Ciclismo urbano post-moderno? No, post-pasquale!

Dopo i pranzi di Pasqua e Pasquetta è imperativo rimettersi in forma. O almeno provarci! Il Naviglio Martesana a Milano è una piccola palestra a cielo aperto, tra graffiti e archeologia industriale.

Non c’è niente di meglio che la festività italiana per sentirsi pesantemente in colpa verso la bilancia. E non parlo certo di segni zodiacali, ma del famigerato ago, che dopo pranzi e cene non ne vuol sapere di galleggiare leggero entro un certo limite.

Persino le due ore e più in cui cuoce il ragù sembrano contribuire all’aumento del peso, come se ogni gesto, ogni attività, avesse un prezzo da pagare in calorie.

Per natura e tradizione non posso dire di passare le ore incollata alla sedia della tavola, ma dev’essere la stessa aria pasquale che produce ettogrammi in quantità, come se il solo fatto che milioni e milioni di persone, trangugiando cibi e muovendo le mandibole contemporaneamente, producesse una sorta di condivisione social degli effetti. A partire da tutte le foto di pietanze che circolano impunite sulla timeline di facebook.

Quale soluzione quindi? Ma ovvio! Dopo il trauma non c’è niente di meglio che contrastare subito la tendenza negativa e… inforcare la bicicletta. Così, senza perdere neppure un minuto in chiacchiere: dalla poltrona al sellino, dalla forchetta al pedale, dalla colomba alla… nutria!

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Sì perchè, almeno nel mio caso, sono solo le chiare fresche e dolci acque del Naviglio Martesana che possono lavare via tutti i peccati di gola di Pasque e Pasquette. E da quelle parti, si sa, la comunità dei voraci simil-castori vive ben pasciuta dalle solite vecchiette che non si accontentano di figli e nipoti, ma desiderano rovinare anche intere generazioni di anatre e roditori.

Qual è quindi la ricetta ideale del ciclismo urbano post pranzo Pasquale?

1. Vestirsi in modo casual, non tecnico, magari con qualche particolare in tweed, così da comunicare a sè e agli altri che non si intende sudare, ma solo fare una sgambatina leggera, di massimo riposo.

2. Non attivare Strava o applicazioni simili per avere così la certezza di non misurare nè il tempo, nè il chilometro. Lo spirito deve essere libero da ogni ansia della prestazione e la pedalata sciolta e ritmica, senza eccessi.

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3. Guardarsi intorno. E avere così la conferma che il Naviglio non è la pista invasa da atleti che sbuffano e spingono, ma un parco giochi, o l’allegra piazza di un paese di campagna e persino il museo, senza bisogno di fare code, per gustare le ultime tendenze del graffito urbano.

4. Sperimentare nuovi movimenti sui pedali e con il manubrio. Andando lenti si possono provare posizioni nuove che fanno bene alla postura durante la pedalata. E perché no? Anche provare ad andare senza mani! Nel mio caso a due millimetri dal manubrio.
Look mum no hands! …e ci si sente subito così cool… come a Londra.

Infine la gratificazione: una bella birretta premio, con amici, al Nordest Caffé, naturalmente con contorno di orchestrina jazz.

Ovvero, la sorpresa che nessun uovo avrebbe mai osato regalarti alla fine di una giornata davvero perfetta.

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