Il ritorno dei giocattoli più amati del cinema Disney Pixar

“Toy Story 5” è finalmente realtà: Buzz Lightyear, Woody, Jessie e il resto della banda tornano sul grande schermo con una nuova avventura che, come nelle migliori tradizioni della saga Pixar, parte da una premessa semplice per arrivare a qualcosa di molto più profondo. Il film è diretto dal vincitore dell’Academy Award Andrew Stanton, co-diretto da Kenna Harris e prodotto da Lindsey Collins, con una colonna sonora originale firmata dal vincitore dell’Academy Award Randy Newman, che torna a comporre per il suo quinto capitolo della serie. Un team creativo di altissimo livello, che riporta il franchise nelle mani di chi lo conosce meglio e che ha già dimostrato, con titoli come “WALL·E”, “Alla ricerca di Nemo” e “Alla ricerca di Dory”, di saper costruire storie capaci di parlare a più generazioni contemporaneamente. “Toy Story 5” arriverà nelle sale cinematografiche italiane il 18 giugno, distribuito da The Walt Disney Company Italia, con una durata di 102 minuti. È uno di quei film che vale assolutamente la pena vedere al cinema, con il grande schermo e l’audio che amplificano ogni emozione, e che difficilmente deludono chi li affronta con il cuore aperto.

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(L-R): Bullseye, Jessie, and Lilypad in Disney and Pixar's TOY STORY 5. Photo courtesy of Pixar. © 2026 Disney/Pixar. All Rights Reserved.
(L-R): Bullseye, Jessie, and Lilypad in Disney and Pixar’s TOY STORY 5. Photo courtesy of Pixar. © 2026 Disney/Pixar. All Rights Reserved.

La trama: Lilypad, il tablet che cambia tutto

Questa volta la sfida che i giocattoli di Bonnie devono affrontare non arriva dall’esterno ma dall’interno della loro stessa quotidianità: l’arrivo di Lilypad, un nuovissimo tablet dalle idee rivoluzionarie su ciò che è meglio per la loro bambina, mette in crisi tutto l’equilibrio che Woody, Buzz, Jessie e gli altri avevano costruito con fatica. Lilypad non è un antagonista nel senso classico del termine: è qualcosa di più sottile e più moderno, un dispositivo intelligente convinto di sapere perfettamente cosa voglia Bonnie, con idee proprie su come renderla felice. Il confronto tra i giocattoli tradizionali e questo nuovo arrivato tecnologico è la benzina narrativa di “Toy Story 5” e si traduce in una domanda che il film pone con la leggerezza tipica di Pixar ma con un peso emotivo che si fa sentire: il momento del gioco sarà mai più lo stesso? È una domanda che appartiene tanto ai personaggi sullo schermo quanto agli adulti in sala, che in quella domanda riconoscono qualcosa di molto reale e molto vicino alla propria esperienza di genitori, nonni, zii o semplicemente di persone che osservano come il modo di giocare dei bambini stia cambiando anno dopo anno.

Tecnologia e immaginazione: il messaggio più attuale della saga

Uno degli aspetti più riusciti e coraggiosi di “Toy Story 5” è la scelta di affrontare un tema che riguarda tutti, adulti e bambini, in modo diretto e senza moralismi facili. Il rapporto tra tecnologia e infanzia è forse la questione più dibattuta e irrisolta della genitorialità contemporanea, e Pixar sceglie di entrarci dentro non con le sentenze ma con le storie. Il messaggio che emerge dal film è sfumato e onesto: la tecnologia non è necessariamente una cosa completamente negativa, e sarebbe ingenuo presentarla come tale. Il problema non è il tablet in sé, è l’assenza di equilibrio, la mancanza di confini chiari, la tendenza a lasciare che uno schermo risponda a ogni domanda prima ancora che il bambino abbia avuto il tempo di farsela davvero. Perché è proprio lì che si nasconde il vero rischio: la tecnologia, quando non viene governata con consapevolezza, tende a rendere pigri, a spegnere la curiosità, a ridurre la voglia di cercare, scoprire, immaginare. E l’immaginazione, in questo film, non è un tema decorativo: è il cuore pulsante di tutto, la cosa che i giocattoli rappresentano e difendono, il valore che “Toy Story 5” mette al centro con una chiarezza che fa bene vedere. Non serve eliminare la tecnologia, suggerisce il film, ma bisogna metterle dei paletti, trovare un equilibrio che lasci spazio al gioco autentico, alla noia creativa, alla possibilità di inventarsi qualcosa dal nulla. È un insegnamento che vale per i bambini ma anche per i grandi, e che Pixar riesce a consegnare senza mai alzare il dito o fare la predica.

