Cadere (e rialzarsi) in bicicletta

Andare in bicicletta consente anche di imparare una cosa che serve sempre nella vita: cadere significa anche rialzarsi. Così oltre ai lividi e alle conseguenze inevitabili e a volte drammatiche di un incidente, si porta sempre a casa sempre qualcosa di positivo...

Che i nostri destini ciclistici fossero vagamente intrecciati dopo l’esoterico-massonica riunione all’Upcycle, ovvero l’incontro delle tre amiche cicliste al bar, ne avevo sentore. Ed ora mi spiego anche perché il tempo era mancato la scorsa settimana per scrivere il consueto articolo su Fashion Times… mancava la mia caduta!

Sì perché le mie amiche cicliste, Sarah e Iryna, erano state protagoniste nei giorni scorsi di due incidenti. Molto diversi per natura ed esito. Ma sempre di cadute si trattava.
Sarah ahinoi in questo momento sta combattendo con il suo ginocchio. La neve traditrice di fine stagione, quella che più bagnata tende a bloccare il piede sullo sci, ha creato una torsione fatale ai legamenti laterali. Non la bicicletta quindi, ma proprio quello sport considerato da sempre il perfetto complemento invernale per l’allenamento del ciclista. Sci e ciclismo. Stessi muscoli, stesso brivido per la velocità, coordinamento e testa. In passato soprattutto, quando le stagioni dei pro non erano così infinite, sciatori e ciclisti si scambiavano gli strumenti del mestiere per allenarsi fuori stagione. Oggi non è più così, ma è innegabile che anch’io, nel mio piccolissimo, non avrei potuto spingere così forte sui pedali, nonostante un avvio dei lavori tardivo, se non avessi iniziato a zampettare sulla neve con i miei sciettini di legno all’età di 2 anni e mezzo. Così i muscoli si sono sviluppati senza che me ne accorgessi… per ritrovarli poi pronti a ripartire in età matura.

Sarah era all’inizio della stagione e al top della forma. Tanti sacrifici, compresi gli odiati rulli per ore e ore in casa, avevano prodotto quei risultati che l’avrebbero senz’altro portata ai vertici dei suoi obiettivi di appassionata ultracyclist, da poco parte del team dei Folletti Verdi, specializzati proprio in questa faticosa ed esaltante disciplina dei chilometri extra size.


Ora la sua perseveranza è al servizio di un altro obiettivo: il recupero del ginocchio. Impresa nobile almeno quanto la D+ Ultracycling Dolomitica. Se non di più. Ed io non ho dubbi che tornerà più forte di prima, perché la testa di un ciclista è proprio fatta per queste cose. Non spaventano le mete lontane. Si raggiungono con tenacia, pazienza, perseveranza e sano ottimismo. Tirando fuori risorse che non si pensava di avere. Forza Sarah! La stagione è appena iniziata e sarai ancora in tempo per concluderla alla grande, con coppe e medaglie che avranno valore doppio, perché conterranno anche tutti quei km che non avrai potuto fare per allenarti e che peseranno di più di quelli fatti. Avranno quel valore spirituale che daranno maggiore spinta alle tue gambe e tutto questo, lo sai già, vale più di mille ore sui rulli.

E Iryna? Se quella di Sarah è stata un caduta nel percorso, Iryna è caduta nel pieno di una corsa. In una della tante crono che sta affrontando anche per prepararsi ai prossimi mondiali che l’attendono in Polonia.
La dinamica è da brividi… com’è giusto che sia con Iryna, che se la gioca alla grande, unica donna di una squadra a quattro fortissima. “Eravamo lì per vincere…” E cosa è quindi successo? “Tutta colpa di una stupida borraccia piatta…” mi spiega Iryna. Sì perché le borracce da crono, dato che uno che corre a quelle velocità (nel caso di Iryna a 50 km/h) e non ha certo il tempo di tirare su con i denti il consueto tappino, sono in teoria concepite per agevolare la sorsata.


