MiRando 2019. Tra steppe padane, cosacche e gomme bucate

Quarta edizione della MiRando e seconda mia esperienza positiva. MiRando è molto di più di una randonnée. È come festeggiare il primo dell'anno, è il debutto della stagione... e anche se fa ancora un po' freddino pare proprio di sentire l'aria di primavera!

Quando un’esperienza è positiva, perché non ripeterla? Nel ciclismo è facile creare delle “tradizioni” personali, delle consuetudini che vincono sull’idea della novità con la forza di una promessa mantenuta.

Così è la MiRando, la randonnée che scendendo dal Naviglio Pavese, raggiunge il Ticino, nonché Pavia, lo risale un minimo giusto prima del ristoro nella imprescindibile Trattoria da Pasquale della sciura Rachele, scavalca scalpitando sulle vecchie assi il ponte di barche di Bereguardo, raggiunge il Naviglio omonimo fino all’approdo di Abbiategrasso e… via! Di nuovo a Milano a braccetto del Grande.

Insomma un itinerario perfetto che già avevo voluto replicare in solitaria d’estate vedi articolo. Perché ero troppo curiosa di testarmi senza l’aria gelida che nella mia prima esperienza mi aveva congelato gli alveoli.

Ma tradizione vuole, al di là degli esperimenti, che la vera MiRando, quella a cui ci si iscrive in centinaia, sia compiuta con Iryna e Armando. Fa anche rima. Questa volta partiamo insieme da piazza Maciachini. Ah no… non è più tempo di avventure e casualità. Si parte e si arriva insieme e, nel mio caso, si gioca finalmente la carta della velocità.

Pochi minuti ad aspettarsi in Piazza Maciachini e… Armando è già congelato!

 

Il clima però tutto sommato è mite. Al punto che decido di indossare la maglia estiva regalata al Cosmobike dagli amici di PH Apparel. Sotto c’è qualche strato, ma era irresistibile la voglia di mettere qualcosa di nuovo, come il 1° dell’anno. Primi 100 km del 2019. Vanno festeggiati. Ormai questo è un numero che non mi spaventa più, dopo tante e tante prove superate, compresa la Randolario da 190 km che quest’anno sarà a inizio stagione, in marzo. E se “ce la farò?” l’anno scorso era la domanda che mi risuonava in testa ogni secondo come un mantra dubbioso, ecco che quest’anno mi chiedevo “a quale media riuscirò a farla?“.

Siamo tra i primi a partire. La via antistante la partenza è così gremita che non si riesce a tornare indietro e mettersi in coda. E poi ormai forse sono un po’ “vip” e così, complice l’invito di Cosimo, l’organizzatore di questa splendida manifestazione, timbro insieme a Iryna e Armando e si va.
Sono fantastiche le partenze “alla francese”. Nessuno che ti soffia sul collo, nessuno che ti pettina le orecchie in avanti passando come un forsennato, nessuno che inizia a correre come se non ci fosse un domani. È tutto elegantemente un “prima Lei, ma ci mancherebbe, passi pure, prego, grazie, pardon“. Così quasi non ti viene la cattiveria e precipiti nel ritmo della scampagnata. Eh no! E se ne accorge Armando che subito inizia a tirare. Deve togliersi di dosso un po’ di freddo e così attacca a 32 km/h. Ohibò inizio a preoccuparmi. Lo so che è tutta psicologia, o quasi, ma io ho bisogno di progressioni più lente. Soprattutto d’inverno. Quindi ecco che ritorna improvvisa la vecchia e cara domandina: “ce la farò?“.

I cari vecchi trucchi del ciclista esperto: Armando ha il giornale anti-vento!

Pare di sì. E la cosa stupefacente, che conferma la velocità degna di rispetto praticata lungo il Pavese, è che non ci raggiunge nessuno. Per qualche km siamo gli apripista ed è solo poco prima del ponte che attraversa il naviglio che uno sparuto gruppetto che sembra composto da lupi solitari ci raggiunge, per poi mollarci, forse per errore, alla svolta del percorso breve. Mah… il breve quelli là? Finiranno tutto in un’oretta… Ma non c’è il tempo di preoccuparsi dell’itinerario altrui. Con lo sguardo sul Garmin eccomi a contemplare 35-36 km/h di velocità. E la media supera i 32!

Dura minga” sento improvvisa la vocina di Calindri, quello del Cynar, che in un archeo-spot visto in qualche teca Rai, sembra voler svolgere la funzione dell’ammazza-trionfi, quello che all’imperatore sulla biga reggeva sì l’alloro sulla testa, ma gli sussurrava anche un impietoso “ricordati che devi morire“. Brrr… tocchiamo ferro, anzi no, carbonio.

E così sono proprio curiosa di vedere se quest’anno risalendo il Ticino ci sarà bisogno delle sciabolate (sul sedere) di Iryna per alleggerire le gambe nella lieve salita sul letto d’asfalto sgarrupato. Così, come in un piatto di Masterchef, la via sul Ticino è impiattata con rustica raffinatezza e, questa volta, pare digeribilissima. Perfetto antipasto prima della panada della sciura Rachele. Mi sa che prima o poi gliela chiedo anche nelle gite d’estate, quando vado da lei a mangiare rane e bottine.

