Più arduo il tacco 12 o le “tacchette”? Anche il ciclismo è questione di equilibrio

Guida semi-tecnica alla scelta di un accessorio fondamentale per migliorare la pedalata e, soprattutto, guida psicologica per scongiurare la paura.

Se il mito del famigerato tacco 12 per molte donne è sinonimo di rovinose cadute ed è una sudata conquista che si raggiunge dopo un lungo percorso iniziatico, allora che dire delle “tacchette”?

Spiego per chi non mastica la terminologia ciclistica. Le tacchette sono un accessorio tecnico, da avvitare sulla rigida suola delle scarpe da ciclista che, proprio come un attacco da sci, consente a chi pedala di avere massima aderenza al pedale.

Sostituisce il vecchio puntale con le cinghiette e da diversi anni, esattamente come nello sci, ha rivoluzionato il modo di pedalare.

È solo usando le tacchette infatti che il gesto atletico della pedalata assume la perfetta dimensione della piena rotondità, in una danza armoniosa tra spinta in avanti, forza verso il basso e, questo davvero mancava prima della loro nascita, la perfetta efficacia compensativa del “tirare indietro”. Quanti muscoli venivano ignorati prima della loro invenzione!

Erano così ormai anni che rimuginavo sulla mia incompleta progressione ciclistica. Ed era un po’ umiliante quando mi cadeva l’occhio sui goffi pedaloni di metallo montati sulla fascinosa silhoutette della Bianchi Sempre Pro. Dotati sì di puntale, tuttavia senza cinghiette, era come vedere piroettare una ballerina con un paio di anfibi. Per carità, nella moda la contaminazione ci piace assai, ma gli effetti sportivi non erano altrettanto esaltanti e così, come al solito, in quanto nata sotto il segno della bilancia, ho sempre più sentito forte la spinta emotiva, primariamente estetica, per affrontare un nuovo passo evolutivo e passare finalmente alle tacchette.

A destra Francesco Moser in salita, con il piede bel legato al pedale, e a sinistra Fausto Coppi alla partenza con ginocchio sbucciato… colpa delle cinghiette?

Naturalmente scopro subito che non basta dire “adesso le metto”. Oltre a comprare le scarpe apposite su cui montarle bisogna infatti capire quale tipo si adatterà meglio alla tua pedalata e al tuo senso dell’equilibrio. La rossa, la grigia o la nera? No, non siamo a un quiz del vecchio Mike, ma al quesito numero uno. La scelta sbagliata potrebbe costarti una frattura all’anca e, tanto per stare tranquilli, senza aver mai provato, puoi solo sperare che la proiezione del gesto di sgancio nella tua testa possa corrispondere alla tua realtà.

Gli amici del velodromo infatti mi spiegano che queste tre tipologie di tacchetta, proposte dalla Look, la famosa marca che ha brevettato uno dei modelli più popolari, assicurano ai ciclisti tre diverse opzioni di sgancio che, per essere efficace, impegna la punta del piede come perno e ruota con il tallone verso l’esterno.

Per la nera bisogna avere una pedalata molto regolare e ferma perché alla minima torsione, oltre gli 0 gradi, il piede si sgancia.

Per la rossa invece la rotazione deve superare i 9 gradi. Con la grigia è una via di mezzo: oltre i 4,5 gradi sei libero!

I tre tipi di tacchette della Look e il piccolo ed elegante pedale a cui si agganciano

Cosa ho scelto? In medio stat virtus… ho optato per la grigia. Se infatti la nera mi dava l’impressione di essere adatta a chi ha esperienza, si pensi a cosa può essere in salita uno sgancio involontario, con la tibia che precipita di colpo sul pedale, la rossa mi metteva già il panico. Una torsione di oltre 9 gradi per liberarsi? E che… si balla il twist? No-no, la grigia è senz’altro ok.

Così, sbrigate le formalità dello shopping, che applicato alla bicicletta è uno sport godibilissimo, affronto in ciclofficina +bc in via De Castilla, lo step 2: rimontare i raffinati pedali Look “nativi” sulla mia bdc.
Tra brugole un po’ spanate, a dire il vero, l’operazione si rivela più semplice del previsto e così ecco che le mie orecchie sentono per la prima emozionante volta il classico “taaaac”, plastico e rotondo, delle tacchette agganciate: primo piede (per me il destro) in posizione!

Il secondo ovviamente va agganciato mentre vai, a meno che non si voglia affrontare un mirabolante surplace. Taaaac! Eccoci agganciati! E dopo un paio di metri… arriva il temuto momento della verità: sganciarsi. Rotazione e… “clooock!”. Funzionaaaa!

Le tacchette montate sulle scarpe da ciclismo: rosse e grigie, due diverse prestazioni

E mentre nella mia testa è tutto un festeggiamento dal si-può-fareeee al po-po-po dei goals alla Germania, provo e riprovo l’operazione di sgancio in cento varianti. Come diceva Francesco, l’amico esperto al velodromo, la rotazione può anche essere fatta verso l’interno. Padalo quindi ed è un “taaac-cloock” continuo. Tutto sembra davvero facile e mi sento un poco stupida ad aver atteso così tanto.

Ma sarà davvero così una passeggiata? O l’insidia come sempre si nasconde fra le pieghe della vanagloriosa sicumera?

Esaltata dalla brillante prima prova superata, non desidero altro che avviarmi al velodromo. A provare l’ebbrezza di una pedalata che si dice sia più efficace del 15%. Sogno già record stracciati su Strava e la barriera dei miei 41,6 km/h infranti come un cristallo di Boemia.

Sono quindi in marcia nel cuore del Parco Nord che ecco apparire sul ponte ai laghetti proprio Francesco, il teorico delle tacchette.

Il risultato della prima improvvida esibizione di tacchette

L’esibizionismo, si sa, può essere fatale. Ed io esibizionista… lo nacqui!
Si narra che ancora prima di riuscire a sillabare correttamente, a pochi mesi di vita, mi producessi in assidui inviti ad assistere allo spettacolo delle mie mirabolanti capacità. Il verbo che a mala pena pronunciavo era “…ada!”, che, tradotto dal dialetto marmocchiesco, significava “guarda!”.

Così fu. “Guarda Francesco! Ho le tacchetteeee!!!”. Il resto è cronaca: curva d’inversione troppo stretta, sgancio in ritardo per mettere giù il piede diritto e fare presa sul grip, scivolata, atterraggio a “pelle di leone” e… un bel ginocchio sbucciato come non ne vedevo dall’infanzia. È proprio vero. La bici mantiene giovani!

 

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