Bene. Ma Iryna, mentre in scia dietro ai tre scatenati corridori spingeva forte sui pedali a velocità che poche donne raggiungono, improvvisamente colta dalla sete, anziché placarla con le chiare, fresche e dolci acque, si ritrova a ingaggiare un’impari lotta con il tappino della borraccia da crono, rimasto inspiegabilmente a ballarle tra le dita. A quelle velocità è un attimo. In un amen la ruota del socio davanti appare lontana, lontanissima.
E dio solo sa quanto è dura perdere la ruota in una crono. È come perdere l’amore nella canzone di Massimo Ranieri. Così, gettata via la riottosa borraccia (almeno, Iryna, avevi bevuto?) arriva la spinta fatale, il colpo di reni che sbilancia. Perché il motore di Iryna, quando è al massimo, fa davvero paura. E a quanto pare fa paura anche a tutti quei suoi incolpevoli muscoli collaterali che, terrorizzati dalla forza delle sue gambe, non sono riusciti a indirizzarne bene la potenza e, sopraffatti dalla sorpresa, hanno gettato la spugna. Massì Iryna… adesso si cade, le avranno sussurrato rassegnati all’orecchio.

Così Iryna si è ritrovata a percorrere alcuni metri sull’asfalto non più leggera sulle ruote, ma con il gomito, la spalla e la coscia destra più altri svariati punti del corpo che in questi casi tendono a rivelarsi al ciclista il giorno dopo, quando ci si scopre allo specchio maculati come un giaguaro.
Ed è qui però che viene fuori lo spirito della campionessa. Il gomito è blu? Si vedrà dopo. Fa male il piede? Devo spingere sul pedale lo stesso. Iryna balza in sella e, forte di quei grandiosi 45 secondi di vantaggio che la squadra aveva già messo in cascina, riparte alla grande e… podio raggiunto! Un bel terzo posto che non vale oro, ma platino!

E veniamo alle comiche finali. Tocca a me. Manca la mia caduta infatti. E, a dire il vero, a parte una mezza scivolata nel primo giorno in cui ho indossato le tacchette, mai mi ero ritrovata sull’asfalto dopo un bell’inaspettato volo. È la mia prima caduta in bicicletta.
Nella testa ho l’immagine del montoncino nero dalle grandi e sproporzionate corna di quello spot tv che ha imperversato tutto l’inverno con le note schitarrate di Lenny Kravitz. “Born confident” recita l’azzeccatissimo headline. Nato sicuro dei propri mezzi. E così anch’io, nel gregge del mio gruppetto domenicale, forte di tutte le mie certezze, mi sono ritrovata a incornare in pieno uno spartitraffico bello rosso come il drappo a plaza del toro.

Sì perché in quel di Monza l’ideona è stata quella di “tutelare” i ciclisti impedendo alle macchine di entrare nella ciclabile. Ma tra il gruppo e la curva mezza cieca ecco che ho ancora stampata negli occhi la scena della mia cornuta ruota che impatta in pieno sul rosso oggetto plastico. Inevitabile. Così com’è inevitabile il frullare di braccia e gambe, il corpo che non pesa, l’impatto sull’asfalto che ancora ti credi un astronauta privo di gravità, il colpetto di rimbalzo della testa, placcato in pieno dal casco, e lo scatto in piedi immediatamente dopo, con le proverbiali molle.

Con viva e vibrante soddisfazione mi accorgo che sono perfettamente in me, tranquilla. Senza tremito né nella voce né nelle mani. Sono anzi io a tranquillizzare i miei soci del giro di domenica. Vedete? È tutto a posto? Notate abrasioni oltre a quelle che vedo io? Tuta strappata? Non vorrei mai replicare quelle incresciose scene dei professionisti che, dopo rovinose cadute, sono costretti a esporre le terga sanguinanti in mondovisione.
Mi tolgo casco e cappello. La testa è tutta intera e anche il casco è integro. È stato appena un buffetto. Sembra che io sia caduta bene. Inconsciamente ho fatto quello che dovevo, come un gatto.

E così si è chiuso il cerchio. Non potevo non cadere anch’io. E rialzarmi, in bicicletta.

Per solidarietà a Sarah, a cui vanno tutti i miei pensieri positivi per una rapidissima ripresa e… forse per emulazione di Iryna, che recentemente mi ha strappato qualche Qom, mia ammiratissima e irraggiungibile “rivale” nelle curve veloci del Velodromo Parco Nord.

 

Tutte le immagini sono elaborazioni grafiche dell’autore dell’articolo.

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