Finisher! New York City Marathon conquistata! I’m a marathoner!!

La città e i suoi abitanti ci accolgono a braccia aperte, basta avere ai piedi un paio di scarpe da corsa per attirare l’attenzione di chiunque per strada, nei ristoranti, nei negozi, negli alberghi, chiunque è pronto a dirti una parola d’ incoraggiamento, augurarti buona fortuna per la gara.

La Maratona merita rispetto! E con rispetto in punta di piedi ho conquistato New York! 28 ottobre Aeroporto di Malpensa, inizia la mia avventura maratona di New York. Ritrovo al banco check-in Emirates, saluti con il resto del gruppo, convenevoli, pratiche di viaggio, imbarco valigie e via che si parte alla volta della Grande Mela.

Solo quattro giorni ci separano ormai alla Maratona, quattro giorni per acclimatarci e per entrare in sintonia con questa splendida città che vive una intera settimana all’ombra della Maratona più famosa al mondo, la regina delle gare. Quattro giorni di emozioni indelebili che mi accompagneranno per il resto della vita anche quando i sentimenti lasceranno spazio ai ricordi.

Il gruppo è vario, alcuni di noi sono solo nomi letti nei numerosi loop di mail quando il Coach era solito mandare le tabelle di preparazione o dispensava consigli sull’alimentazione o sui prodotti post allenamento. Bello poter dare ora finalmente un volto a quei nomi.

L’occasione ci è data il giorno dopo il nostro arrivo, neanche il tempo di disfare le valigie e siamo subito convocati a Central Park per un allenamento di preparazione, fantastico!

Impossibile per me che è la prima volta, riuscire a correre senza farmi distrarre dai colori autunnali, dagli altri runner che corrono a fianco a noi, dai volontari che stanno ultimando i lavori di allestimento dell’arco sotto cui taglieremo il traguardo, delle tribune e del percorso della gara, tutto è in movimento per rendere questo momento indimenticabile.

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Sorrisi e disponibilità imperano ovunque in una atmosfera che ha quasi dell’irreale, restarne immuni e non farsi coinvolgere è decisamente fuori discussione.

E’ bello incontrare gente da tutto il mondo che condivide la tua passione per la corsa, persone che viaggiano sulla tua stessa lunghezza d’onda, bello confrontarsi, scambiare idee, opinioni, progetti, impressioni, ascoltare chi questa Maratona l’ha già corsa e dispensa consigli e tattiche di gara.

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Già alla visita all’EXPO per il ritiro del pettorale hai l’impressione di essere parte di un qualcosa di grande. Organizzazione, efficienza, disponibilità, collaborazione su tutti i fronti. Quando prendo in mano la busta che contiene il mio pettorale, 17523, ho un attimo di commozione, è stato lì in quel preciso istante che ho realizzato che il grande momento era finalmente arrivato…. Mancava poco, pochissimo.

I restanti due giorni, sono passati all’insegna dello shopping pro-maratona: cerotti, pastiglie, anti-dolorifici, vitamine, pomate, creme, calzettoni, maglie, manicotti, felpe, elastici per capelli, taping, solette, antivento, antipioggia… eravamo pronte per qualunque evenienza… anche aprire un negozio per rivendere tutte quelle cose comprate!

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Il sabato sera cena classica pre-maratona, a base di carboidrato, piatto di pasta al pomodoro o pizza in un ristorante italiano sulla 7ma. Ritorno in albergo, preparazione della sacca e della divisa da gara. In silenzio, in mistica concentrazione, io e Raffaella ci muovevamo per la stanza d’albergo in totale sincronia come piccole api operaie ognuna intenta a sistemare le proprie cosine, concentrate su ogni dettaglio per non dimenticare nulla.

Perfino sulla sveglia alle 4.45 ci siamo coordinate senza quasi parlare, con due i-phone, un blackberry e telefonata dalla reception. Non avevamo margine di errore.

Una volta pronte, siamo salite sul pullman che ci avrebbe portato a Staten Island, luogo della partenza prevista per le 9.50.

