A cura di Marco Loriga

 

Antonio Marras

Tracciare il profilo di Antonio Marras, esclude termini – ormai noiosi – quali cool, glamour o cutting edge. Troppo riduttivi per uno come lui che ha fatto diventare invece il suo approccio alla moda , un originale percorso di continui pluri-riferimenti all’arte contemporanea, il cinema, la letteratura, ma soprattutto alla cultura isolana, quella sarda, che poco incline nella sua riservatezza ad atteggiamenti modaioli, si è invece trovata catapultata nelle sue collezioni, in un contesto di passerelle e visibilità internazionale…

Lo studio sulle forme dello stilista sardo – che vive sulle colline di Alghero in una casa che è allo stesso tempo, laboratorio creativo di idee, buen retiro per la sua famiglia, e residenza-panorama a due passi da Sassari e dal mare proprio davanti a Capo Caccia – è il progetto che lo vede accostare tessuti apparentemente estranei tra loro, ma anche riprendere e fare un deciso restyling di materiali d’antan stravolti da un gusto e una sua curiosità ineccepibile per la sperimentazione. Tutto accanto ad un continuo link con artisti nostrani ed internazionali che diventano un’ispirazione da tradurre in un abito.. e proprio a questo proposito…

Qual è il segreto per plasmare e tradurre – in un abito, una giacca, una camicia… diciamo in una collezione – i racconti di Pierpaolo Pasolini, le opere d’arte di Maria  Lai o quelle di Piero Manzoni?Non ho nessuna “ricetta” che seguo o un segreto in particolare: diciamo che parto sempre da una storia, un racconto che mi serve a sviluppare il tema della collezione che sto disegnando. All’origine della mia moda c’è sempre uno spunto narrativo che funziona come molla per innescare catene di analogie visuali ed accostamenti. Quando preparo una collezione mi pongo sempre nella condizione di chi vuole raccontare una storia. Faccio una scelta di tessuti che mi piacciono e capto certe idee: queste vengono trasformate in qualcosa che vorrei raccontare, una specie di sceneggiatura. Sono quasi sempre storie di viaggio, di trapianti ed innesti in nuovi ambienti. In un certo senso, riproduco le circostanze affettive e culturali dalle quali scaturisce la mia esperienza creativa. Che si tratti di Annemarie Schwarzenbach in fuga da se stessa o della svedese Emilie Posse Brazdova confinata ad Alghero, del giovane Antonio Gramsci appena arrivato a Torino o delle emigranti sulla rotta dell’Argentina, ad affascinarmi sono il tema del viaggio, del distacco. Avendo scelto di risiedere lontano dalle capitali della moda, ho dovuto accettare il viaggio come condizione permanente di vita e di lavoro. Il punto di partenza è sempre una storia, reale o immaginata: ogni collezione nasce da un lavoro di ricerca, dalla curiosità per le cose che si trovano in giro. Ogni collezione è come il ricordo di un viaggio, reale o immaginario: ogni collezione è una sorta di sedimento, di traccia di impressioni e di emozioni che ho raccolto guardandomi attorno, spinto dalla curiosità, che è la base di ogni nostra conoscenza.


Perché la scelta, nonostante il suo successo internazionale, gli impegni a Milano, quelli per Kenzo a Parigi di continuare a vivere sulle colline di Alghero, che per quanto bellissime, sono un po’ fuori mano da quell’ambiente così glamorous e fatto anche di continui incontri e contatti, con la gente della moda? Ho scelto di continuare a vivere e lavorare ad Alghero anche se tutto e tutti mi suggerivano di trasferirmi. Vivere in uno dei grandi centri della moda avrebbe forse aiutato il mio percorso professionale, di sicuro l’avrebbe accelerato: ma sono sardo, e mi sento fortemente legato alla mia terra, dopo ogni viaggio DEVO tornare a casa. Alghero è il posto dove sono nato, è la mia casa tra gli ulivi, su una collina che sovrasta il mare, sono le mie radici e i miei affetti. E’ il sole che tramonta nel mare, è una lingua antica che deriva dal catalano, è il miscuglio di tanti popoli che sono passati da questo crocevia, lasciando ognuno una traccia importante.