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ToggleC’è chi nasce dentro i confini e chi, invece, li attraversa ogni giorno come fosse la cosa più naturale del mondo. Alfredo Bandini appartiene alla seconda categoria. Co-founder e CEO di Born Outside, il brand italiano di calzature di lusso che ha co-fondato insieme a Daniele Pe, racconta come un’idea nata dal desiderio di libertà si stia trasformando in un progetto globale. Dalle consulenze in giacca e cravatta ai grandi retailer internazionali, passando per qualche «schiaffo» preso lungo la strada: questa è la sua storia.

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Born Outside: il brand nato per rompere gli schemi
Raccontaci com’è nato Born Outside? Born Outside vuol dire non aver paura di uscire fuori dagli schemi, essere nato fuori. Sono cresciuto in un contesto molto strutturato, con tante regole, e ho sempre avuto voglia di trovare un modo per dire agli altri di fare quello che vogliono senza dover seguire per forza ciò che viene loro indicato dall’esterno. Tanto che le mie figlie sanno distinguere perfettamente tra scuole che ti impongono un certo percorso e scuole che ti lasciano libero di scegliere. L’idea del brand è l’empowering dell’individuo e delle proprie scelte. La nostra storia è molto born outside: io e Daniele eravamo entrambi consulenti in giacca e cravatta per CEO di grandi aziende. Lui era partner, io quasi, però amavamo entrambi la moda, amavamo il prodotto, e avevamo voglia di costruire qualcosa che seguisse quello che piaceva a noi, non quello che ci era stato detto. Così abbiamo detto bye bye a tutto quel mondo e ci siamo buttati. Abbiamo preso un sacco di schiaffoni, perché pensavamo fosse molto più facile creare un brand ambizioso come il nostro, però abbiamo imparato e ora ci stiamo rimettendo dritti. C’è stato un prezzo da pagare nell’essere born outside.

Ricordi il momento in cui è nato tutto? In realtà è nato prima da me, quando ho deciso che volevo fare qualcosa di mio nel mondo della moda. Sono andato a lavorare in un marchio di athleisure piuttosto noto come executive, però più stavo a contatto con il prodotto e più capivo che volevo qualcosa di mio, un prodotto italiano ripensato secondo la mia visione. Ho insistito finché non mi sono detto: deve essere la mia storia, una storia che nasce dall’Italia, che prende quello che amo dell’Italia — il prodotto, il senso estetico — ma che lo modernizzi con un punto di vista globale. Che poi è la mia vita: da quando ho 21 anni sono fuori dall’Italia e ho vissuto in Jamaica, in Sudan, a Dubai, Riyadh, in Qatar. Questo mi ha dato una prospettiva più ampia che mi piace unire all’italianità.
Le calzature Born Outside: manifattura italiana e influenza globale
Questo tuo trascorso internazionale si ritrova nel prodotto? Sì. Il prodotto nasce dalla manifattura italiana, con tanto tono su tono, piping e dettagli tipicamente italiani, ma sono tutti pensati in modo molto originale. Per esempio, la nostra loafer ha la cucitura a tre quarti anziché intera, è realizzata da sotto, il retro è modulare. Sono piccole cose che rompono gli schemi dell’artigianato italiano. Abbiamo anche una scarpa in denim con inserti in pelle, soluzioni non comuni nel settore. Ci abbiamo messo un po’ a capire come partire dall’italianità mantenendone il cuore — i materiali, la sobrietà — pur essendo moderni. Nella stagione precedente eravamo rimasti troppo ancorati all’estetica classica europea e mancava chiaramente l’influenza globale. Questa volta ce l’abbiamo fatta.

Alfredo Bandini e la svolta: ascoltare chi ne sa
Qual è stata la difficoltà principale che avete incontrato? Tutte. Quando decidi di voler essere un brand riconosciuto a livello mondiale, di voler entrare subito nei retailer più esclusivi, e non sai ancora nulla di moda, come nel nostro caso, anche chi è del mestiere ci mette anni. È stato davvero un percorso di basi, di capire come funziona il mercato, cosa serve per essere credibile in certi contesti, cosa significa avere un punto di vista di design davvero unico. Arrivare a questo punto è stato complessissimo. Il concetto del born outsider, del prodotto italiano ma moderno, era corretto fin dall’inizio. L’esecuzione, però, l’abbiamo sbagliata tutta.