Lilypad (voiced by Greta Lee) in Disney and Pixar's TOY STORY 5. Photo courtesy of Disney/Pixar. © 2025 Disney/Pixar. All Rights Reserved.
Lilypad (voiced by Greta Lee) in Disney and Pixar’s TOY STORY 5. Photo courtesy of Disney/Pixar. © 2025 Disney/Pixar. All Rights Reserved.

Un film che unisce le generazioni

Pochi franchise cinematografici nella storia recente possono dire di aver accompagnato davvero più generazioni, non come semplice nostalgia ma come presenza attiva nelle vite delle persone. “Toy Story 5” è uno di questi: chi aveva cinque anni quando uscì il primo film ne ha oggi quasi quaranta, e nel frattempo ha avuto figli che hanno scoperto Woody e Buzz per la prima volta come se fossero nuovi, portandoli avanti come si porta avanti qualcosa di prezioso. “Toy Story 5” abbraccia esplicitamente questa dimensione temporale: i personaggi hanno attraversato il tempo insieme al pubblico, hanno visto bambini diventare adulti e adulti diventare genitori, e tornare a vederli sullo schermo ha quella qualità rara dei ritorni che non deludono. Per i più piccoli è un’avventura nuova, piena di personaggi da scoprire e situazioni da vivere con l’entusiasmo di chi non sa ancora come andrà a finire. Per i grandi è qualcosa di diverso: è un modo per tenere vivo il bambino interiore, per ricordare cosa si provava quando si giocava senza limiti di tempo e senza uno schermo a rispondere a ogni domanda. È questa capacità di parlare contemporaneamente a età diverse, con lo stesso film e le stesse immagini, che rende “Toy Story 5” un’esperienza cinematografica davvero per tutta la famiglia nel senso più pieno del termine.

Andrew Stanton e Kenna Harris: la regia di “Toy Story 5”

Affidare “Toy Story 5” ad Andrew Stanton è una scelta che dice molto sulle intenzioni di Disney e Pixar: non si tratta di un sequel costruito per capitalizzare su un marchio, ma di un progetto in cui qualcuno con una visione precisa ha trovato qualcosa di nuovo da raccontare. Stanton è uno dei registi più rispettati nella storia di Pixar: “WALL·E” e “Alla ricerca di Nemo” sono due dei film d’animazione più amati e premiati degli ultimi trent’anni, e portano entrambi la sua firma inconfondibile, quella capacità di costruire mondi visivamente straordinari che diventano però solo il contenitore di storie profondamente umane. La co-regia è affidata a Kenna Harris, già nota per “Ciao Alberto”, il cortometraggio Pixar che aveva dimostrato una sensibilità narrativa e visiva perfettamente in linea con i valori del franchise. Insieme, i due registi portano in “Toy Story 5” una continuità con i capitoli precedenti e allo stesso tempo una freschezza che il film aveva bisogno per non sembrare un semplice ripasso di temi già esplorati. Il risultato è un film che sa dove vuole andare fin dalle prime scene, che non si perde in digressioni e che mantiene un ritmo capace di tenere alta l’attenzione per tutti i 102 minuti.

