Miss Sixty, storia di un marchio d’avanguardia

Per tutte noi, cresciute a cavallo tra gli anni ‘90 e ‘00, citare Miss Sixty equivale a parlare di qualcosa di intimamente “nostro”, come può essere una cotta per il ragazzo al banco di fianco al nostro o il primo viaggio da sole in compagnia degli amici. (ph. campagna Miss Sixty 2014 con Belen Rodriguez)

Avere dei capi di questo brand, rivolto solo al pubblico femminile, voleva dire essere controcorrente, alternative quasi, ma in maniera fashion: colori accesi, linee particolari e fantasie pop sono le caratteristiche principali delle collezioni Miss Sixty da sempre. In più, se consideriamo che il marchio nasce come made in Italy, il gioco era fatto: tutte sognavamo di avere nell’armadio un loro capo.

Miss Sixty: il principio

Il jeans a vita bassa, anzi bassissima. Era il lontano 1991, il girovita veniva ancora misurato all’altezza dell’ombelico (se non addirittura poco sopra), quando Wichy Hassan e Renato Rossi fondano a Roma il marchio Miss Sixty, rivolto esclusivamente al pubblico femminile, lanciando sul mercato proprio il jeans a vita bassa. La rivoluzione centrò il bersaglio: di questo modello ne furono prodotti 27 milioni di capi.

Un sogno, dunque, che rappresentava pienamente la voglia di fare del made in Italy: a Roma risiedeva la parte amministrativa; il cervello e il braccio creativo erano a Chieti, mentre i laboratori si trovavano tra Abruzzo, Molise, Campania e Puglia. Il fatturato cresceva esponenzialmente di anno in anno, anche perché i consumatori premiavano sia la novità stilistica (frutto della mente creativa di Hassan) che l’estrema precisione della realizzazione.

Il Gruppo Sixty venne fondato proprio in quegli anni, acquisendo, oltre ai marchi Energie e Miss Sixty, anche i brand Refrigiwear, Killah e Murphy&Nye. La produzione arrivò a contare 2500 addetti ai lavori, con una presenza di vendita in oltre 80 paesi, toccando il record di fatturato nel 2007 con oltre 700 milioni di euro. Anche Hollywood si accorse ben presto di Miss Sixty e molte vip d’oltreoceano appoggiarono pubblicamente lo stile di questa casa di moda, che arrivò a sfilare anche alla fashion week di New York.

Sfortunata flessione

Purtroppo, verso la fine dei primi anni ‘00, il gruppo entra in una fase non più così positiva che coincide sia con la crisi economica mondiale sia con la malattia che colpì Hassan, portandolo alla morte alla fine del 2011. I pesanti debiti contratti costrinsero alla cessione totale del gruppo alla Crescent HydePark, un importante fondo di investimento asiatico, solo l’anno dopo. Nel 2014 chiuse definitivamente lo stabilimento teatino e nel 2016 un’altra filiale siciliana, spostando sia il mercato che la produzione principalmente in Asia.

Miss Sixty oggi

Il Gruppo Sixty, nonostante le profonde e molto pesanti difficoltà di questo decennio, non ha scordato le sue radici europee. Da un paio d’anni è in lavorazione un progetto di “riconquista” proprio del vecchio continente attraverso un processo di rinnovamento dei modelli e delle linee produttive.  Lo fa scegliendo nuove location di lusso per ridare lustro al nome, ampliando contemporaneamente anche la presenza in Asia (al momento comunque non indifferente, visto che l’intero gruppo di investimento conta oltre 3000 negozi in tutto il continente). Miss Sixty, dunque, sta tornando!

Al momento è possibile, oltre che online, acquistare i suoi capi d’abbigliamento in una decina di negozi, tutti monomarca, in Italia, assieme a due negozi in Germania e due nel Regno Unito.

Abbiamo davanti agli occhi tutti gli ingredienti per un ritorno importante: grandi promesse, con il rinnovamento delle tecniche e dei modelli, e altrettanto grandi premesse. In più, grazie al loro fiuto per gli affari, gli asiatici non hanno mai snaturato il marchio, conservando all’interno della gestione molte di quelle menti che hanno reso grande il brand di Hassan negli anni di gloria. Staremo a vedere, ma sicuramente Miss Sixty ha ancora tanto da dire!

Fonte foto: Miss Sixty

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