Non potevo lasciare Madesimo, come promesso nel precedente articolo, senza rischiare di perdere tutta l’autostima faticosamente conquistata in giorni e giorni di escursioni a piedi e in bici, cimentandomi nel percorso “verticale” che conduce al paesino Groppera. Un pugno di baite abbarbicate ai piedi del monte omonimo, dove termina il “Canalone”, pista da sci naturale che Dino Buzzati definì “opera d’arte” in un elzeviro pubblicato sul Corriere della Sera nel ’65.

A tale magnifica e spesso fatale pista nera fa da sponda, in un gioco di riflessi simmetrici, la strada che s’inerpica da Fondovalle fino al paesino. Certo… non stiamo parlando del Mortirolo o del mitico Passo dello Stelvio, che ciclisticamente sono ben altra cosa, ma nel gioco delle mie personali Olimpiadi non poteva mancare la scommessa di farcela anche questa volta.

Il paesino Groppera in tutto il suo splendore estivo
Il paesino Groppera in tutto il suo splendore estivo

E oggi la sfida era ancora più tosta: come ai vecchi tempi, ovvero trent’anni fa tondi tondi, dovevo farcela meglio dell’anno prima, in cui troppe volte mi ero fermata a prendere il fiato, mettendo in pausa Strava ad ogni stop di riposo per non falsare il risultato e risultare poi la lumaca delle lumache.

Per prima cosa mi sono quindi chiesta: mi porto l’iPod e mi stordisco di musica dopante come facevo a 16 anni? No. Perderei il magnifico silenzio, che da adulti incomincia a diventare d’oro sul serio.

Poi ho incominciato a vestirmi come un samurai. Con lenti gesti rituali: i mezzi guanti, la maglia preferita di Colette, i pantaloncini né troppo larghi né troppo stretti (odio i calzoncini attillati per ciclisti, sempre troppo corti per le ragazze), il caschetto… c’è tutto? Sì. Ebbene non resta che attivare Strava e via!

Giunta all’avvio della fatidica strada con un fiato straordinariamente accettabile, decido comunque di fare un po’ di melina nel parcheggio sterrato in piano e da lì scatto la foto di ciò che mi aspetta: una lunga vipera d’asfalto che s’inerpica nei prati, sfiorando talvolta il boschetto di larici, per qualche metro di salutare ombra.

La partenza della strada per il Groppera. L'arrivo è lassù, più o meno dietro al sole
La partenza della strada per il Groppera. L’arrivo è lassù, più o meno dietro al sole

Si sale. E già dalle prime pedalate dell’impervia partenza subito i calzoncini sembrano attillati. Effetto incredibile Hulk, ma senza la stessa forza. È tosto. Tostissimo! Come sempre non riesco a crederci che esista una strada così dura. Ma questa volta sento rinascere in me la sedicenne cocciuta e coriacea. Mentre il fiato si spezza e tiene.

Così decido di alzare l’asticella: non solo devo farcela, non basta arrivare semplicemente al paesino Groppera. Devo farcela SENZA MAI METTERE GIÚ UN PIEDE. Un mantra che improvvisamente ha iniziato a girarmi in testa, non lasciandomi scampo: scommessa accettata, ok.

In queste situazioni estreme è facile cadere preda del “canto delle sirene” che nel mio caso serpeggiava sotto le mentite spoglie della documentazione finalizzata al nobile scopo del reportage: “adesso mi fermo e scatto una foto per l’articolo di Fashion Times”. Eh no! Resisti! SENZA MAI METTERE GIÚ UN PIEDE.

Poi incominciano i pensieri pseudo-razionali di salutismo. Anche la macchina dello Spinning raccomanda sempre, con voce suadente, di non aspettare di avere sete per bere… devi fermarti, quindi! Hai sete, no? No! Cioè sì, ma ormai è acclarato: SENZA MAI METTERE GIÚ UN PIEDE.