(L-R): Bullseye, Jessie, Atlas, Smarty Pants, and Snappy in Disney and Pixar's TOY STORY 5. Photo courtesy of Pixar. © 2026 Disney/Pixar.  All Rights Reserved.
(L-R): Bullseye, Jessie, Atlas, Smarty Pants, and Snappy in Disney and Pixar’s TOY STORY 5. Photo courtesy of Pixar. © 2026 Disney/Pixar.  All Rights Reserved.

Randy Newman e la colonna sonora originale

Uno degli elementi che ha sempre reso la saga “Toy Story” qualcosa di speciale è la musica di Randy Newman, e “Toy Story 5” non fa eccezione: il compositore vincitore dell’Academy Award torna a firmare la colonna sonora originale per il suo quinto film della serie, un record che dice tutto sul legame inscindibile tra la sua musica e l’universo di Woody e Buzz. Le sue note hanno accompagnato ogni capitolo della saga con una coerenza emotiva rarissima nel cinema di animazione: non si limitano a sottolineare le immagini ma le completano, aggiungendo un livello di significato che resta impresso nella memoria molto tempo dopo la fine dei titoli di coda. In “Toy Story 5”, la sua presenza è ancora più significativa proprio perché il film parla esplicitamente del tempo che passa e delle cose che restano: e la musica di Randy Newman, in questo contesto, è essa stessa una di quelle cose che restano, un filo sonoro che collega il presente al passato con una naturalezza che solo i grandi compositori sanno trovare.

Lindsey Collins produttrice: una storia di collaborazione con Pixar

A produrre “Toy Story 5” è Lindsey Collins, nome storico di Pixar e già produttrice di titoli come “Red”, “WALL·E” e “Alla ricerca di Dory”. La sua presenza dietro le quinte è la garanzia di una produzione costruita con i tempi e la cura che il franchise merita: Collins conosce perfettamente i valori che hanno reso “Toy Story” un fenomeno culturale globale, e sa come proteggere quell’identità anche mentre la storia evolve e si aggiorna. La collaborazione tra Stanton, Harris e Collins forma un triangolo creativo di grande solidità, in cui l’esperienza pregressa con il franchise si combina con la necessità di portare la saga in un territorio nuovo senza tradirne lo spirito. È esattamente il tipo di equilibrio difficile che solo chi conosce bene questo universo può trovare, e il film lo dimostra dall’inizio alla fine.

Blaze in Disney and Pixar's TOY STORY 5. Photo courtesy of Pixar. © 2026 Disney/Pixar. All Rights Reserved.
Blaze in Disney and Pixar’s TOY STORY 5. Photo courtesy of Pixar. © 2026 Disney/Pixar. All Rights Reserved.

Vale la pena vederlo? Assolutamente sì

“Toy Story 5” è uno di quei film che si esce dalla sala con la sensazione di aver ricevuto qualcosa, non solo di aver consumato qualcosa. È un film ben fatto, emozionante, intelligente nella sua capacità di trattare un tema attualissimo come il rapporto tra tecnologia e infanzia senza mai cadere nella banalità o nel moralismo. È un film che fa ridere, che commuove, che spinge a riflettere e che, nel momento in cui i titoli di coda scorrono, lascia quella soddisfazione rara dei film che hanno detto quello che volevano dire fino in fondo. Lo si consiglia senza riserve: a chi ha figli, a chi ricorda il primo “Toy Story” come se fosse ieri, a chi non ha mai visto nessun capitolo della saga e vuole capire perché il mondo intero si sia innamorato di un cowboy di plastica e di un astronauta che non vuole ammettere di essere un giocattolo. Al cinema, poi, vale ancora di più: il grande schermo restituisce a Woody, Buzz e Jessie la dimensione che meritano, e rende ogni sequenza un’esperienza collettiva che a casa, sul divano, non si riesce a replicare del tutto.