Emilio Tini: la mente, gli occhi e il cuore nella fotografia di moda

Il fotografo racconta a Focus On le sue immagini, il suo percorso, i suoi progetti. Intervista a Emilio Tini a cura di Marco Loriga.

Esplorare il “mondo” fotografico di Emilio Tini, l’”occhio fotografico di Emilio Tini, la visione delle immagini di Emilio Tini.

Esplorazione. Per trovare, scovare, cogliere un nuovo percorso visivo di originale pulizia, equilibrio –  il suo mondo molteplice – e dalla logica, la sua logica: precisa, rigorosa e perché no perfettamente sensuale e ironica.

Percorso. Ordinato in un’idea chiara e sottile, mirata, decisa, dell’immagine e della fotografia, la sua fotografia,  dove i parallelismi tra letteratura, filosofia e il concetto che diventa oggetto (e soggetto) da fotografare mai si scontrano a caso e le foto – le sue sono presenti in alcuni tra i più interessanti ed importanti editoriali moda e non –  racchiudono forse interi libri da lui letti (penso a Kafka, Proust, Kundera), ricordi ancora vivi, frammenti accademici o epoche adolescenziali e non, trascorse a capire-guardare-studiare-amare i lavori di nomi-maestri come Avedon, Bresson, oppure Penn, Tillmans, Newton, Arbus, Woodman.

La riservatezza di Tini. Quella sua positiva distanza – timida, educata – che però quando si “scioglie”, tu vedi che diventa racconto vero, reale, sincero, intimo e confidenziale. E questa lunga, intensa, sentita, intervista da me fortemente cercata e voluta, è la prova che non mi sbagliavo.

Dall’Umbria dove è cresciuto, a Milano. Dai primi passi nella moda, ai progetti come Art Director, fino agli editorials per alcune tra le più importanti testate nazionali ed internazionali come Vogue Italia, GQ, Amica, Interview, Vanity Fair, Glamour per citarne alcune. Ma anche le sue collaborazioni per i brand del lusso dove tra i suoi clienti ci sono Brunello Cucinelli, Bulgari, Dolce e Gabbana, Borsalino, Jaeger- LeCoultre. E ancora i ritratti, fino al suo profondo e più intimo legame-amore con la letteratura e le passioni (il cinema italiano e francese dei 60/70 –  Antonioni, Bertolucci, Ferreri, Bellocchio, Godard, Polanski..). Questa settimana ho incontrato Tini per Focus On.

