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ToggleIl biopic su Michael Jackson prova a condensare in poco più di due ore l’ascesa del Re del pop, dai primi passi con i Jackson 5 fino al Victory Tour, quando si consuma la definitiva rottura con il padre.
Jaafar Jackson, nipote di Michael, è convincente nel ruolo del protagonista, ma la vera rivelazione è Colman Domingo nei panni del padre Joseph Jackson detto Joe.
Il film diretto da Antoine Fuqua, (Training Day, The Equalizer saga), è sovraccarico, più vicino a un lungo videoclip che a un racconto realmente emotivo. Un’opera che appagherà sicuramente i fan, ma che lascia troppi dubbi a chi la storia non la conosce.
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L’ascesa del Re del pop in due ore è una missione impossibile
Raccontare la parabola di Michael Jackson significa affrontare una quantità enorme di eventi, trasformazioni e icone culturali. Il film parte dagli esordi con i Jackson 5 e dalla disciplina autoritaria imposta dal padre, per arrivare fino al Victory Tour del 1984, momento in cui Michael riesce finalmente a staccarsi dal nucleo familiare e a intraprendere la propria carriera solista.
Ci sono però troppi fatti da raccontare e troppo poco spazio per farli respirare. La narrazione procede per accumulo, senza mai riuscire davvero a costruire empatia. Chi ha vissuto l’epoca d’oro di Michael Jackson riconosce i passaggi fondamentali, ma non ritrova la stessa intensità emotiva.

Jaafar Jackson convince, ma la rivelazione è Colman Domingo
Nel ruolo di Michael Jackson, Jaafar Jackson è molto credibile dalla presenza alla voce. La sua interpretazione funziona soprattutto nella trasformazione del personaggio. È un lavoro misurato, attento ai dettagli, che regge bene il film nei momenti più centrali.
Ma la vera rivelazione è Colman Domingo nei panni di Joe Jackson. La sua presenza domina ogni scena. Il padre è ritratto come figura dura, violenta, ossessiva, ma anche motore dell’ascesa dei figli.
Nonostante siano il punto di partenza della storia, i Jackson 5 restano sorprendentemente marginali. Non si costruisce davvero un’identità forte del gruppo, e i fratelli di Michael finiscono per essere più funzione narrativa che personaggi a tutto tondo.
Un rapporto padre-figlio centrale ma semplificato
Il rapporto tra Michael e Joe Jackson è il cuore emotivo del film, ma viene raccontato in modo piuttosto lineare. È una dinamica continua tra controllo e ribellione: Michael subisce, si oppone, ma allo stesso tempo segue quasi tutto ciò che gli viene imposto.
Ne emerge un ritratto di artista già profondamente segnato, ma anche incoerente nella sua costruzione psicologica, sospeso tra dipendenza e desiderio di fuga.

Ossessioni, simboli e una Neverland in costruzione
Il film inserisce diversi elementi iconici della sua immagine futura: l’ossessione per Peter Pan, i cambiamenti estetici, la costruzione di un mondo personale che anticipa Neverland sua storica magione. La scimmietta Bubbles, ricreata in CGI, è uno degli elementi più stranianti: troppo espressiva e di conseguenza finta.
Attorno a lui si muove un immaginario fatto di animali, oggetti e spazi che sembrano già preparare il terreno al suo universo privato simile ad un luna park.
Tra videoclip e biopic: un film che non trova equilibrio
Nel complesso, il film sembra oscillare continuamente tra biopic e lungo videoclip. Funziona sul piano estetico, ma il racconto fatica a trovare coerenza emotiva e soprattutto è come se volesse togliere la polvere dal personaggio lasciando solo quella di stelle.
Scelte narrative discutibili, come l’attenzione alla nascita della coreografia di Billie Jean ma non del suo celebre “moonwalk”, oppure il suo problema con la vitiligine solo accennato, contribuiscono a una sensazione di incompletezza.
Alcuni passaggi chiave non riescono a lasciare il segno: l’incidente dello spot Pepsi con i capelli in fiamme, ad esempio, non ha un reale impatto emotivo.
Le critiche della famiglia e le inesattezze
Che alcune inesattezze punteggino il film non è passato inosservato nemmeno all’interno della famiglia Jackson. A sottolinearlo sono stati diversi membri, tra cui la sorella Janet, che fin dall’inizio ha preso le distanze dal progetto e, dopo una proiezione privata, avrebbe espresso forti perplessità sul risultato finale.
Anche Paris, figlia del re del pop, ha scelto di non essere coinvolta, mantenendo una posizione critica che porta avanti da tempo nei confronti della gestione dell’eredità artistica e personale del padre.
Un ulteriore segnale di come il film, pur essendo il primo biopic ufficiale, non riesca a trovare una piena condivisione nemmeno tra chi quella storia l’ha vissuta da vicino.

Un finale che lascia più domande che risposte
Il film si chiude con l’esibizione di Bad al Wembley Stadium di Londra, seguita dalla scritta “La storia continua”, suggerendo un possibile secondo capitolo. Michael è un’opera ambiziosa, che strizza l’occhio ai fan ma lascia più di un dubbio a chi non conosce la storia dell’artista.
Il film scorre con fluidità, è chiaro, ma ci si aspettava di più: Michael è un personaggio complesso, controverso e dalle mille sfaccettature, molte delle quali qui restano inesplorate.