Aumentare i profitti rispettando impatto ambientale, sociale e digital: parola di Giada Maldotti di Red Public

Intervista al CEO & Founder di Red Public, Giada Maldotti che ci svela come il successo di un'azienda debba tener conto di impatto digital, sociale e ambientale, magari a discapito dei margini, ma sempre con l'obiettivo di aumentare i profitti sul lungo termine.
giada maldotti ceo founder red public

Abbiamo incontrato Giada Maldotti, CEO & Founder di Red Public, realtà nata dall’esperienza internazionale della sua fondatrice per ottimizzare i processi lavorativi sulla base di una parità, non solo di genere.

Come è nata l’idea di Red Public? Tutto è nato da un clash culturale al mio ritorno dalla Svezia, dove lavoravo dal 2008 muovendomi tra Svizzera, UK e Paesi nordici. Il mio passato professionale riguarda la consulenza strategica e nel tempo infatti mi sono formata lavorativamente in questo settore. In Svezia ho lavorato in Ericsson, sia nello staff di strategia, sia in qualità di direttore global di sviluppo del brand. L’idea di Red Public è nata quando sono tornata in Italia, perché poi sono diventata mamma e il mio desiderio era quello di crescere mia figlia italiana e contemporaneamente volevo soddisfare la mia necessità di stare vicina alla mia famiglia di origine.

Cosa è successo quando sei tornata in Italia? Quando sono tornata sono entrata nel mondo della moda. Sono praticamente passata da una realtà in cui lavoravano 110 mila persone a una completamente diversa fatta di 20 o 25 persone in cui mi occupavo di tutto, dalla digitalizzazione all’acquisto delle piante per l’ufficio! Diciamo che facendo questo cambiamento ho ripreso un po’ quello che è il contatto con la realtà. Mi mancava molto l’Italia, mi mancava parlare la mia lingua e sono molto contenta della scelta che ho fatto: l’Italia, secondo me, nel 2015 Post Expo era un’Italia bellissima in cui era bello vivere, soprattutto a Milano dove viviamo noi. È arrivato poi un momento in cui, anche in qualità di mamma, ho sentito una spinta per fare qualcosa che avesse anche un impatto sociale. Ecco dunque che ho scelto di abbandonare la busta paga, per dedicarmi a qualcosa che lasciasse una certa libertà di direzione, perché non credo che fare impresa per il profitto puro sia un paradigma sostenibile a livello globale. Penso che fare impresa debba certamente generare profitto, ma sempre con uno sguardo proiettato verso l’avanti e le generazioni future. Quindi ho pensato di creare un’azienda, cercando di creare profitto, ma anche valore per i dipendenti e per i clienti, creando un impatto sociale. Non posso certo salvare il mondo, quindi attualmente ho scelto di occuparmi principalmente delle donne. Personalmente sono sempre stata premiata per il lavoro svolto e sono sempre stata sostenuta indifferentemente da uomini e donne che mi hanno dato tanto e quindi io non ho mai vissuto discriminazioni in questo senso. Ma il fatto di non averle vissute non vuole dire che non si possa fare qualcosa per chi invece deve affrontarle quotidianamente. Red Public nasce per questo, perché ci sono dei talenti nel mercato che vengono del tutto messi da parte perché sono donne e a volte perché hanno fatto una scelta di vita legittima di diventare madri; questo non vuol dire che diventare mamma sia una scelta obbligatoria, tutt’altro. Io credo fortemente nella libertà di ogni donna di poter scegliere se essere o non essere madre, però questo aspetto, e tutto ciò che riguarda la vita privata, non può e non deve impattare sulla carriera.