Così di giro di pedale in giro di pedale, che con pendenze che a volte raggiungono il 28-29% (non scherzo) sono quanto di meno circolare, elegante e fluido si possa immaginare, il cervello entra in una specie di estasi laica. E ci si vergogna un po’ quando si deve cedere (unica tentazione raccolta) al salvifico zig-zag. Un vecchio escamotage che permette di scalare meglio stemperando le verticalità più estreme in tagli diagonali della strada. A volte però l’inclinazione della carreggiata rendeva impervio anche il suo attraversamento. Creando una sorta di doppia salita.

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Nella terza schermata di Strava si legge una delle massime pendenze: quasi il 30% !!!

Bene. In tutto questo qualcuno saggio direbbe: ma cosa ci trova una persona sana di mente in tutto ciò? Una sfida? La redenzione dai peccati di una vita sedentaria? Un trionfo del masochismo? Ognuno la pensi come vuole, per me ormai è solo tradizione. Oltre che affetto per gli odori del bosco e dei prati, il sole sulla faccia, il sudore che gocciola copioso come neppure durante un’interrogazione di Greco antico che finiva immancabilmente con un bel 4. No. In questo caso prenderò 10 e lode: SENZA MAI METTERE GIÚ UN PIEDE!

Superate le prime baite lungo la strada, oggi persino ingentilite da fiori e bandiere, dimentiche all’arcigna crudezza dei vecchi muri in pietra grigia che si vedevano in passato, incrocio lo sguardo attonito di un vitellino che, come qualcuno saggio, sembra anche lui chiedermi: ma cosa ci trova una persona sana di mente in tutto ciò? Di lì mi convinco che forse tanto sana non sono, non tanto per le parole del vitello, quanto per la scelta di non cedere neppure di fronte al fresco zampillo della fontana che, ricordo, era l’unica pausa che mi concedevo trent’anni fa. Questa volta farò ancora meglio: non mi fermerò. E resisto anche alla tentazione di fotografare il vitello: tanto le sue sagge parole non si vedrebbero comunque, non viviamo nei fumetti.

Unica donna (almeno tra le iscritte a Strava) ad aver osato questa difficile ascesa. La prima e unica di "ogni tempo"! (e la 15a tra i maschietti)
Unica donna (almeno tra le iscritte a Strava) ad aver osato questa difficile ascesa. La prima e unica di “ogni tempo”! (e la 15a tra i maschietti)

Delirio? Forse, ma mi diverto da matti. Ecco il lato masochista. Sono effettivamente stremata e qualcuno (questa volta non saggio) sentendomi ansimare così, fuori contesto, potrebbe pensare che sto praticando tutt’altro che ciclismo. Galvanizzata dal pensiero stupendo, inizio ad alternare al respiro qualche “siiii…siiiii…siiiiiii…” e poi penso al grido dei tennisti al servizio e all’urlo nelle arti marziali in fase d’attacco: serve a destinare la forza e gestire il fiato, dice la mia amica Valentina, esperta di Aikido.

Ormai quindi trasfigurata in un ammasso di eroi di vario tipo, dagli atleti olimpici, agli dei wagneriani, passando per Tetsuo, l’uomo-macchina, mi dico tra me e me: “merde! Non la ricordavo mica così lunga!” E infatti ecco snodarsi improvvisa, dietro ad un’infida curva che pensavo fosse l’ultima, il vero, ultimo, maledetto pugno di metri: una visione forte, che mi colpisce come un gancio sinistro. Lì per lì il piede stava per scendere. Poi non so come, sono andata avanti, in trance.

Ah… la prima timida discesa, dopo 425 m di dislivello concentrati in circa 2 Km, non si scorda mai. È lieve come il respiro dell’estate, leggera come il polline dei fiori, esaltante come una vittoria. E sì, ho vinto anch’io: ho raggiunto il paesino Groppera SENZA MAI METTERE GIÚ UN PIEDE!
La mia medaglia? La traversata del torrente luccicante d’argento vivo. Che vale oro, proprio come il silenzio di questi monti.

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Il premio-medaglia finale: foto ricordo e la traversata del torrente d’argento

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