Francesca Liberatore, dell’arte della moda / Intervista

Due chiacchiere con la stilista italiana che ha incantato New York durante l'ultima edizione della New York Fashion Week dove ha portato in passerella la sua collezione Spring-Summer 2016.

A noi la moda piace, bisogna però intendersi su cosa sia e siamo tutti d’accordo che non significhi solo vestirsi. La moda che ti fa studiare anni, che ti fa sopportare con pazienza e sorrisi il circo de ‘Il diavolo veste Prada’, è una forma di espressione, è un modo per raccontare con un linguaggio quello che ci succede e quello che vediamo. C’è chi scrive, c’è chi dipinge, c’è chi canta e chi impara a immaginare e costruire abiti.

A quest’ultima categoria appartiene Francesca Liberatore, che è cresciuta a Roma respirando arte e ha capito a un certo punto che la sua lingua per raccontare il mondo era fatta di questo: tessuti, colori, tagli.

Ha studiato, ha viaggiato e lavorato in tutto il mondo, ha imparato, ha costruito collezioni sempre più belle, di stagione in stagione, ed è arrivata sulle passerelle di New York, dove la bellezza immediata e rinfrancante dei suoi abiti è la punta di un iceberg di sensibilità e ricerca che ci fa dire che sì, a noi questa moda piace e vogliamo sapere qualcosa in più della strada, delle città e delle esperienze che porta con sé.

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Per raccontare la tua moda bisogna mettere insieme tanti luoghi diversi. Partiamo dalla fine: New York. Hai sfilato per la terza volta nella grande mela, cosa significa questa città per te? New York è il mio futuro recente. Tutto quello che sto ottenendo lì è quello che mi mancava, la riflessione e il ragionamento contro l’immediatezza e il momento magico. Questo è diventato per me un binomio ora inscindibile. Se è vero che ho già nel cuore il mio modo di percepire cosa mi sta attorno, NY mi regala persone e situazioni inimmaginabili e lo rimette in discussione, sferzando l’incedere del mio pensiero nel creare e solleticando la continua sfida di comprendere il nuovo.

Un altro luogo del cuore è Londra, la città dove ti sei formata. Cosa significa studiare moda? La Central Saint Martins è stata la formazione della mia mente e il consolidamento della mia passione, studiare moda li è forza, dinamismo, tenacia: “work hard and enjoy as much as you can”. Ho visto di tutto intorno a me: tanto talento, tanta professionalità, tanta diversità, sopratutto ogni cosa era per noi a portata di mano.
La cosa che più ha influenzato la mia formazione è la sensazione di potercela fare, quella sensazione che dovrebbe essere di tutti coloro che scelgono questa strada, insieme al gusto e alla visione. Bisogna cogliere e conservare questo pensiero, non demordere mai, una volta appurate le capacità e riconosciuto il potenziale. Poi studiare moda significa osservare, vedere, capire, tradurre, scegliere anche per altri, e modellare ‘piccoli sogni’.

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Roma è la città dove sei nata, cosa c’è di Roma nella tua moda? Roma è il mio passato e permanente presente. Tutto quello che ho: la formazione mentale, culturale, il sostrato estetico, la riflessione e il ragionamento. Roma è nel mio cuore, nel mio modo di percepire cosa mi sta attorno e tutte queste sono le chiavi attraverso cui io traduco tutto in moda.

Hai insegnato in tante scuole di moda nel mondo, come si vive il sogno di diventare stilista in posti così remoti (per noi)? Con entusiasmo, seguendo il fascino della scoperta e l’integrazione. Adoro il confronto con i ragazzi e vedere cose belle restandone sorpresa. Io sono giovane ma in questo modo ho la possibilità di avere sotto gli occhi cose fresche, nuove, diverse prospettive oltre a diversi approcci e culture. Faccio spesso seminari per le Nazioni Unite in università estere: Vietnam, Perù, Giordania, Armenia…beh il confronto in questi paesi è una crescita incredibile che pochi possono vantare, anche se in termini di tempo in alcuni periodi diventa un po impegnativo.

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Sei cresciuta accanto a un padre scultore, hai scelto di fare moda. Che legame vedi e senti fra arte e moda? Inscindibile. Vivo circondata di arte da quando sono nata grazie al lavoro e alla cultura dei miei genitori. La analizzo, mi attrae in tutte le sue forme, è il mio filtro e amo esserci immersa anche attraverso le persone di cui mi circondo o le occasioni che mi concedo. Inoltre in molti sottolineano i punti di tangenza: sicuramente la ricerca continua della forma e della struttura, che nella scultura si manifesta attraverso armature interne mentre nel mio abito si trova nei pesi e i volumi ricercati, nel gioco dei tessuti, nelle loro consistenza e texture. La superfice è un altro link importante porosa o liscia, netta o sinuosa.

Si può fare arte con la moda? O meglio: c’è un punto in cui il pret-à-porter può custodire una scintilla di arte? Sì, nel momento in cui la moda riesce a rivelare qualcosa di nuovo o diversamente esplorato, pur non perdendo mai di vista quella che è l’essenza della creazione di moda e la differenza prima con l’arte, ovvero la relazione del prodotto al corpo in movimento. L’idea della fruibilità dell’oggetto è quello che lo rende desiderabile e “di moda” oltre ovviamente all’unicità estetica che ne sfinisce l’aspetto artistico-creativo.

Francesca Liberatore
Francesca Liberatore

Le tue collezioni sono spesso ispirate ad artisti. Chi hai scelto fino ad ora e in che modo ti hanno ispirato? Molti e soprattutto artisti in senso lato: Fellini con i suoi clowns ha ispirato la mia collezione di esordio, nei contrasti, la densità dei colori ed elementi, la realtà dell’estremo; Morricone con la sua musica mi ha aiutato a trasporre le atmosfere aride e sabbiose del “Buono, Brutto e cattivo”; Claude Cahun, fotografa che tra gli anni 20-40 già si ritraeva con espedienti surrealisti e un’estetica totalmente pulita e moderna; Steve McCurry di cui mi colpirono le foto dei volti, le vite che questi volti narravano nell’istante immortalato. Questi solo i più evidenti nelle mie collezioni, ma come loro molti altri mi hanno influenzato durante le mie ricerche

A New York quali frammenti di arte hai portato per la collezione SS2016? La nuova collezione è molto concreta, reale, l’unica “arte” qui sono i miei meticolosi disegni a mano. Il cuore, al centro di questa collezione, rappresenta l’elemento che fa la differenza e rende ogni capo unico, come ogni individuo. La scelta iconografica della sua rappresentazione vera, viva e pulsante vuole simboleggiare la forza dell’animo umano e della sua capacità di scelta: amare, odiare, dare la vita, tutto parte e arriva da qui.

Credi che la moda riuscirà a custodire un po’ di arte e poesia anche in futuro? Penso di si soprattutto a Parigi e a Londra questo è ancora evidente anche se in maniere diverse. Per i primi il sogno magico in passerella, per i secondi la trasposizione estrema della realtà in maniere nuove e irriverenti. Ma in fondo ci siamo noi giovani che dobbiamo pensaci a far questo!

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