Come sempre più di frequente accade, già il giorno prima della MiRando 2018 sentivo quel pensierino fisso punzecchiarmi senza tregua.

Oltre cento Km sono sempre una sfida con se stessi e poi avevo in testa l’idea di provare a stare alla ruota di Iryna Bukhanska, che come ben sanno tutti i frequentatori del Velodromo Parco Nord, è fortissima con medie spesso declinate nel maschile dei 41 Km/h e forse anche più… la leggenda fa il resto.

Quindi: va bene che le randonnée non sono competitive, va bene che sono aperte anche ai cicloturisti e quindi non dovrebbe regnare l’ansia da prestazione, va bene che anche le due granfondo che ho fatto le ho affrontate con lo spirito del randonneur, ma, ecco… io una Rando non l’avevo ancora mai fatta e quindi l’ignoto spesso attrae e al tempo stesso terrorizza. Così ero molto su di giri il giorno prima e scaramanticamente fin dalla mattina avevo fatto la foto still life ormai tradizionale con tutto ciò che avrei indossato l’indomani. E ogni ora a guardare il meteo. Inutile dire che ero già sveglia abbondantemente prima dello scampanìo dell’iPhone.

Ormai è una tradizione: il giorno prima pubblico su Facebook la foto dell’equipaggiamento. Così se manca qualcosa… gli amici segnalano!

Bello però prendersela comoda accumulando quel calore che nel corso della giornata mi sarebbe mancato facendo una lunga e bollente doccia. E curare meticolosamente la colazione: frutta secca, barretta con cereali e cioccolato, il potentissimo intruglio “Risveglio di Buddha” gradito dono della mia socia a Natale e… due o tre vitamine. Magiche almeno quanto la piuma magica dell’elefantino Dumbo alla sua prima prova di volo. Sì, dall’opuscolo della Enervit si direbbe che l’integratore al Ferro faccia proprio al caso mio, avrò bisogno di uno squadrone di globuli rossi parecchio agguerriti per sfondare l’aria dura e fredda delle campagne milanesi.
Sono così scattante al mattino che nel tragitto da casa alla partenza infilo già due o tre medaglie su Strava. Niente male. Per fortuna non me ne accorgo perché l’importante è rimanere concentrati e quindi, bruciare energie, così, prima ancora di partire non è proprio saggio. Nel frattempo sono in fila per ritirare numero e schedina. Se ce la farò, al termine della mattinata avrà tre timbri e mi sarò guadagnata il famoso “brevetto” di cui si parla sempre alle Rando e di cui, francamente, non ci ho ancora capito nulla. Brevetto di cosa? Di “provetta ciclista che ha percorso proprio quei cento km il giorno X”?

Nelle foto di MiRando il colpo d’occhio alla partenza e l’ultimo numero staccato… con gli “imbucati” siamo sicuramente più di 800!

Mah… il ciclismo è fatto anche di riti misteriosi e quindi mi affido alla fede. Ed è proprio grazie alla fede incondizionata nel credo della velocità che improvvisamente percepisco la presenza di Iryna, di poco alle mie spalle, in coda anche lei per numero e scheda. Confesso che questo incontro, davvero fortuito, sta alla positività dell’intera giornata come la tutina alle cosce di un ciclista. Iryna ed io ci eravamo infatti parlate della MiRando la domenica precedente, in Velodromo, e poi, oltre a sapere che avremmo partecipato tutte e due non ci eravamo neppure accordate per trovarci. Tutto lasciato al caso, proprio come piace a me. E se penso ai vorticosi scambi di messaggi che corrono nelle due chat whatsapp di ciclisti di cui faccio parte prima di qualche uscita (a volte arrivano oltre 30 msg in 5 minuti…) direi che è già record, ancora prima di sfrecciare sui Navigli.
Iryna e Armando, sono in 2 + io = 3, numero perfetto. Come i tre moschettieri (che poi erano quattro), i tre tenori, i tre porcellini, i tre re magi, i tre segreti di fatima. C’è vasta scelta per confortare la decisione comune di provarci. Sì, provarci. Perché l’anello debole sono senz’altro io ed anche se Iryna garantisce che non c’è competizione e quindi “si va tranquilli” io so che la media di quel “tranquilli” sarà molto, ma molto più alta della mia abituale. E con il freddo che tiene gli alveoli nei polmoni rattrappiti come le gemme dei fiori nate premature e subito congelate, il rischio è che io possa diventare un bella zavorra. Ma provarci si può. E quindi forse era proprio questo il pensiero che mi punzecchiava il cervello il giorno prima. Non lo avevo pienamente identificato, ma ora eccolo lì, a disposizione, a farsi riconoscere in tutta la sua lucente voglia di provarci e di farcela.