Questo quindi possiamo dire che è un po’ la filosofia, la diversity, di Red Public? Vorrei assolutamente cancellare il termine diversity, perché in inglese ha un significato, mentre in italiano è un termine che crea diseguaglianza. Quando si parla di donne non si può parlare di diversità, anche perché le donne sono più del 50% del globo e poi anche quando si parla di disabilità si tende a creare questo senso di diversità che non mi piace. Preferisco parlare di contaminazione: quando noi parliamo di diversità, è da vedere più come contaminazione. Ti faccio un esempio: io ho preso una business analyst che aveva un CV di lingue orientali, curriculum che nel mondo della finanza non sarebbe mai stato preso in considerazione perché non aveva alle spalle esami di matematica e cose del genere…. allora mi sono detta che se una ragazza a 23 anni ha scelto di partire per la Cina per andare a fare la ragazza alla pari, allora secondo me può fare tutto ciò che vuole. A me non interessava che avesse altre competenze, perché mi bastavano quelle che possedeva e perché ho pensato che le avrei potuto insegnare tutto quello che non sapeva e che le sarebbe potuto servire per fare bene il suo lavoro. In questo senso cerco di creare un team contaminato e diverso, fatto di differenti personalità, che sono comunque tutte brillanti e capaci di dare il massimo. Io stessa, molto di quello che ho imparato l’ho imparato nel percorso della vita. Sostengo un woman empowerment, perché noi donne dobbiamo innanzitutto imparare a chiedere, a non scimmiottare un testosterone che non ci appartiene di natura e dobbiamo imparare a non perdere gli asset che abbiamo. Al mio ritorno in Italia ho deciso di occuparmi di queste situazioni e di fare qualcosa di concreto.

giada maldotti ceo founder red public

Che tipo di consulenze fa Red Public? Come può essere utile ai propri clienti? Oltre alla consulenza di management, sostengo che nessuna consulenza possa prescindere dall’impatto digitale, dall’impatto di sostenibilità ambientale e dall’impatto di sostenibilità sociale. Questo significa che all’interno delle aziende si deve pensare a una riorganizzazione che preveda il digitale (se non c’è). Poi bisogna tenere conto che quando si va a portare sul mercato un progetto questo avrà un impatto sull’ambiente, sempre. Per questo spesso le aziende si rivolgono a noi in cerca di aiuto. Poi c’è la parte relativa all’impatto sociale e all’inclusione, che sta crescendo molto in questo periodo, perché le aziende si rendono conto di avere problematiche in termini di risorse umane (problematiche accentuate dal Covid-19) perché molte donne si sono licenziate e la richiesta che viene fatta a noi è un’analisi e valutazione dei processi interni, delle metriche interne, che riguardano il benessere degli impiegati, i gap di stipendio, ecc. Diciamo comunque che nella maggior parte dei casi, le aziende ci contattano chiedendoci aiuto su come poter fare meglio, facendoci intervenire nel recruiting, nella comunicazione, nella valutazione e promozione del dipendente. Ci sono poi aziende che pur lavorando molto bene, ci contattano per migliorare l’aspetto comunicazione, che è essenziale. Voglio ricordare che Sasja Beslik, considerato il più influente banker di finanza sostenibile, aveva un asset undermanagment di miliardi di euro e i suoi fondi erano i più performanti tra tutti i fondi in generale, non solo tra quelli etici. Questo per spiegare che non c’è solo un senso etico e ispirazionale in un’idea come la mia, ma per dire che questo senso etico ha un ritorno economico fortissimo. Se si fa business fatto bene e in maniera consapevole, i grandi numeri mi dicono che in futuro l’azienda sarà più florida e più prospera.

Con quali tipi di aziende lavorate? Ti dico gli ambiti: noi lavoriamo nelle telco, in aziende partecipate al 100% dal pubblico, poi lavoriamo nella parte bancaria, nell’ health care. Queste le principali, ma ce ne sono anche altre. Sono tutte multinazionali.

Puoi farci qualche esempio di aziende con cui lavorate che sono esempi di successo? I contact center mi piacciono molto, perché sono visti come l’ultima spiaggia per chi non trova lavoro e chi ha sul CV come ultima esperienza “operatore di call center” viene in qualche modo messo da parte dalle aziende. Io invece penso che siano fabbriche di talenti e che siano per le aziende dei punti nevralgici in cui c’è una forte conoscenza del cliente. Ci abbiamo lavorato trasformandoli in custumer excellence center e abbiamo dato opportunità di carriera, creando una linea diretta tra loro e il vertice del business. La soddisfazione degli impiegati è quindi stata altissima e di conseguenza anche la soddisfazione del resto dell’azienda. Tutto questo, insieme a processi interni più strutturati, hanno portato al mantenimento di bilancio fra presenze maschili e femminili al 50% dall’inizio alla fine.