Il rito della panada bollente questa volta si consuma insieme ad Iryna che quest’anno si è decisa a provarla (e apprezzarla!)

Questa volta siamo tra i primi, non c’è ancora nessuno e i piatti di panada sono lì a guardarci appena scodellati e roventi con una consistenza più convitamente compatta dell’altra volta. Va giù saporita che è un piacere. Ne mangerei il triplo, ma l’arrivo in massa del gruppone (di colpo un centinaio di ciclisti affollano il cortile) ci fa ripartire immediatamente. Un po’ ce la tiriamo da snob. Siamo il corpo d’élite questa volta. E così, mentre si risale faticosamente da Bereguardo verso Abbiategrasso ecco che inizio a sentirmi un po’ stanchina, come direbbe Forrest Gump. Ci voleva doppia dose di panada… mi dico. Barretta? Sì ci sta. Da ferma però. Odio masticare con il fiatone. Ed effettivamente i polmoni sono un po’ intirizziti. Il cuore è decisamente alto. Insomma qualcosa mi dice che devo rallentare un po’. Così nella ripresa sento sulla schiena una mano amichevole che mi dà la fatidica spintarella. È quella di Gianni, compagno occasionale, maglia gialla di Cassago Magnago.

Ci voleva proprio. Perché Abbiategrasso sembra non arrivare mai e il vento è traverso e leggermente contro. Se volessi sfruttare appieno la scia di Armando dovrei pedalare “dentro” al naviglio. Per giunta desolatamente secco. Neppure il conforto delle chiare fresche e dolci acque.

L’indispensabile pausa-barretta-Enervit che fa sempre la differenza quando s’inizia ad accusare un po’ di fame…

Così è una vera liberazione questa volta il giro di boa verso Milano. E mi dispiace di aver superato senza accorgermene il secondo ristoro, ma c’è un po’ l’urgenza di farla finita presto.

Com’é come non é, ed è incredibile quanto ci sia magia nel ciclismo, appena si cambia direzione e prospettiva, ecco che le gambe ricominciano a frullare senza sforzo. O sarà il vento? Mah… fatto sta che superato Abbiategrasso si riprende alla grande. E sarà una galoppata vertiginosa fino alla fine, comprese le gimkane tra i podisti che ti urlano di tuttovai piano!” “vai piano tua madre!” e via di questi scambi amorosi, fino al momento da paura quando uno di loro che si era allargato troppo verso di noi toglie la gamba dalla mia ruota come una lucertola che riesce a salvarsi la coda in last minute. Brivido!

Infine approdiamo tranquilli al traguardo dove ci aspettano sparuti gruppetti di ciclisti, per lo più quelli che hanno fatto la “breve” , comprese due amiche, Claudia e Anna, reduci da influenze. Il percorso ridotto si conferma ancora un ottimo debutto di stagione per chi non ha avuto tempo e modo di tenersi allenato d’inverno.

Brindisi con birrette e l’incontro con Claudia e Anna al traguardo

E quindi è bello tirarsela un po’ con il nostro “lungo” e farsi una birretta tutt’altro che invernale. Avevo fantasticato di attraversare la steppa con Iryna, due cosacche alla riscossa con il sottofondo musicale del vecchio sceneggiato Rai di Michele Strogoff, ed eccoci invece a brindare in un’atmosfera balneare doc.

Fantasie cosacche la sera prima della MiRando!

Ma mancava ancora il colpo di teatro. Torniamo a casa? Sì ma… ho forato! Da ferma? Pare di sì… incredibile! Le tradizioni vanno rispettate fino in fondo e anche l’anno scoso avevo forato nel finale, intorno a Corsico. Ma questa volta da ferma è proprio un record! Siamo vicini al banchetto del Buracia Team, che propone il kit di riparazione che, elegantissimo, s’innesta all’interno di una finta borraccia. E più di un sospettino allora non può che cadere su di loro. Che sia tutta una mossa pubblicitaria? Me li vedo, quatti quatti, con un cattivissimo punteruolo, ad approfittare della mia povera gomma incustodita mentre bevo, ignara, la mia bella birretta.

Va bene ragazzi, cosa non si fa per un po’ di visibilità, vi perdono! Tanto più che non faccio neppure in tempo a sganciarla che, con uno scatto da pistard, Iryna è già lì a togliermi il copertone. Del resto Buracia è il suo team. Ecco quindi che debutta la cosacca-gommista, plurifotografata mentre è in azione con la turbo-pompetta griffata. In men che un amen la mia bici è pronta per riportarmi a casa. E Iryna ancora una volta ha saputo stupirmi con la sua incredibile velocità… nel sistemarmi la ruota. Strava non contempla ancora questo tipo di performance? Propongo subito il QOM del cambio della camera d’aria!

Il kit di riparazione del Buracia team e Iryna in azione al cambio della camera d’aria.

 

Gianni di Cassago Magnago che mi ha dato qualche gradita spintarella sul Naviglio di Bereguardo
E infine… stanca ma felice a casa!
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