Nella foto MiRando le ciclabili dei navigli in tutto il loro invernale splendore

Che delizia la partenza “alla francese”. Sei pronto? Timbri e vai! Niente unz-unz della tecno sparata a tutto volume a eccitare gli animi, niente griglie, niente treni che ti superano in corsa dopo pochi secondi sverniciandoti senza pietà. La randonnée è come una colossale gita fra amici e questa edizione ne conta circa 800. Un bel numero che presto invaderà le ciclabili dei navigli mettendo a dura prova i pochi runners presenti (dato il freddo…).
Così partiamo e cerchiamo di farlo tra i primi, raggiungendo poi quelli che ci hanno preceduto. Vedrò poi che, nel primo tratto in partenza, lungo il Naviglio Pavese, ho stracciato tutte le mie precedenti prestazioni. Raggiungiamo i verdi laggiù? I Funtos Bike? Ma sì. Li prendiamo e per un po’ riesco a stare a ruota, almeno fino a poco prima della deviazione per il giro breve di 60 km, quello che, avevo già deciso, non avrei fatto. Questa volta voglio “il lungo”. E non solo. Lo voglio fare non alla mia velocità, ma a quella di chi va veloce. Inizio infatti ad avere un po’ di debito d’ossigeno. I polmoni proprio non vanno. Si vede che è l’unica parte di me non convinta della mission. Ma che ti credi di fare, Laura? Mi dicono in coro con una vocina simil Cip e Ciop. Niente, niente, state tranquilli, vedete che c’è l’Armando che sta facendo da gregario in modo spettacolare. E Iryna dietro, dice, a “controllarmi”. Speriamo bene… non sia mai che, al minimo cedimento, una cosacca mi dia il colpo di grazia con la sua sciabola. Quindi riprendo fiato, grazie anche al provvidenziale sterratino compatto che ci attende dopo Binasco che diminuisce la velocità, e, insieme al fiato riprendo anche un bel ritmo. Al punto che i verdi dei Funtos sono di nuovo in vista. Abbiamo ripreso il treno e questa volta non lo molliamo più fino a Pavia.

 

Sono come in trance, ma vado veramente veloce. Vedrò in seguito di aver raggiunto i 38 Km/h in modo abbastanza costante. Rapido come un colibrì mi si affianca Edo Belt. Il velocista dei Balanders’ Crew. È grazie al suo invito su Facebook che ho saputo della MiRando. E di cosa parliamo? Ma di dita dei piedi congelate naturalmente. È straordinario il suo metodo per contrastare il problema, dato che nemmeno lui, come me, è un fan dei copriscarpe. Un bel giro di domopak. Sì, proprio quello che si usa per avvolgere gli arrosti. Così le dita non dovranno contrastare da sole il vento e potranno invece galleggiare allegramente nel loro umano calore. La prossima volta farò così anch’io. Ho appena finito di dirlo e il colibrì -Edo mi ha salutata ed è già ripartito con uno frullo d’ali che, sommato alla mia velocità, dovrebbe aggirarsi intorno ai 45 Km/h. Ma proprio come il velocissimo pennuto non ha dato minimamente l’idea dello sforzo. La sua è un’altra dimensione. Ciò nonostante, anche se non c’è gara, continuo a sentirmi leggera e veloce. Dalla Certosa a Pavia arriviamo in un amen ed è lì ad attenderci in tutta la sua sfolgorante bellezza il ponte coperto sul Ticino, emblema della città. Favoloso attraversarlo in bici. Iryna, Armando ed io ci lasciamo sfuggire più di un gridolino di compiacimento estetico. Nel frattempo i Funtos hanno di nuovo ingranato la marcia veloce e così eccomi un po’ appesantita ai primi chilometri immersi nelle campagne che risalgono il Ticino. Qui l’asfalto è rustico come una polenta taragna e mantenere almeno i 30 km/h inizia ad essere un problema. Iryna se ne accorge e… arriva la sciabolata sul collo? No-no, ecco invece una bella manata soft sul sedere! Oh sì, qualche spintarella molto, ma molto professionale è arrivata giusto in tempo, per farmi riprendere un po’ di fiato. Ma come fa a non perdere l’equilibrio? Iryna la grande, ha forza da vendere, anzi, da regalare. Così riesco a riagganciare la ruota di Armando e a trottare verso la prima agognata meta: Parasacco. Dove, se non ho capito male, dovrebbe esserci il pit stop di ristoro in una delle mie trattorie preferite di sempre, la mitica “da Pasquale”, intitolata al papà dell’attuale boss, la sciüra Rachele, attorniata dalle sue solerti figlie.