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Lungo il tragitto assapori colori e immagini di una New York ancora sonnecchiante che si rischiara sotto le prime luci dell’alba. Sono consapevole che tra poco finalmente vivrò quello per cui ho tanto faticato, non vedo l’ora di partire e di viverla questa Maratona, chiudo gli occhi e mi gusto ancora un pochino l’attimo e il caldo del pullman, ed eccolo là…. Il Ponte di Verrazzano di fronte a noi. Ci siamo!

Il cuore comincia a battere, in fretta mi vesto, indosso la tuta da sci che mi sono portata, per le ore di attesa nel caso in cui il freddo dello scorso anno si sarebbe fatto sentire. Oggi però non fa freddo, no, oggi splende il sole su New York, l’aria è tiepida, le previsioni sono state rispettate, 16/18 gradi di temperatura nell’arco della giornata.

Passati i controlli di sicurezza ed i metal detector, il gruppo si separa, io Birgitta, Claudio, Marco e Michele siamo nel Corral Verde, e partiremo sotto il ponte, il resto del gruppo nel Corral Arancione e partirà sopra il ponte. Ci salutiamo, abbracci e baci come se fosse un addio, un po’ di commozione nella voce di Rossana che mi guarda e mi dice “Gre ci troviamo eh, dopo il ponte ci troviamo vedrai…. Tu stai sulla sinistra!” “Meeting point intorno alle 10 miglia”. Promesso, vi cerco!

Seguo Birgitta che sa come muoversi avendo già fatto la maratona altre volte, ci accampiamo sul prato e cerchiamo di rilassarci, mancano ancora circa tre ore allo start. Mi guardo in giro, elicotteri in ricognizione sopra di noi, cecchini sui tetti, polizia in ogni angolo, Runners ovunque vestiti nei modi più strani e bizzarri, io comincio a sentire caldo con la mia tuta da sci, sfilo i pantaloni e riscaldo i muscoli con alcuni esercizi di stretching, mi alzo, scruto ogni singolo angolo di quel luogo che sta diventando via via più famigliare, assaporo l’ atmosfera.

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Alle 8.10 andiamo a consegnare le sacche contenenti gli indumenti puliti che indosseremo dopo la fine della gara, seguo Birgitta al camion e ne approfitto per bere un the caldo, recuperare alcune barrette energetiche e…. ehi ma quello è Simone! Sta apportando le ultime modifiche alla sua sedia a rotelle da competizione, per loro la partenza è prevista alle 8.30. Lo aiutiamo nei preparativi, scambiamo due battute e poi lo salutiamo augurandogli un grosso inboccallupo con la promessa di rivederci all’arrivo.

Ritorniamo dal resto del nostro gruppetto e giusto il tempo di scambiare un paio di battute e sono le 9, tempo di entrare nelle gabbie che dividono ulteriormente i gruppi per la partenza. Io sono l’unica che partirà nella lettera E, il resto dei miei compagni partirà dalla C e dalla D. Mi spoglio della parte sopra della tuta che metto in un cassonetto insieme ad altri indumenti che andranno in beneficenza e familiarizzo con il nuovo gruppo (bello corposo) che mi farà compagnia fino al momento della partenza, mi guardo attorno, ritrovo la ragazza danese che ho conosciuto nell’ascensore dell’albergo, mi aveva detto che sarebbe partita al verde E ed infatti eccola là, anche lei bardata fino al collo, temeva che avrebbe fatto freddo, ma presto anche lei si libera degli indumenti pesanti e resta in tenuta da corsa.

Parliamo delle nostre impressioni e decidiamo di sederci sul marciapiede per non stancare le gambe, un ragazzo vicino a noi ci fa spazio e ci allunga le maniche del maglione per non farci sedere a contatto dell’asfalto freddo. E’ tedesco, è alla sua terza maratona e nessuna Maratona al mondo è fantastica quanto questa di New York, goditela perché nessuna sarà mai come questa mi dice prima di avviarsi verso il resto del suo gruppo di amici.

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L’emozione comincia a salire e mi prende la gola, guardo in alto il ponte, scatto qualche foto, respiro a pieni polmoni perché voglio che questo momento duri il più a lungo possibile.