Emilio, torniamo per un attimo in Umbria dove sei nato, cresciuto e nonostante le successive esperienze anche all’estero, ti sei in parte formato… anche come fotografo. Mi racconti meglio come hai iniziato, il tuo percorso, e quali sono stati gli aspetti, gli elementi –  penso per esempio agli studi classici, al cinema italiano e francese dei 60/70, alla filosofia, all’ambiente che hai frequentato –  che ti hanno portato alle tue immagini di ieri e poi piano piano di oggi? E nello specifico ad avvicinarti alla fotografia? Sono un uomo che ha solo memoria visiva: le immagini restano per sempre, mentre parole, numeri, concetti evaporano. Per questo il lavoro che faccio mi viene spontaneo come respirare. Ripensando alla mia vita, a partire fin dall’infanzia, ho la sensazione che sia stato lo svolgersi lineare di un disegno già fatto. Ricordo ancora con emozione lo scambio di battute tra il Rettore della facoltà di Urbino e mio padre al momento della discussione della tesi di laurea avvenuta con il massimo dei voti, disse:’ Emilio sarebbe diventato quello che è anche senza questi studi, c’è la dentro la scintilla, è una cosa innata’. E mio padre disorientato gli rispose ’Se ce lo dicevate al test d’ingresso avremmo risparmiato un sacco di soldi in questi anni’. Queste mie doti creative e queste mie passioni paradossalmente non mi hanno reso facile l’infanzia. Vivendo in un piccolo borgo medievale in Umbria la gente, se non fai le cose che fanno tutti, si spaventa e ti giudica. Non essere un appassionato di calcio, dire sempre la tua fuori dal coro mi è costato critica, giudizio, emarginazione e tanta sofferenza. I miei, sin da bambino, mi hanno fatto crescere in maniera non standardizzata. Mi proponevano un approccio personale alla vita, stimolando il protagonismo e la creatività, attraverso la costruzione di giochi a partire dagli oggetti più comuni come foglie, posate, buste e figurine di carta. Mi hanno fatto conoscere da giovanissimo l’arte in tutte le sue sfumature. Da bambino mi sentivo un po’ alieno tra i miei coetanei. In realtà questo approccio alla vita mi ha permesso di avere un punto di vista originale, non scontato che poi mi è servito nella mia professione. Ho iniziato in questa maniera a esercitare il mio sguardo, il pensiero e il gusto estetico e a soddisfare l’insaziabile fame per le immagini. La mia passione era ritagliare foto e disegni da riviste e libri, assemblarle e raccoglierle in schede ed album per dare loro un senso nuovo. Sulla mia agenda c’è un adesivo: The creative adult is the child who survived’. L’adulto creativo è quello che rimane del bambino. Un adulto con lo sguardo bambino, dunque. Per lungo tempo ho provato rancore verso tutte quelle persone che nel mio cammino, soprattutto nell’adolescenza, quando ti stai formando e non sai chi vorrai essere, mi hanno fatto sentire sbagliato o inadeguato solo perché non seguivo la massa. Ho fatto finalmente pace con questo sentimento. La vita fortunata che ho mi ha fatto capire che non c’è gioia più grande quanto quella del perdono, altrimenti si rimane fermi e non si può camminare liberi. La mia infanzia è stata così: una bomba esplosiva e incontenibile di creatività. Poi sono arrivati gli studi classici scelti per ambizioni culturali e perché le mie competenze erano adatte. Un periodo dove, oltre a formarmi delle basi solide ho imparato la disciplina, la razionalità ma anche ad avere lo sguardo e la testa aperti a 360 gradi sul mondo. Poi a diciotto anni ho avuto il privilegio di entrare in questo percorso di studi creativi e qui ho scoperto la fotografia: Avedon e Bresson e ne sono rimasto folgorato. Ho subito sposato quella chirurgia estetica di Avedon quei bianchi e neri netti e amato l’ironia, il modo di raccontare storie di Bresson. Quest’ultimo dice: fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente gli occhi ed il cuore: è un modo di vivere!’ . Così era per me: assorbivo, divoravo, affascinato le loro immagini: Avedon era per me la mente, Bresson il cuore, io ci mettevo gli occhi. Ho cominciato allora, all’età di venti anni, a scattare. Le immagini erano una declinazione di quello che vedevo: la traccia di questi due maestri filtrata dalla mia sensibilità. Avevo già le idee chiare di quello che volevo, di quello che doveva essere il mio stile: pulizia, rigore, sensualità, ironia. In quegli anni e nei successivi per pagarmi le spese facevo da assistente a registi e fotografi di fama internazionale apprendendo tecniche e approcci lavorativi diversi. Finché nel 2002, passai un test per un corso post diploma di fotografia a Milano. Io che non so aspettare e devo fare mille cose in contemporanea la mattina seguivo i corsi e nel pomeriggio, la notte continuavo a lavorare e scattavo i primi test per le agenzie di modelle. Le idee erano chiare: zero immagini noiose o ‘già viste’. L’ispirazione arrivava sempre dai miei illustri maestri fotografici e dal mio quotidiano. Ero all’inizio del mio percorso professionale e Milano mi accolse piena di promesse e occasioni creative. Dopo due anni di lavoro da assistente con un book personale ben fornito, provavo a bussare a tante porte ma nessuno mi apriva e mi liquidavano dicendo che le mie immagini non funzionavano e spesso aggiungevano che con quello stile strano non sarei mai andato da nessuna parte. I sacrifici e la perseveranza per inserirmi in questo mondo erano vani. Tanto impegno e pochi risultati, sembrava che se non conoscevi gente influente, non andavi ai cocktail party, alle serate di gala, in discoteca, non potevi entrare in questo meccanismo. Mi sentivo demotivato e scoraggiato. Stavo lasciando Milano per tornare in Umbria, ero deciso a cambiare vita. Poi Piero Piazzi, noto talent scout e direttore di Women, vedendo dei test che avevo fatto, mi fissò un appuntamento con la casa editrice Conde Nast. Andai al colloquio pensando all’ennesimo buco nell’acqua, invece furono così entusiasti del mio portfolio, fuori dal comune, che mi proposero la cover e sedici pagine per Vogue Gioiello con le top del momento ed i cappelli di Philip Treacy. Da lì è cominciato tutto: le mie storie forti e creative, come quando ero all’università, ricche di ‘staticità dinamica’ e ironia, hanno iniziato a uscire in un circuito internazionale. Un agente mi ha contattato per rappresentarmi ed è iniziata l’ascesa verso una carriera costellata di lavori importanti, realizzata senza raccomandazioni o giri disonesti. Questo mi rende fiero di me stesso e mi permette di guardarmi allo specchio, con soddisfazione, ogni mattina.

