortunata: posso dedicarmi a ciò che prima era solo un sogno.
Se non ci fossero i semafori, cosa fotograferesti? Ho già fotografato panettoni, cartelli stradali, oggetti urbani che riflettono i comportamenti umani. Forse anche le strisce pedonali, alcune bizzarre o impossibili da attraversare. Mi diverte osservare come cerchiamo di organizzare le cose e come poi la realtà le smentisce.
Alla mostra di maggio hai presentato “L’Omino sono io”. Di cosa si tratta? È un’installazione: un grande semaforo dentro cui le persone potevano entrare e farsi fotografare come silhouette. Dopo aver visto gli omini nei semafori, diventavano loro stessi un omino. È stato un esperimento sociale divertente: all’inizio c’era imbarazzo, poi la fila. Ognuno cercava di distinguersi con pose personali. Abbiamo scattato 1200 foto: un ritratto semplificato, che evidenzia il confine tra individuo e collettività.

Hai fotografato anche semafori rotti? Sì, li uso per rappresentare contraddizioni interiori e momenti di forte tensione emotiva. Una mamma, dopo la mostra, mi ha scritto che avrebbe spiegato al figlio il valore del semaforo come strumento di convivenza civile. In fondo, rinunciamo a un po’ di libertà individuale per il bene comune. È un contratto sociale universale.
Il rumore della strada, il pulsante di attesa: come li trasmetti in fotografia? Di solito astraggo il semaforo dal contesto, quindi non inserisco il rumore. Ma sto lavorando a un progetto che includerà anche i suoni, come elemento di rinforzo. È un passaggio nuovo, che arricchirà ulteriormente il racconto.