Tu sei mamma. Visto che hai molte idee in merito, ne hai tante anche che riguardano il come poter migliorare la vita di donne che decidono di diventare mamme? C’è un punto di vista patriarcale in Italia che secondo me è da smontare. Si pensa che cambiare il pannolino ai figli svilisca il maschio alpha. Ma faccio l’esempio dei paesi nordici, in cui prendersi cura dei figli è praticamente un obbligo per l’uomo, che diventando padre, sicuramente sarà obbligato a stare a casa dal lavoro un certo numero di mesi, spesso equivalenti a quelli di assenza dal lavoro della madre; così si crea una vera uguaglianza tra uomo e donna. Credo che questo dovrebbe avvenire anche in Italia.  Penso che si dovrebbe permettere a entrambi i genitori di coprire il loro ruolo nell’ambito famigliare. Bisogna poi insegnare alle donne a guadagnare e gestire i propri soldi, in autonomia, senza sempre dipendere dall’uomo. Penso anche che si debba ridurre il margine aziendale, cosa molto impopolare da dire, ma io per esempio lo riduco, perché offro alle mie dipendenti il pagamento della baby-sitter, ma lo faccio in ottica del medio o lungo periodo, perché è vero che riduco il mio margine, ma andando incontro alle sue necessità, probabilmente in futuro questa persona non si licenzierà, sarà una persona felice, soddisfatta e quindi in grado di lavorare bene e di qualità. Secondo me deve essere un lavoro a tre mani: la dipendente deve saper chiedere, deve saper dire di “no” e deve sapere che di fronte a una discriminazione deve avere il coraggio di agire e denunciare.

giada maldotti ceo founder red public

Per quanto riguarda l’inclusione, magari di donne o persone che hanno un’età avanzata, cosa mi puoi dire? Secondo me, se le aziende lavorano bene, dai processi di selezione dovrebbero togliere la data di nascita, la foto e il nome. Le persone di un’età più matura forse non saranno digitalizzate come i più giovani, ma non considerarle è una perdita grandissima.

Per quanto riguarda il mondo della moda invece? Il mondo della moda è un po’ particolare, fatto di tanti artisti. Sicuramente anche nel mondo della moda ci sono discriminazioni, anche se io sinceramente non ne ho viste. Nell’alta moda, quando essa stessa si avvicina a una certa tematica come può essere la sostenibilità ambientale, ho visto che nella maggior parte dei casi è tutto affrontato molto bene, facendo piccoli passi, ma fatti bene. Quando poi sono i grandi brand a muovere determinate tematiche, si mettono in campo delle practice serie. Lo stesso discorso, a mio avviso, vale per la digitalizzazione: la moda è ancora un po’ indietro nella trasformazione digitale, anche se ultimamente sta accelerando per via dell’impatto del Covid; penso comunque che la moda sia una delle industry messe meglio a livello di gender gap. Non è però la quota di uomini e donne la misura del benessere aziendale, perché il benessere aziendale può esserci anche se hai una sola donna con 99 uomini o viceversa, ma la differenza la fa il fatto che quella persona non si senta discriminata e che venga trattata in maniera uguale rispetto a tutti gli altri. Sono le stesse opportunità, lo stesso riconoscimento e lo stesso trattamento ad essere sinonimo di azienda sana.

Sei felice di quello che stai facendo con Red Public? Sì, ma la strada è ancora lunga e non mi sento ancora arrivata.

giada maldotti ceo founder red public

Qual è il sogno da qui ai prossimi anni? Il sogno è quello di avere un profitto ancora maggiore, tale da non pensare di dare il massimo solo ai miei dipendenti e a chi ci lavora dentro, ma che sia sufficiente per dare anche al di fuori dall’azienda. Oltre alla situazione femminile, penso molto anche alle carceri italiane, che non sono assolutamente a misura di uomo e ancora meno a misura di donna e mi piacerebbe fare dei progetti per fare in modo che le donne nelle carceri abbiano poi uno sbocco nel mondo del lavoro. Sono molto vicina alla situazione delle donne, ma anche a quella dei migranti, perché spesso ci si dimentica che la maggioranza dei migranti in Italia è donna e non sono quelle donne che arrivano via mare, ma parlo di quelle che arrivano via aerea e provengono principalmente dal Sud America e dalle Filippine e queste donne spesso si prendono cura dei nostri figli. Queste persone sono discriminate, hanno lasciato famiglia e amici e mi piacerebbe fare dei progetti per migliorare le loro condizioni di vita.

Fonte foto: press office Red Public

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