The Room Magazine
The Room Magazine

L’arte concettuale e il realismo magico del quale parli spesso che cosa significano per te e come si traducono in una foto? Le due cose mi hanno sempre affascinato. Sono due correnti artistiche che ho scoperto quando ero adolescente. Kafka diceva “Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo?”. L’arte concettuale e il realismo magico mi hanno ‘svegliato’, aperto la testa e il cuore ed io ora cerco di farlo attraverso le fotografie. L’arte concettuale per un discorso semiotico, l’uso degli gli oggetti desunti dal quotidiano e riproposti con provocazione nella fotografia. Il realismo magico declinato con meno ‘razionalità’ e più ‘spiritualità emotiva’; gli elementi magici appaiono in un contesto realistico in una visione lucidamente attonita del reale. Penso alle atmosfere di artisti come Antonio Donghi e Felice Casorati ma anche a scrittori come Alejandro Jodorowsky e Milan Kundera. Le foto sono precise, incise, i particolari e lo spazio ben definiti, ricchi di particolari, atemporalità, dettagli sensoriali immobili, bloccati, immersi in una magica sospensione. I soggetti sono raffigurati con estremo naturalismo ma grazie all’aggiunta di elementi surreali o paradossali, danno una rappresentazione di sottile mistero, trasmettono un senso d’irrealtà. Immagini dove il mondo reale mostra i suoi aspetti meravigliosi o incantati.

The Crew Project
The Crew Project

La psicologia un altro tra i tuoi interessi… non è poi così distante dalla fotografia se ci pensi … qual è il compito del fotografo nello “scavare” l’animo di una modella/o che deve con te interpretate un brand o un mood di un’editoriale? Sono un appassionato di umanità, mi intrigano le persone e l’interazione con loro è una delle cose che preferisco di questo lavoro. Ricordo una frase che mi dissero ‘Ogni persona sulla faccia della terra ha una sua storia. Non giudicate le persone finché non le avete realmente conosciute. La verità potrebbe sorprendervi ’. Questa frase è la mia filosofia di vita, quello in cui credo. La cosa che cerco di mettere in pratica da sempre. Mi affascina e mi entusiasma, la complicità che si crea con i soggetti sul set, scavare dentro di loro, condividere noi stessi sul set anche per poco tempo. Il fotografo per creare delle immagini intense deve appunto essere anche un filantropo, uno psicologo. Da un dialogo profondo con un soggetto nasce la fiducia e la disponibilità per mettersi senza filtri, disarmati, in gioco, svelarsi per interpretare una storia fotografica.

The Room Magazine

Come si sono evolute le tue fotografie nel corso degli anni? E come la tua visione d’insieme è cambiata – se lo è –  è si è sviluppata nel tempo? Come dicevo prima sono molto consapevole, so quello che voglio. Era così fin da quando ho preso in mano la mia prima macchina fotografica, una stupenda Rolleiflex biottica 6×6. In questi anni ho affinato la tecnica, sperimentato nuove luci e situazioni, mi sono confrontato sul set con ottimi professionisti che mi hanno arricchito umanamente e fatto crescere affinando il gusto estetico. Il rigore, la precisione, l’ironia degli inizi sono rimasti.

SUPERMEN Project Miele
SUPERMEN Project Miele

Tu hai lavorato con alcuni tra i più importanti marchi della moda nazionale ed internazionale. Penso per esempio Brunello Cucinelli, Bulgari, Dolce e Gabbana, Borsalino, Jaeger Le Coultre oltre a magazine come Vogue Italia, Amica, Flair, Interview, Vanity Fair e tanti altri. Che cosa nello specifico ti chiedono i clienti? Che cosa cercano del loro marchio nelle tue immagini e come si trova un equilibrio tra lo stile, la mission del brand e il tuo occhio fotografico? E’ un discorso che viene declinato nello specifico a seconda del cliente. Ogni esperienza professionale è sempre diversa e questo mi piace e mi galvanizza. Cerco sempre di mettermi a disposizione del brand e della mission ma senza rinunciare al mio punto di vista, spesso è quello che mi chiedono e per quello che mi scelgono: un buon equilibrio, pulizia, raffinatezza ed originalità.

