Ghisallo, la meta ciclistica più amata di sempre

Nel curriculum di ogni bravo ciclista non può mancare almeno una volta nella vita la salita al Ghisallo. Il santuario più amato dai ciclisti di tutto il mondo ospita cimeli e ricordi dei più grandi campioni di tutti i tempi. Cronaca di una "prima volta" speciale, salutata dall'incontro con Francesco Moser!

La riapertura della rubrica dedicata al ciclismo “a modo mio” su Fashion Times doveva coincidere con l’ascesa al passo Spluga e invece… eccomi, a sorpresa, catapultata nel magico mondo del Ghisallo: il sacro monte dei cimeli e dei ricordi, la mecca di ogni devoto ciclista. È infatti nel piccolo santuario, affacciato sopra Bellagio sul Lago di Como, che si trovano le biciclette di Fausto Coppi e di Alfonsina Strada, le maglie iridate e rosa, le foto celebrative, i gagliardetti delle squadre e persino i pass Gazzetta dei papi che nei decenni sono passati da queste parti, magari per accendere un cero alla Madonna del Ghisallo, Patrona dei Ciclisti dal 1949.

Una bici di Alfonsina Strada, prima donna al Giro d’Italia nel 1924

Fu infatti un anno dopo la mitica “corsa spirituale” del ’48, dove tanti corridori del tempo, compresi Coppi e Bartali, si alternarono come tedofori a due ruote per portare una fiaccola votiva da Castelgandolfo a Roma fino alla pittoresca chiesetta lombarda, che papa Pio XII decretò la santità del luogo. Così ancora oggi la fiaccola arde dello stesso fuoco sotto al dipinto che raffigura la “Patrona celeste dei corridori ciclisti d’Italia e del Mondo”.
E pure io ardevo… dalla voglia di annoverare il Ghisallo tra i miei primi obiettivi ciclistici seri, da incidere sulla carlinga del bombardiere.

Circondata dai memorabilia: a sinistra la fiaccola portata da Roma e a destra i pass di papa Ratzinger al Giro d’Italia

Sì perché il Ghisallo è un doveroso passaggio, una meta ambita, una conquista che non può mancare né al corridore antico né al modernissimo. Dal giovane amatore anni ’50 che la scalava in sterrato con rapporti che al massimo arrivavano al 23, così che alzarsi dalla sella, come racconta mio zio Felice – che di cognome fa sempre e non a caso, Magni – significava far slittare la ruota dietro, fino al ciclista contemporaneo e un po’ hipster, che vede provvidenzialmente tramutarsi i suoi tatuaggi in santini quando sale e scende con la scatto fisso brakeless, il Ghisallo non passa mai di moda. E la fede nella bicicletta neppure.

Fausto Coppi: una delle sue bici più famose è a destra dell’altare, più sacra di una reliquia!

Facciamo quindi un passo indietro. Ultima domenica al Velodromo Parco Nord con l’idea di una lunga sgambata pre-montagna. Rimpiangerò questa piatta velocità, pensavo. Saluti agli amici e… improvvisamente un invito. “Domani andiamo al Ghisallo – dice Marco – se ti va…”
Al Ghisalloooo??? Domani??? Così. Il desiderio che accarezzavo da qualche mese diventa improvvisamente opportunità reale. Wow. Troppo bello. Inizialmente l’idea è che non sono preparata così sui due piedi… anzi, sulle due ruote. Poi però si aggiunge a perorare la causa anche Mario Bodei, il presidente di dateciPista, il gruppo di volontari che gestiscono il Velodromo. Scoprendo che passerà anche lui da quelle parti, niente meno che in compagnia dell’amico Francesco Moser, non riesco più a sottrarmi alla realtà: si-può-fa-reeeee. Anzi, no. Si deve.
Parto da casa alle 6.45. Niente macchine per avvicinarsi, solo bici dall’inizio alla fine. Così all’eccitazione dell’impresa imminente si aggiunge il brivido dell’ignoto: attraversare da sola, all’alba, il Parco Nord. Sarà imprudente? Mi dico di no, sarà pieno di runner… leggo solo di gente che va a correre alle 6,30. E così è, anche se il 14 agosto è forse data meno affollata del solito.

La strepitosa alba al Parco Nord

 