9.30 cominciano a farci avanzare verso la linea di partenza, camminiamo in un silenzio religioso, chi parla lo fa a bassa voce quasi a non voler disturbare la concentrazione o i pensieri degli altri. Lo speaker annuncia che mancano pochi minuti alla partenza, Spike Lee ci augura una buona maratona, ora è il momento dell’inno nazionale Americano…. La commozione sale, poi lo scoppio del cannone e VIA! Sotto una pioggia di coriandoli si comincia ad avanzare a piccoli passi di corsa, ed ecco che il buon Frank Sinatra ci accompagna con il classico dei classici: New York New York lungo il ponte di Verrazzano, e mentre lacrime di commozione mi scendono lungo le guance cerco di non farmi prendere dall’entusiasmo di partire troppo forte, rallento mi giro alla mia sinistra e vedo la città si è svegliata e sta prendendo piano piano vita, è uno spettacolo che ti toglie il fiato…. Ed è tutto vero…. Io io sto finalmente correndo la mia Maratona.

Il ponte sembra non finire mai, ma io vado tranquilla, tranquilla, mi sono fatta un programma, arrivo alla mezza (21k), e vediamo come mi sento, poi arrivo ai 30 e se ne ho aumento un cicinino il passo, vediamo come reagisce il fisico, magari divido la gara in miglia, cosi inganno la testa 26,2 anziché 42,195…. Si suona bene…. Farò cosi!

Mentre mi distraggo a fare calcoli improbabili, la matematica non è decisamente il mio forte, mai stata, già faccio fatica con la calcolatrice…. Figuriamoci fare calcoli a mente!

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Vicino a me, un ragazzo disabile corre trascinando la gamba sinistra ma non molla un centimetro, gli faccio segno Ok lui mi batte il 5 e mi dice “enjoy the marathon, good luck!”, mi commuovo e proseguo per la mia strada, mi guardo ancora un po’ intorno, sorrido, saluto e in un silenzio irreale si sente solo il rumore delle scarpe da corsa che battono sull’asfalto ….. è musica per me, un ritmo cadenzato che ha un non so che di magico.

Po all’improvviso…. appena scendiamo da ponte… Eccolo il boato della folla di New Yorkesi posizionati dietro le transenne, un grido di gioia contagioso, incitamento verso noi runners che credo di non aver sentito nemmeno al Camp Nou in occasione della semi finale di Champion’s League Barca vs Inter, due file infinite di gente che grida, canta, ti chiama per nome, ti batte il cinque, persa in quel mare di entusiasmo e di commozione, non sapevo più da che parte guardare, una cosa fantastica, me lo avevano raccontato, ma chi si sarebbe mai aspettato una cosa del genere!

Un boato costante di entusiasmo che ti acclama, ti sostiene ti carica! Una cosa che mi resterà per sempre nella testa e nel cuore.

Ballo, canto, sorrido, applaudo a loro e con loro, scatto foto, mi aggrego ad un gruppo che si è mascherato dai personaggi del Mago di Oz, così faccio il mio ingresso a Williamsburg tra l’uomo di latta e Dorothy, mi fermo a tutti i rifornimenti, bevo sali e acqua, ho paura di disidratarmi. Arrivo verso la metà gara immersa nella folla, sto bene, le gambe vanno, l’umore è alle stelle, accelero un attimino senza strafare…. So che di li a poco ci sarà ad attenderci il temutissimo Quinsboro Bridge, infinito, maestoso, quasi tutto in salita, non perdona i runners più esperti figuriamoci chi è alle prime armi come me. Cautela e pazienza…. familiarizzo piano piano, piccoli passi, poco alla volta lo conquisto, cerco di distrarmi guardandomi in giro, bevo una bustina di energizzante, ed è fatta, sono già verso la discesa, curva a gomito a sinistra, cambio passo, non posso continuare a correre sulle punte, mi freno da sola. Appoggio la pianta del piede e il movimento si ripercuote sul resto del corpo, mi assesto e procedo verso la 1rt Avenue, una lunghissima strada fatta a dossi, in lontananza vedi la folla di runners che compare e scompare a seconda dell’andamento del terreno.

