Pausa pranzo a pedali: cronaca di una fuga dall’ufficio

Dal reportage mancato di Lambro Crit alla voglia incontenibile di evasione dalla sedentaria vita d'ufficio il passo è breve. E il ciclismo pedalato in prima persona vince sul ciclismo da spettatore.

Ok. Avevo spostato di un giorno l’uscita della rubrica perché avevo in mente di andare, da spettatrice-reporter, al Lambro Crit, corsa notturna nel parco più oscuro di Milano. Ma i 36 km corsi oggi mi hanno invece pigramente accompagnata al divano.

Poi si è aggiunta la consapevolezza del freddo e dell’umido che avrei preso e, infine, mi sono autoconvinta che le mie foto con l’iPhone non sarebbero mai state all’altezza del racconto dell’atmosfera. Specie di notte.

Per fortuna Mario Bodei, il nostro Mr. President (del Vigorelli Cycling Center), era sul posto e mi ha così aggiornata sui momenti clou della corsa.

C’era persino Ignazio Moser (il figlio di Francesco), che correva con i colori della Cinelli Chrome ed è arrivato secondo. Primo “un francese”, che, in quanto forestiero e “invasore” di corse locali altrui, cede il suo nome vero a vantaggio di una corale citazione generica, che esprime un mix di orgoglio (vengono persino da fuori!) e di sportivo risentimento (ci ha scippato la gloria!).

Nelle foto di Mario Bodei il “podio” di Lambro Crit con Ignazio Moser in maglia Cinelli Chrome e a destra alla partenza.

Bene. Cronaca dal divano conclusa, perché non posso non raccontare cosa mi ha infine distolta dal proposito di documentare giornalisticamente la corsa al Lambro. Ebbene i 36 Km di cui sopra sono in gran parte frutto di un felice esperimento: una sana pedalata in pausa pranzo.

Certo, anch’io faccio parte di quella nutrita schiera (nutrita in tutti i sensi) di sedentari che lavora alla scrivania, davanti al computer, 8 ore e più al giorno. E di nuovo anch’io faccio parte di quell’altrettanto ipernutrito gruppo di coloro che in pausa pranzo non resistono alla tentazione di mangiare sfiziosi piattini che verranno faticosamente digeriti tra le ansie lavorative del pomeriggio.

Quante volte l’abbiocco ci ha sorpresi mentre i polpastrelli gironzolavano svogliatamente sulla tastiera? E quante volte, parlando al telefono, era difficile rimandare giù la bolla d’aria che avrebbe inghiottito le parole in una imbarazzante pausa?

Oggi era giunta l’ora di dire basta. Basta alle pause pranzo che appesantiscono cervello e corpo, che proiettano nel rumore assordante di un bar trasformato in mensa, giusto per accogliere i profughi fuggiti dal lavoro e che, alla fine, contribuiscono ad accumulare tossine e tensioni.

Oggi era il grande giorno per sperimentare la prima, vera, lunga pedalata veloce durante la pausa di metà giornata.

Così inforco la bici, accendo il Fitbit e via! Al galoppo verso il Naviglio Grande, così fantasticamente vicino al mio ufficio. Ma come ho fatto a non pensarci prima?

Pochi giri di pedale e, superato il ponte di viale Cassala, già mi trovo immersa nella poesia della chiesina di S. Cristoforo e della Canottieri Olona. Tutta la via è festosamente invasa dai runner, sempre più numerosi dei ciclisti.

È proprio vero, la bici è un lusso. O forse incute timore, chissà… Tuttavia non sono proprio sola. Incrocio persino una ragazza su una bici da corsa, che sembra fare una gran fatica nella direzione opposta (poi scoprirò perché).
La maggior parte di chi sfreccia su due ruote è comunque uomo. Pochi ragazzi, alcuni vecchietti molto sprint.

Pedalo e mi sembra di volare. Da queste parti la pista, prima di Corsico e poi Trezzano, si snoda rapida e attrezzata quasi come un bel giardino. A un certo punto appare persino un ciringuito, con pratino sintetico e sedie a sdraio tentatrici.

Il segmento ciottolato della ciclabile a Trezzano

Niente paura, la fame sarà sedata con la confezione di noci assortite che preme nella tasca sulla schiena. Inoltre Anna, la mia socia, dovrebbe farmi trovare al ritorno una piadina crudo-rucola-squacquerone con pane integrale. Si capisce, no, che sto cercando di rimettermi in forma?

Già… la bilancia, che non tocco almeno da dopo Natale, è il convitato di pietra di questa session in pausa ufficio. È lei che ispira ogni pedalata che rigorosamente realizzo, come consiglia Francesco, l’amico esperto, con il “rapportino” veloce. Ovvero la combinazione corona-pignone che fa correre le gambe apparentemente senza sforzo. In primavera si deve fare così. Mai rapporti duri.

Cartolina da Gaggiano, a soli 20 minuti dall’ufficio!

Così come, ho letto in qualche sito autorevole, i ciclisti in allenamento non fanno mai colazione prima di aver pedalato per almeno 20 minuti. Per bruciare efficacemente i grassi. Guarda che fortuna… casa ufficio è proprio un tragitto di 20 minuti giusti-giusti!

Confortata da riflessioni salutistico-sportive mi spingo così fino a Gaggiano, che raggiungo alla media di 25 km/h in poco più di 20 minuti. Niente male.

Panchina, spuntino di noci circondata dalla primavera di ameni alberelli rosa, e via, di corsa in office.
Di corsa? Non proprio. Capisco ora il perché della ragazza incrociata all’andata tutta piegata sul manubrio. Non era uno sprint gratuito, ma il tentativo (vano) di penetrare il forte vento contro.

Selfie in ufficio, dopo un’ora di corsa davvero liberatoria

Mentre forzo sui pedali, rammaricandomi che il “rapportino” leggero è così vanificato e rischio di metterci un’ora a tornare, vedo inesorabilmente scendere la mia media oraria.

Il giro pausa pranzo finirà comunque con un dignitoso 23.7 km/h di media.

E domani? La rivincita! Non sarà il Lambro Crit, ma questa volta scateno il bolide e mi porto la Bianchi Sempre Pro.

 

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