Iryna e il suo proverbiale senso positivo per la bici

 

Nel frattempo, durante l’inevitabile calo di velocità, ecco un paio di treni che ci raggiungono. Ed è qui che, con mio grandissimo stupore, si levano tante voci di incoraggiamento rivolte alla sottoscritta. Forza Laura! Dai Laura! Sì, dicono proprio il mio nome… incitano proprio me! Naturalmente quasi non riesco a vedere chi mi saluta, sono tutti troppo veloci, ma in seguito scoprirò che la pacchetta d’incoraggiamento ricevuta sulla schiena (schiena e non didietro, i ciclisti sono gentlemen) è niente meno che di un campione, Fabio Alberti, titolo mondiale Master della velocità olimpica nel 2010.
Ringalluzzita da tanto amore, non posso che adoperarmi per approdare “da Pasquale” con stile. E lì, praticamente appena scesa dalla bici, mi accoglie una delle figlie di Rachele con in mano una rovente porzione di panada. Al contatto con le mani c’è da prendersi i geloni… insomma tutto un po’ sembra essere immerso nell’atmosfera dell’Albero degli Zoccoli e così mi tuffo anch’io nel passato e nella superlativa panada, una delle migliori pietanze mai mangiate da Pasquale. E saranno almeno vent’anni che lo frequento. Ma sciüra Rachele, dove teneva nascosta questa prelibatezza? È da mettere nel menu! Il mio papà dalla foto ne riconosce un piatto-cugino, il “pan cutìn qu l’öf” (suggestivo nome da pronunciare rigorosamente sdentati) milanessissimo e altrettanto povero, ma leggermente più consistente. Da queste parti invece la fame e il freddo si contrastavano in forme più liquide, effetto paraflu. E funziona. Le dita dei piedi si sono subito sciolte!

La panada servita al ristoro nella Trattoria da Pasquale a Parasacco… cibo degli dei!

 

La pausa ristoro però è anche concepita per scaldare i cuori e salutare gli amici. Iryna incontra il suo team, i Buracia, io affondo il cucchiaio in compagnia di Andrea, compagno d’avventure a Madesimo. C’è Stefano, che eroicamente se la sta facendo tutta con la scatto fisso, sua grande passione. E al tavolo vicino ci sono anche Fabio e Fulvio, di Equilibrio Urbano. Sì, bello trovarsi e scambiare quelle due parole che, apparentemente distaccate, in realtà contengono tutta la vibrante emozione della prova che si sta vivendo insieme. Tra ciclisti è così. Si parla vagamente del tempo? Sì, in apparenza. In realtà ci si sta dicendo: ma che figata questa Rando sono felice da impazzire, è bellissimo, non sto più nella pelle, ma quanto ci divertiamo ecc ecc

Iryna sorpresa dall’obiettivo del fotografo ufficiale MiRando circondata dai Buracia, il suo team

 

Ma non c’è tempo di compiacersi. Sono solo le 11 e adesso c’è da attraversare il Ticino sul ponte di barche di Bereguardo, che ha giunture in ferro sporgenti come lame. Stiamo concentrati. E poi c’è la salitella che porta al paese che io conosco bene e mi ero già preparata con il rapporto agile del 34. In teoria restano ancora un paio d’ore da correre, se non di più, visto che da Pavia verso Abbiategrasso si risale, ma ormai la velocità di crociera è lanciata ed anche se non raggiungo più la media del Naviglio Pavese, la striscia d’asfalto che costeggia il Naviglio di Bereguardo sembra un tapis roulant. Agganciata ad Armando si corre che è un piacere. Ed è un attimo che Abbiategrasso si staglia all’orizzonte, nella magnificenza del dolby stereo dei suoi due navigli: Bereguardo e Grande. Ormai siamo sull’autostradone di casa. E scopro con piacere che stare in gruppo (naturalmente non ho mai tirato io una mezza volta, ma tant’è…) ha i suoi lati esaltanti. Letteralmente non mi accorgo dei tanti passaggi che, da sola e controvento, mi avevano spremuta le energie nelle tante e passate occasioni in cui combattevo da sola. Oggi no. Oggi sono parte di una “squadra fortissimi”! E sono così dinamica che non ricordo neppure il tombino intombato nel sottopasso all’altezza di Corsico. Laggiù è il paese delle forature, già era successo. E naturalmente doveva ripetersi. Fischio sottile e gomma a terra. Quella dietro. Ma niente paura, c’è il prode Armando, che del cavaliere non ha solo il nome. Quanto ci sarà voluto? Dieci minuti, non di più. Del resto ero dotatissima, anche della magica bomboletta che ghiaccia le mani. Pochi secondi e la ruota è già durissima, pronta a scorrere veloce verso il gran finale. E sì, tutti schierati arriviamo all’unisono. Non c’è gara. C’è lo scatto finale aspettandosi, guardandosi negli occhi come in un brindisi. Consapevoli di avere passato una giornata bellissima, insieme a tutti gli 800 ciclisti che hanno portato sui navigli un prematuro, festoso, soffio di primavera.

Iryna e Armando, i miei due compagni randonneur
L’organizzatore di MiRando, Cosimo Resina, con Andrea Noé, maglia rosa e boss dei Brontolo Bike, gruppo tra i più numerosi
La traversata sul ponte di barche a Bereguardo

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