Al confine del parco con Cinisello mi attende Marco, l’artefice dell’invito. Insieme andremo al vero punto d’incontro in cui i fantastici 7, ovvero Marco, Francesco e Francesco, Giancarlo, Renzo, Mario e… Laura spiccheranno il volo per il Ghisallo. Si parte dal Gigante di Cinisello e via, verso la meta dei giganti del ciclismo.
Il gruppo mi rassicura che non tireranno forte, che sarà un bella passeggiata e non faranno gare. Bene così, penso, ma speriamo anche di non essere di peso.
Le gambe girano leggere ed è bello chiacchierare con i compagni di viaggio di tutti quegli argomenti cari ai ciclisti e malsopportati dai profani. Così mi sfogo su guarniture scelte per la montagna e computerini da bici. Francesco è un istruttore di spinning ed è un pozzo di informazioni. Scopro i V.A.M. (Valori Ascensionali Medi), ovvero quanti metri di dislivello riesce a compiere un ciclista in un’ora, e ho giustamente paura di appassionarmi troppo e vedermi così costretta a rottamare il mio ottimo wearable Fitbit Surge in favore di un costosissimo Garmin di ultima generazione da mettere sul manubrio. Ma saggiamente – per ora – resisto. Sarebbe una reazione a catena: troppi sensori da sparpagliare tra corpo umano e meccanico. Tenere il passo con la tecnologia è dura. Mentre non sono affatto dure le prime salitelle on the road verso Erba. E a sorpresa arrivano anche lunghe ed esaltanti discese che mi sento di fare a tutta birra, così diritte e libere da auto. Fantastico mettere il rapporto più duro e riuscire a spingere anche dove la ruota libera potrebbe correre da sola. Su Strava vedrò in seguito che con la lieve pendenza del 2% avrò superato i 52 km/h.

In azione… straordinariamente senza lingua di fuori

Ah però… la Laura… commentano i miei compagni di viaggio. Che bello sentirsi parte del gruppo, senza sconti perché sono una “ragazza”. Sì, ci sono. Ma non posso evitare di pensarmi in salita, dopo Erba. Ce la farò?
E la salita arriva. Metti la corona piccola, mi suggerisce un Marco. Ecco, ci siamo. Erba, la capitale dei miei avi brianzoli, è passata in un soffio e sono veramente alle pendici del Ghisallo. Il bello è che quasi non mi accorgo di salire. Continuo a figurarmi le pendenze di Madesimo, le uniche vere salite fatte fino ad ora, ma troppe sono le variabili. Intanto sono circa -8 kg dall’estate scorsa. E con la bici leggera che ho adesso penso che, rispetto alla MTB usata in montagna, sono altri 8 kg minimo che devo togliere. Quindi i conti tornano ed in effetti… sto volando. Salgo a una media di 15 km/h.

La prima salita verso Canzo, che avevo visto descrivere con toni apocalittici in un blog, è finita prima ancora di incominciare a sudare. Accidenti. Ma devo stare attenta a non esagerare, altrimenti il rischio è di fare la fine del Nurk, tra i protagonisti del bestiario di Woody Allen. Un simpatico pennuto di modeste dimensioni che sa parlare, ma continua a far riferimento a se stesso in terza persona. Per esempio, “È un gran bell’uccellino, no?“. Meglio quindi concentrarsi e semmai ispirarsi al tipo di Nurk che figura nella mitologia babilonese. Là è molto sarcastico e continua a dire: “Dai, piantala“.

La cosa che però mi rassicura di più è che tutti, tranne Francesco l’istruttore di spinning, che, abile motivatore, è il miglior socio d’ascensione possibile, hanno optato per una bella pausa-caffé a Canzo. E quindi, forte del vantaggio di non essermi mai fermata, sono libera di fare il mio ritmo. E Francesco il suo. L’indomani lo attende il Mortirolo e deve quindi allenarsi. Sempre attento però, e premuroso il giusto, non sparisce mai alla vista e studia le mie mosse per valutare infine che sì, posso fare la strada originale, quella che passa dal paesino di Barni ed è più duretta, nonché più di fascino, della nuova.
Quanti anni mi daresti? Non riesco a resistere e lo chiedo. “Non ti offendi anche se sbaglio in eccesso?” contro-chiede, prudente. “No-no, vai. Spara“. “Direi 36“. E qui il Nurk rincomincia a volteggiare in alto. In altissimo. Dai piantala. C’é Barni. Con il suo vivo e vibrante porfido. Appena fuori dall’abitato ecco che sfodera un paio di tornanti belli tosti. Questi sì che richiamano Madesimo.

In vista il piccolo santuario del Ghisallo…

I due sconosciuti incrociati subito sotto a Barni mi danno già dei metri, ma io non mi spavento. Il punto è che non sapendo cosa mi aspetta e per quanto ancora, preferisco stare, come consigliava Bodei, sempre un “po’ sotto, un po’ più indietro”. Mai strafare in montagna.
Così vengo riaffiancata da Francesco, che fa la spola su e giù, e che mi chiede: “vedi adesso l’obiettivo?” Accendere un cero alla Madonna? Bzzzz! Risposta sbagliata. Quella giusta consisteva nel raggiungere i due che mi avevano distaccata sui tornanti di Barni. No no, non fa per me. Vado al mio ritmo. E al mio ritmo affronto la strada nuova, appena ripresa, che subito dopo Magreglio ancora s’impenna. Così, ignara di tutto e tutti e senza sapere che è l’ultima salita che porta all’altopiano su cui svetta il santuario, mi alzo con forza in piedi sui pedali. Tanto fiato ce n’è ancora. Che bella sorpresa scorgere così il campanile e l’inconfondibile portico a tre archi… e c’è anche il monumento al ciclista eroico! Sì, ce l’ho fatta. Avrò anch’io la mia foto ricordo. Come tutti i veri ciclisti.

Il nostro gruppo insieme a Francesco Moser, ospite d’onore al Museo del Ciclismo del Ghisallo

 

 

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