E la gente è sempre li a sostenerti “Keep going! Almostthere! Go Go Go! Don’t give up!” Vorrei che questa cosa non finisse mai, voglio godere di ogni singolo istante di questo momento, già so che quando avrò finito ne sentirò la mancanza e ne vorrò ancora.

Un altro ponte in leggera salita ed eccoci nel Bronx, la musica cambia, la gente balla in modo diverso e tu ti adegui al nuovo ritmo, sorridi e continui a correre perché ormai il traguardo è vicino, l’impresa è quasi compiuta e tu hai ancora forza, entusiasmo e voglia di correre.

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Sono 30, 33, 35, 37 ecco Central Park…. Dai che è fatta….. maledetta Fifth Avenue tutta in salita…. Comincio a cedere un pochettino, le anche mi fanno male, le vesciche ai piedi iniziano a farsi sentire nonostante il doppio, triplo strato di cerotti per proteggere le dita, le abrasioni da reggiseno sportivo sanguinano ora in maniera fastidiosa, eccolo… il temutissimo muro dei 37….. mannaggia ai lunghi non fatti e alle tabelle settimanali snobbate in funzione di una serata sul divano con gli amici e il fidanzato, mannaggia agli imprevisti di lavoro, mannaggia allo stiramento della coscia che mi sono procurata con la bicicletta del Byke-sharing, pedalando sul pavé di via Torino, mannaggia alla pioggia e ai miei capelli crespi, mannaggia a quando non sono andata a correre…. Ok ho bisogno di sali, ho finito tutte le buste di integratori che Coach Danilo mi aveva dato e che ho scrupolosamente preso secondo suo consiglio. Mentre bevo sento una mano che mi strattona i pantaloncini e una voce “HEI!”…. mi giro è RAFFAELLA…. Avevo perso le speranze di ritrovare le mie amiche durante la corsa, per quasi mezza maratona ho tenuto gli occhi puntati sulla sinistra del percorso, ma poi ci avevo rinunciato e ho corso la gara tutta da sola, con le mie paure, i miei fantasmi, i miei limiti, ma con una sola grande convinzione arrivare al traguardo finale. Non mollare mai.

Cosi a fianco di Raffaella percorriamo quei 2 kilometri e 195 metri che ancora ci separano dal traguardo, è dura, durissima, arrivi all’Hotel Plaza, giri a destra ed è ancora salita, la folla si fa sempre più stretta attorno a noi runner, e le grida, malgrado l’ora, ancora più suadenti, Almostthere, Almostthere, Keep Going! E tu ti carichi e pensi … ce l’ho quasi fatta, manca poco dai, stringi i denti, ormai il dolore alle anche si fa sempre più acuto, i piedi vanno quasi da soli e l’emozione mi taglia il fiato, sono così emozionata che non respiro, e questo proprio non mi aiuta, forzo il respiro e cerco di scacciare le lacrime, vedo il traguardo là in fondo, ecco le tribune, la folla applaude….. ecco l’arco, lo vedo, dai Greta manca pochissimo…… guardo i cartelli ancora 100 metri….. i 100 metri più lunghi della mia vita e poi…. 50, e SI! Taglio il traguardo! FINISHER! La hostess mi mette al collo la medaglia Congratulations!

SONO UNA MARATONETA! Ora posso piangere! Raffaella è li con me, ci commuoviamo insieme, ce l’abbiamo fatta! E’ finita! Il sogno è diventato realtà!

Ancora oggi che è passata una settimana, mi commuovo quando lo racconto, quasi non ci credo, ma le unghie dei piedi nere, i graffi del reggiseno sportivo che ancora non sono guariti, i muscoli delle cosce ancora indolenzite, mi ricordano che oh yes, I DID IT.

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La medaglia è li sul tavolo del mio salotto, me la guardo e riguardo, mi compiaccio con me stessa, l’ho sudata, guadagnata, fortemente voluta, conquistata. Allora è tutto vero!

Ho sfidato me stessa ed ho vinto, sono arrivata a New York in punta di piedi e l’ ho conquistata, la maratona merita rispetto, vero, proprio per questo per la prossima mi preparerò con maggiore dedizione, perché anche se il mio corpo ancora non ha recuperato, io sono pronta a replicare: LONDRA 24 Aprile 2015

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