Come avete corretto il tiro? Ascoltando persone che ne sanno. Nella nostra storia c’è stato un incontro che racconto sempre: poco dopo il lancio ho avuto un meeting con Claudio Antonioli, che si è fermato due ore durante la sua campagna vendite a Parigi per aprirmi gli occhi su come funziona davvero questo mondo. Da lì ho iniziato a guardare tutto in modo diverso, ad ascoltare, a parlare con i buyer, a digerire il mercato e a costruire il mio punto di vista.»
Il team, il cliente e la distribuzione del brand
Come siete divisi in azienda? Daniele segue il prodotto, la produzione e la direzione creativa, soprattutto sul piano dell’estetica e dello styling del brand. Abbiamo poi un capo brand che abbiamo portato dentro, che ha costruito l’identità visiva da zero: i colori, i contenuti, il tono di voce. Io sono il CEO e seguo la parte commerciale, il wholesale, gli investitori e la stampa.
A che tipo di cliente avete pensato? È una piramide. C’è un cliente più aspirational, più orientato alla moda, che rappresenta il vertice: materiali particolari, silhouette ricercate ma non eccessive. Poi crediamo che il nostro brand abbia la possibilità di inserirsi con forza nel mondo del quiet luxury, un segmento che va dai brand di sneakers premium fino alle maison più raffinate, ma con un approccio molto più moderno e fresco, con un design language che quel cliente sappia leggere e voglia acquistare.
Dove si può trovare Born Outside? Siamo presenti in Medio Oriente, da Harvey Nichols a Dubai, Riyadh e Doha, e da Harrods a Londra. A breve saremo presenti anche a Copenhagen, a Ginevra e a Berlino. Ci stiamo focalizzando completamente sui retailer di primo livello, tier 1.
E la risposta del pubblico finora? Finora buona, anche se la collezione precedente era forse un po’ troppo commerciale. Questa che presentiamo oggi non l’ha ancora vista nessuno — la stiamo presentando a Pitti in questi giorni — quindi non posso ancora dirti come verrà accolta.
La nuova collezione: asimmetria, materiali e visione creativa
Parlaci della nuova collezione in modo più ampio: qual è la filosofia? La filosofia è l’asimmetria. Quando dico che qualcuno è born outside, intendo che ci sono parti del suo carattere che non ci si aspetterebbe: sono sicuro che anche tu sei asimmetrico a modo tuo, ci sono cose che vuoi raccontare e altre meno. L’asimmetria è quindi il punto chiave, nelle linee, a volte nei materiali, perché rappresenta meglio di tutto questo concetto a livello umano. Diamo spazio alle diverse parti di sé in modo diverso, in quantità diverse. Il mix di materiali e di toni di colore dà molto movimento al prodotto senza però essere eccessivo. Come punto di partenza, abbiamo sviluppato una loafer pensata per chi vuole uscire dall’universo della sneaker. Da lì, un’ampia gamma di silhouette basse, con una suola proprietaria o su base runner, e alcune proposte con una suola più importante e una costruzione più originale.

La roadmap: donna, Asia e un sogno chiamato hotel Born Outside
Vendete anche online? Sì, vendiamo anche online con spedizioni in tutto il mondo. Produciamo in Italia ma abbiamo warehouse sia in Italia che a Dubai, perché il brand è nato lì e sia io che Daniele viviamo lì.
Cosa c’è nella roadmap tra due, tre, cinque anni? Prima di tutto introdurremo la linea donna questo quarto trimestre: abbiamo già realizzato una produzione diretta che un paio di retailer vogliono già portare in negozio da ottobre. Stiamo anche sviluppando la collezione donna per l’inverno. Abbiamo inoltre portato dentro tre agenti di alto profilo — uno per l’Asia-Pacifico, uno per l’Europa e il Medio Oriente e uno per la Russia e l’Est Europa — tutti con background nel lusso e nelle calzature. Espanderci con loro è fondamentale. Stiamo anche cominciando a far indossare le nostre scarpe a celebrity di rilievo, partendo da Londra. Tra cinque anni, se chiedi a me, vorrei un hotel e un ristorante Born Outside: un posto che abbia quest’attitudine di fare le cose a modo proprio, con una vena ribelle ma rispettosa degli altri, più come movimento interiore che come provocazione verso l’esterno. Tra un paio d’anni vorrei iniziare a sviluppare questo concept, trovare partner che abbiano voglia di aprirlo dando a noi la parte creativa e un punto vendita all’interno. È lì che vedo crescere il nostro brand, molto più che nell’apertura di negozi monomarca.
Quindi non è solo un prodotto, è un concetto più ampio? Esattamente. Ho iniziato con le scarpe perché mi piacciono e, senza pensarci troppo, mi sono buttato. Avrebbe potuto essere qualsiasi altro prodotto di moda. La scarpa però ha qualcosa in più: c’è sempre qualcosa di emotivo che passa nella scarpa più che nel vestito, sia per l’uomo che per la donna. Le persone ci fanno più attenzione, e le scarpe dicono qualcosa di più di chi sei. Ma il concetto per me è molto più ampio: è l’idea di fare come voglio, di essere felice come sono, e di voler stimolare questa attitudine senza bloccarla. Un hotel con arredi italiani ma moderni, una cucina italiana ripensata, eventi, un modo di vivere diverso. Questo è come lo vediamo.