Paris Fashion Week: i primi due giorni

Finita la settimana della moda a Milano ora il fashion circus si è spostato a Parigi per seguire le ultime 82 sfilate per il prossimo autunno/inverno 2017-2018. Anch’io per Fashion Times seguo la carovana della moda e quello che state per leggere è il riassunto dei primi due giorni della Paris Fashion week. Ad aprire […]

Finita la settimana della moda a Milano ora il fashion circus si è spostato a Parigi per seguire le ultime 82 sfilate per il prossimo autunno/inverno 2017-2018. Anch’io per Fashion Times seguo la carovana della moda e quello che state per leggere è il riassunto dei primi due giorni della Paris Fashion week.

Ad aprire le danze è Oliver Theyskens con una collezione un pelino borghese e meno spregiudicata del solito. Belli i cappotti, tante le citazioni, un po’ meno le gonne a pieghe.

Per capire la collezione di Jacquemus bisogna fare un passo indietro, e cercare di tornare a quando era bambino e a quando lo stilista viveva nel sud della Francia. Da quel punto nasce l’idea di una collezione in cui una ragazza che vive alla parisienne viene travolta dalla passionalità. Il designer, che pare abbia perso il suo stato di grazia, continua ad esplorare silhouette articolate. A partire dai capispalla e dagli abiti dalle spalle larghissime e la vita super stretta, passando alle giacche con i colli alla marinara o agli scolli a V ripiegati sulla schiena. A dominare la scena è il nero, tagliato a metà da squarci di rosso e sproporzionati pois. Elementi che, insieme alle rouches, citano la Spagna.

Jacquemus

Sostituire uno come Hedi Slimane non è semplice, sostituirlo da Saint Laurent rende il tutto ancora più difficile. Devo ammetterlo, ho sempre dubitato del talento di Anthony Vaccarello, già quando era da Versus, ma la sua seconda collezione firmata per Saint Laurent mi ha, per la durata dello spettacolo, fatto cambiare idea. Ovvio è che le citazioni all’immenso Yves sono infinite: i colori, i dettagli, le silhouette. Allo stesso modo viene citato anche Slimane, ma Vaccarello cita in modo umile e delicato ma comunque con autorevolezza, come a voler far sapere che le intenzioni e le capacità di continuare il percorso intrapreso soltanto dieci mesi fa ci sono tutte. In passerella tanto nero, solo nero,  a parte gli stivali che si drappeggiano sopra la caviglia, e il mio Instagram non ne può già più. Forte l’idea dell’abito monospalla con manica scesa, che aveva proposto anche la passata stagione, ma questa volta rivisto e corretto e evoluto nelle forme. Vaccarello ha sempre dichiarato di pensare all’abito come fosse una scultura, e per quanto banale e ridondante possa essere questo pensiero, così come metà della collezione, credo fortemente che quello di cui Saint Laurent abbia bisogno oggi sia proprio uno come Vaccarello, capace di fornire un modo di vestire reale, vendibile, banale ma con una tendenza forte e di grandissimo impatto.

Da Margiela, il grande Galliano mette a tacere tutti, tirando fuori una serie di assi nella manica pronti a rimettere in funzione il brand, da un p0′ bloccato ai piani alti dei soli giornali di moda. Partiamo dalle scarpe: in passerella l’iconico modello con le dita separate, passando dal modello col tacco staccato fino al tronchetto che si stringe con una coulisse oltre la caviglia. Qui tutto è preparato a tavolino, e alla regia si vede che c’è Renzo Rosso. Allo stesso modo è forte l’impatto con l’abbigliamento che rispolvera l’abito nero decostruito, le sahariane fatte con gli scarti di tessuto, il jersey color carne che enfatizza la silhouette. Inutili gli applausi in sala, Galliano non è uscito nemmeno questa volts e direi che il suo da Margiela stia venendo bene e che questa sia davvero la sua seconda possibilità.

Maison Margiela

A vedere Lanvin rimpiango Alber Elbaz, perchè il nuovo designer alla guida del marchio francese non sa osare. Bouchra Jarrar firma una collezione così raffinata e troppo da signora bene da risultare fastidiosa. La ragione prevale sull’emozione, il bianco sul nero, e in mezzo ci sta solo il cipria. Didascalico, noioso e scontato.

Dries Van Noten, il più grande de “i sei di Anversa” firma la sua collezione numero 100 e per questo ha girato un documentario, ma è della sua moda che voglio parlare. La sua nuova collezione è la prova che semplice non vuol dire banale e allo stesso modo non vuol dire facile. In passerella le top model di una volta sfilano con quello che pare essere il trend dei trend a Milano come a New York, a Londra come a Parigi: il neo-classicismo. Dries Van Noten mette in scena la sua versione più personale mischiando sullo stesso vestito diversi disegni e stampe che hanno dato anima alla storia poi aggiunge, e lui di solito è uno che toglie, capispalla e pellicce ecologiche. Ma la cosa che più di tutte mi è piaciuta è stato l’azzardo, l’errore, l’esagerazione, il finto non-sense di alcuni pezzi sui look. Van Noten ha sempre avuto il potere di intendere la bellezza in modo del tutto personale, quasi domestico. Forse anche per questo il New York Times l’ha definito lo stilista più “cerebrale” di sempre. Bravo.

Guy Laroche pesca dal suo archivio e si rifà a due foto storiche per la nuova collezione che strizza l’occhio agli anni ’70 e celebra la bellezza di quei tempi. In passerella maestria sartoriale tradotta in tagli netti e precisi che non risultano minimalisti bensì rinnovati con forza da forme senza tempo.

Guy Laroche

Alessandro Dell’Acqua firma per Rochas un nuovo capolavoro. In scena abiti in cady, tweed, pizzo, chiffon. Hanno un po’ l’aria seria e snob (tipo Maria Agnelli) sul davanti perchè sono accollatissimi e cattiva, sfacciata e impertinente (tipo Helene Rochas)  dietro per via delle scollature profonde. I cappotti in mikado e tulle sono deliziosi, le borsette desiderabili. Una collezione a metà strada tra la borghesia italiana e l’eccentricità francese. In questi tempi non facili, la collezione di Dell’Acqua per Rochas credo sia la strada giusta per capire quantomeno l’attitudine dell’eleganza moderna. Bravo!

 

 

 

 

 

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