Portrait Massimo Giorgetti Msgm
Portrait Massimo Giorgetti Msgm

Dal digitale in poi (con anche i budget delle produzioni che sono sempre più ridotti) il mondo dell’immagine sta cambiando. Secondo te in quale direzione stiamo andando? E soprattutto come la fotografia oggi viene vista in Italia? Il panorama è molto cambiato. La fotografia digitale dà facile accesso a tutti.  I social come ad es. Instagram, facebook sono un veicolo di diffusione e condivisione immediato. Sono oramai tutti fotografi. Credo che questi nuovi aspetti creino e creeranno sempre più confusione tra fotografia amatoriale improvvisata e professionale e resisteranno solo coloro che sono ben inseriti nel sistema. I budget al ribasso danno accesso ancora di più a professionisti improvvisati e discutibili. Spesso mi chiedo con imbarazzo come certi clienti pur di risparmiare siano disposti ad uscire con immagini mediocri. Succede anche che certi clienti dopo avermi contattato ed escluso per il budget alto che avevo richiesto, ripiegano su altri fotografi che lavorano a livelli più bassi chiedendo loro di fare foto ‘all’emilio tini’ e va a finire che escono in giro tanti cloni costretti al ‘plagio’. Credo che, soprattutto in Italia, non ci sia una profonda cultura fotografica. La maggior parte delle persone valuta il lavoro in maniera superficiale e con poca professionalità. Non si conosce la storia della fotografia e il suo passato e quindi non si apprezza il presente in maniera oculata ostacolando lo sviluppo di prodotti e stili freschi e innovativi. C’è molta paura di osare, di creare cose nuove e mai viste.

Portrait Isabella Ragonese

Oltre ad Avedon e Bresson, chi sono i fotografi passati ma anche attuali che ti hanno in qualche modo, anche con una loro singola foto, aiutato-ispirato nel tuo percorso? La mia cultura fotografica ha un respiro molto ampio ed eterogeneo. Mi piacciono e mi hanno influenzato molti fotografi oltre ai due idoli di cui sopra ho ampiamente parlato. Dalla storia meno recente: l’eleganza di Irving Penn, la poesia di Robert Frank, l’audacia e l’ironia di Helmut Newton, le malinconie di Francesca Woodman, Diane Arbus e Mary Ellen Mark, la leggerezza di Wolfgang Tillmans. Nel panorama contemporaneo apprezzo molto la forza e la modernità sempre raffinate e mai scontate di Davis Sims, Craig Mc Dean e Mario Sorrenti.

ADV GF FERRE’ SS2011

Tra i tuoi colleghi oggi a chi ti senti particolarmente vicino professionalmente parlando? Ci sono molti colleghi che stimo sia a livello professionale che umano. Mi sento vicino a tutti quelli che vivono questo lavoro come una grande opportunità per stimolare le menti, per fare fotografie che non lascino indifferenti. Proust a proposito dei libri diceva: ‘Ogni lettore quando legge, legge sè stesso. L’opera dello scrittore è soltanto uno strumento ottico offerto al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso’. E io alla stessa maniera vorrei dire che ognuno che guarda una fotografia deve essere guidato dal fotografo a leggerci dentro qualcosa di sè stesso.  Per quanto riguarda le affinità sento vicini quei creativi che vivono consapevoli della fortuna che abbiamo facendo questo lavoro pur caotico, complicato ma sempre affascinante. Quelli che non hanno paura di guardare al futuro con sguardo limpido e con ottimismo.

THE CREW Project

Quali sono i tuoi prossimi progetti professionali? Non riesco mai a fare una cosa per volta, ho sempre bisogno di stimoli e di mettermi alla prova. Continuerò la mia collaborazione con i clienti che sto seguendo in queste stagioni sia in Italia che all’estero. Ho cominciato a lavorare come Art Director per una nuova rivista maschile con focus sul made in Italy che uscirà a Marzo. Poi proseguo il mio progetto fotografico ‘Supermen Project’ una serie di ritratti creativi e surreali con protagonisti personaggi noti e meno noti, ed infine, dalla prossima estate, partirà una collaborazione per un progetto di t-shirt firmate da me.

ADV BORSALINO SS2014
ADV BORSALINO SS2014

Un’ultima domanda.. come ti rilassi e soprattutto quali sono oggi per te le cose più importanti, quelle che ti fanno stare bene? Da sempre, fuori dall’ambito lavorativo, la cosa fondamentale sono gli affetti: la mia famiglia, gli amici, le persone che mi danno ossigeno da mettere in circolo, quelli che danno un senso ‘tridimensionale’ alla mia vita. Mi rilasso dedicando tempo a loro: chiacchiere leggere, dissertazioni filosofiche, cene, serate, viaggi. La cosa più bella che la vita mi dà è la condivisione, questa è la cosa più importante per me. Ho una vita piena e intensa. Mi sento molto fortunato.

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